«La mia era una guerra solitaria»

Confessioni di un killer

Confessioni di un killer
13 Aprile 2015 ore 16:18

Lo scorso luglio, a Roma, è stato arrestato Giancarlo Orsini. Un nome qualunque, un arresto qualunque, non fosse che Orsini, in realtà, era uno dei più spietati e “apprezzati” killer a pagamento della Capitale. Non è chiaro quante siano state le persone che Orsini ha ucciso senza neanche conoscerle, ma certamente sono state tre tra il 2013 e il 2014, più altrettante gambizzazioni. Ormai nella malavita romana si sapeva: se avevi qualcuno da fare fuori, contattavi lui. Il tariffario andava dai 3mila ai 25mila euro, in base alla difficoltà dell’omicidio. In pochi giorni si poteva avere la certezza che il “problema” era stato risolto.

 

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Orsini, 48 anni e originario di Primavalle, un quartiere della capitale, dopo mesi dietro le sbarre, a inizio marzo ha deciso di parlare e, soprattutto, di cambiare. Ha scelto di collaborare con la giustizia confessando di essere un killer di professione e fornendo dettagli su 6 fatti di sangue a cui aveva partecipato e su altre persone coinvolte. Queste dichiarazioni sono state il punto di svolta per risolvere 3 omicidi e 3 gambizzazioni che si sono verificate a Roma nei precedenti 12 mesi. Inchiodato dalle prove, Orsini ha ammesso di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio di Roberto Musci (avvenuto il 21 gennaio 2014 a Casalotti) e si è autoaccusato di altri fatti di sangue, tra i quali gli omicidi di Federico Di Meo (Velletri, 24 settembre 2013) e Sesto Corvini (Casal Palocco, 9 ottobre 2013). In seguito ad approfondite indagini, con analisi del Ris e riscontri investigati, si è arrivati ai mandanti, arrestati il 6 marzo 2015 dai Carabinieri di Roma e dagli agenti della squadra mobile.

Con la confessione, Orsini è diventato un collaboratore di giustizia ed è entrato a far parte del programma di protezione testimoni. Trasferito, si trova oggi in un carcere misterioso, lontano da Roma, in una cella singola: troppo alto il rischio che qualcuno, sentendosi tradito, lo faccia fuori. Sotto protezione c’è finita anche la sua famiglia, che del suo “mestiere” sapeva poco o nulla. Le sue parole hanno portato all’arresto sia di molti mandanti che di diversi esponenti di seconda linea della criminalità romana, quelli che lo aiutavano negli omicidi fornendogli armi o mezzi. Sulle pagine del Corriere della Sera, Rinaldo Frignani ha riportato le confessioni di quest’uomo, carnefice e allo stesso tempo vittima delle proprie scelte e delle proprie dipendenze.

 

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«C’erano sempre due parti in me: c’era quello che guardava la cosa a distanza e quello che voleva restare umano»: inizia così la confessione “umana” di un killer professionista, riportata dal quotidiano più importante d’Italia. La cosa che ha maggiormente impressionato anche gli inquirenti era però la freddezza con cui Orsini agiva, con un modus operandi sempre uguale: 5 colpi di pistola, con l’ultimo alla testa per finire la vittima oramai al suolo. Per farlo, ammette ora, si drogava, e anche tanto. In casa, invece, tentava di non dare a vedere nulla, anche alla sua compagna: «Era lei la mia vera vittima… A casa mi chiudevo in camera e studiavo. Di tutto, tutte cose assolutamente inutili, dal cambiamento climatico alla numerologia. Mi davo le mie ragioni. Mi appassionavo a cose agli antipodi di ciò che facevo. Facevo il cialtrone con quello che ancora riuscivo a fare. Ma in realtà era sempre una scusa diversa per riuscire a tenermi in piedi. Perché in realtà, droga o meno, nessuna persona normale avrebbe retto il ritmo che avevo io».

Una caratteristica dei suoi omicidi, confermata anche dai filmati di alcune telecamere di sicurezza che hanno permesso agli inquirenti di incastrarlo, era il suo travestimento da ufficiale giudiziario, con una cartella a tracolla. Ce l’aveva, ad esempio, quando uccise Musci: «Quella tracolla è stata un po’ la firma delle cose che ho fatto – racconta oggi –. La usavo perché nell’immaginario collettivo… Mi mettevo nella testa di uno che stava ai domiciliari: già il fatto che ti avvisano che è arrivato un ufficiale giudiziario per te, ti mette quel nodo alla pancia che era il vantaggio mentale che io mi prendevo sulla vittima». Non uno sprovveduto quindi, ma un uomo meticoloso, quasi maniacale nel preparare gli omicidi che gli venivano richiesti. Con quel travestimento ha giustiziato Musci e Di Meo. Nelle sue parole i racconti di entrambi gli assassinii e la dimostrazione che il suo cervello, anche in quei tragici momenti, viaggiava alla perfezione. Di Musci, ad esempio, ricorda: «Quando sono andato ho capito che era una persona… Mi è venuto incontro e uno che ti viene incontro quando tiri fuori un’arma, vestito com’ero io, freddo com’ero io, non era uno scemo, era uno che sapeva il fatto suo». Con Di Meo, invece, sottolinea agli inquirenti di aver avuto lo scrupolo di tenere fuori dall’omicidio il padre della vittima: «Lui arrivò con una Uno, una macchina bianca. Mi dice: “Gli serve il documento?”. Rispondo: “Sì”. Mandai via il padre, gli dissi: “Guardi che è una cosa privata”. Non volevo assolutamente che rimanesse coinvolto. Fu un omicidio fotocopia di quello di Musci». Compenso per ognuno? 17mila euro.

 

Giancarlo Orsini

 

Così come, dalla testimonianza, traspare tutta la lucida follia omicida di Orsini, allo stesso tempo si può intuire anche tutte le debolezze che hanno spinto l’uomo a scegliersi questa vita: «Dopo gli omicidi mi drogavo. L’ultimo anno mi sono drogato pesantemente, avevo anche le allucinazioni. Non mangiavo, bevevo solo centrifughe, a volte passavo anche quattro o cinque giorni senza dormire». Ma le sue non erano preoccupazioni di un uomo consapevole di uccidere persone così, a sangue freddo, bensì quelle di un uomo messo alle corde: «Dovevo coprire i debiti, venivo da uno sfratto. E comunque la mia era una guerra solitaria». La guerra solitaria di un giustiziere della notte, direbbe qualche romanziere di successo. Solo la testimonianza di un freddo omicida, crudele, drogato e senza scrupoli, hanno invece detto gli inquirenti.

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