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Il consumo di suolo agricolo nella Bergamasca

Il consumo di suolo agricolo nella Bergamasca
11 Giugno 2014 ore 11:10

Dal 1990 ad oggi, meno il 71% di aziende agricole e meno 32% di superficie agricola utilizzata: l’agricoltura bergamasca fa sempre più fatica. Confagricoltura e Coldiretti lanciano l’allarme, ma l’EXPO può essere l’occasione per la ripresa.

L’EXPO che prenderà il via a Milano tra poco meno di un anno avrà come tema centrale la nutrizione del Pianeta. L’industria agroalimentare italiana sarà quindi al centro dell’attenzione, forte della sua tradizione e della sua storia nel nostro Paese e dovrà cogliere l’occasione per uscire da anni di grandi difficoltà. Bergamo e la sua provincia sono da sempre uno dei cuori pulsanti del settore primario italiano, con l’industria agroalimentare che ha nel bacino orobico un importantissimo centro nevralgico. Nonostante ciò la situazione che sta vivendo questo settore economico è complicata ed a dirlo è Confagricoltura Lombardia.

Nel 1990 Bergamo era la seconda provincia per numero di aziende agricole sul territorio con ben 22.324 attività, dietro solamente alla confinante provincia di Brescia, che ne contava 29.416. Vent’anni dopo, all’ultimo censimento in agricoltura, i numeri sono impietosi: Bergamo è scesa al quarto posto, dietro anche a Mantova e Pavia, con solamente 6.445 aziende agricole censite, ben il 71,13 % in meno. Un calo verticale, che ha coinvolto l’intero settore regionale con la perdita di quasi il 59 % delle aziende agricole attive.

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La diminuzione di aziende agricole attive sul territorio ha portato anche, logicamente, ad una diminuzione della superficie agricola utilizzata. Proprio questo è il dato che, analizzato, colpisce di più. Dal 1990 ad oggi, infatti, una superficie pari a 338 milioni e 850 mila metri quadri è stata sottratta all’agricoltura bergamasca, spazio paragonabile a 48.407 campi di calcio o a 6.800 Piazze San Pietro. Numeri enormi, come sottolinea Piero Bonalumi, vicedirettore di Confagricoltura Bergamo. Il calo della superficie agricola utilizzata nei vent’anni è quantificabile in una percentuale del 32,32 %, decisamente più alta della media della Regione Lombardia che si aggira, complessivamente, sul 10,81 % in meno dal 1990 al 2010.

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È evidente dai numeri come Bergamo abbia subito, rispetto alle altre provincie, un consumo di suolo impressionante. Il motivo è certamente legato anche al fatto che il territorio bergamasco è stato da sempre un cuore pulsante dell’edilizia italiana, settore economico-industriale che ha portato ad una forte cementificazione dei terreni. L’avvento della crisi ha però colpito duramente il settore edilizio, così oggi ci troviamo davanti ad interi porzioni di territorio abbandonate a sé stesse, dove sorgono capannoni fantasma inutilizzati che hanno preso il posto di grandi aree agricole. Ogni giorno, stima la Coldiretti, vengono persi circa 288 ettari di terreno agricolo in italia, con anche conseguenti rischi per gli equilibri idrogeologici. Dati dell’ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) specificano che a Bergamo e provincia, dal 1955 ad oggi, si sono persi quasi 2 ettari di terreno agricolo al giorno, con una netta accelerazione nell’arco dell’ultimo decennio.

Sorge spontaneo domandarsi come abbiano fatto le aziende agricole ancora in attività a sopravvivere davanti a questa rivoluzione (o involuzione?) del settore avvenuta in poco più di vent’anni. La risposta si trova in un cambio generale di filosofia, con imprese non più settoriali e limitate, ma molto più strutturate, specializzate e che toccano diversi settori di produzione agricola. C’è stato un accentramento delle attività in poche aziende, tant’è che il 60 % dell’intera superficie agricola utilizzata della Lombardia è oggi in mano solo al 10 % di tutte le imprese, ovvero circa 5.400 di esse occupano più della metà dell’intera superficie agricola lombarda, mentre le restanti 48.900 aziende si spartiscono il restante 40 % del territorio a disposizione. Altra strada intrapresa è stata quella della multifunzionalità, con aziende agricole che hanno ampliato la propria attività anche in settori non prettamente agricoli, quali gli agriturismi o, più recentemente, la produzione di biogas. È necessario però capire quante di queste aziende siano in grado, nel futuro prossimo, di competere concretamente sul mercato. Confagricoltura stima che, del milione e 600 mila aziende agricole censite in Italia nel 2010, solamente 250.000 possano reggere ad un confronto di mercato e, tra queste, solo 25.000 circa di quelle presenti in Lombardia, meno della metà di quelle censite. Poche insomma.

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Alberto Brivio, presidente della Coldiretti provinciale di Bergamo, crede che sia urgente «una inversione di tendenza. Troppo spesso il suolo agricolo viene considerato solo come base di nuovi insediamenti produttivi o civili, senza considerare che esso è il principale fattore di produzione dell’attività agricola ed è sinonimo di paesaggio e ambiente e per questo suo ruolo andrebbe tutelato e salvaguardato». Il consigliere regionale di Patto Civico Paolo Micheli sottolinea come l’attuale legislazione in termini di urbanistica abbia «prodotto cimiteri di case, con costruzioni abbandonate a metà o disabitate. Ciò è stato devastante per l’agricoltura, con la perdita di numerose aree agricole», come confermano i numeri poc’anzi esposti.

Una delle priorità per i comuni bergamaschi sarà quindi quella di invertire la tendenza attraverso scelte politiche che possano aiutare le aziende agricole a reimpossessarsi delle aree dismesse attraverso un loro recupero ed una loro riqualificazione, alleggerire il carico burocratico vista anche l’importante attività di salvaguardia del territorio che compiono queste imprese ed incentivare il ritorno dei giovani all’agricoltura sottolineando le opportunità occupazionali che essa offre. L’appuntamento dell’EXPO di Milano del prossimo anno sarà poi di fondamentale importanza per dimostrare come l’agricoltura possa essere un vero motore di sviluppo territoriale se ben coordinato all’artigianato, al turismo ed alla cultura locale. Per avere un domani migliore è necessario, paradossalmente, tornare indietro e ridare spazio al settore primario, per troppo tempo dimenticato e ritenuto arretrato. Solo così, come dice Brivio, «creeremo nuove speranze ed un nuovo futuro per le prossime generazioni.»

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