Anche con l'Isis

Il controllo di tutte le informazioni non basta per vincere le guerre

Il controllo di tutte le informazioni  non basta per vincere le guerre
Cronaca 01 Ottobre 2014 ore 13:50

ἦ δεινὸν ᾧ δοκῇ γε καὶ ψευδῆ δοκεῖν.
Che cosa terribile, quando uno crede una cosa e si inganna nel crederla.
(Sofocle, Antigone, 323)

 

Ci sono due notizie, di qualche giorno fa, che si sono incrociate: la prima riguarda il nuovo gadget della Apple, l’iPhone 6; la seconda sono gli echi di quel che ha detto il presidente Obama nel programma 60 minuti della CBS.

Dell’iPhone viene considerato un aspetto – la sua inviolabilità informatica – che ha fatto infuriare i servizi di controspionaggio Usa: «Verrà il giorno – anzi, capita tutti i giorni nel nostro lavoro – in cui per arrivare in tempo a salvare la vita di tanta gente, avremo bisogno dell’autorizzazione di un tribunale per avere accesso al cellulare di un sequestratore, di un terrorista o di un criminale. Voglio soltanto dirvi che avremo una bella conversazione, nel nostro Paese, prima che quel giorno arrivi», ha detto martedì scorso il capo dell’FBI James Comey. Con questo lasciando intendere che la sua agenzia non solo “ha bucato” tutti i sistemi dei telefonini tranne l’ultimo della Apple e che ci sta spiando tutti, ma che si sente anche in diritto di farlo.
Di quel che ha detto Obama viene invece sottolineato il rilievo avanzato nei confronti dell’Intelligence Americana, che avrebbe sottostimato – in un primo tempo – l’importanza dello Stato Islamico e si sarebbe mossa male in Siria.

 

 

Cosa hanno in comune questi due fatti. L’ossessione statunitense per l’acquisizione dei dati e degli strumenti che li controllano. Le guerre si vincono – nell’immaginario Usa – se si domina fin nei dettagli il flusso di informazioni del nemico. Il problema è che Comey e il suo presidente si sbagliano. Peggio: sbagliano pur disponendo di tutte le informazioni necessarie per non incorrere in un errore di questo tipo. Ne diamo una sola: il caso Millennium Challenge 2002 (MC02), in cui rifulse il genio tattico di un colonnello dei Marines in pensione, Paul K. Van Riper, per gli amici Rip.

La memorabile esercitazione Millenium Challenge. L’MC02 fu la più grande esercitazione mai tentata di simulazione di una guerra nella quale i “Blu” – gli Americani – dovevano attaccare un non meglio identificato “Paese Mediorientale” disponendo, in ipotesi, di tutte le possibili informazioni su quel paese e di un centro informatico megagalattico – un cervellone da paura – in grado di gestirle. Furono spesi diversi milioni di dollari per acquisire questa dotazione e altrettanti ce ne vollero per mettere in piedi l’armamento necessario all’impresa. Quando tutto parve funzionare a puntino fu invitato a giocare il colonnello Van Riper, cui fu affidata la squadra dei “Rossi” (il nemico) col corredo di informazioni che qualsiasi paese avrebbe avuto a disposizione circa un potenziale aggressore (i Blu): numero delle navi, armamento, tattiche impiegate in passato. Si voleva vedere come avrebbe funzionato il complesso meccanismo di attacco a comando centralizzato (il cervellone era stato collocato sull’ammiraglia della flotta) e quanto tempo avrebbe impiegato a mettere in ginocchio l’avversario.

Cosa fece Van Riper: adottò una strategia asimmetrica, tesa principalmente a evitare il controllo esercitato su tutte le comunicazioni radio o satellitari. Rispolverò il vecchio sistema di portar gli ordini correndo in moto da una parte all’altra dello schieramento, e usò quei sistemi a luce intermittente che si vedono nei vecchi film di guerra per far decollare e atterrare gli aerei. Evitò in ogni modo di usare sistemi più sofisticati. Al via dell’esercitazione, i Rossi ricevettero la dichiarazione di guerra da parte dei Blu: in realtà un ultimatum che dava loro 24 ore di tempo per arrendersi. E cominciarono le danze.

I Rossi impiegarono una flottiglia di barchini per determinare con esattezza la posizione delle navi dei Blu. Durante la ricognizione gli operatori della flotta Blu furono indotti – da un vecchio ufficiale navale “infiltrato” – a disconnettere momentaneamente tutti i sistemi di autodifesa di cui erano dotati. A questo punto i Rossi di Van Riper rovesciarono simultaneamente sulla flotta nemica la quasi totalità dei missili a disposizione (ovviamente si trattava di missili a salve) col risultato di “mettere fuori uso” in poco tempo sedici navi da guerra, i cui operatori potevano solo stare a guardare cosa stava succedendo, avendo i sistemi di autodifesa spenti. Una portaerei, dieci incrociatori e cinque o sei navi anfibie non poterono più operare. Non si fosse trattato di una simulazione, avrebbero perso la vita circa 20.000 uomini.

I Blu stavano ancora cercando di capire cos’era successo che un settore importante del resto della flotta fu assalito da una “Invincibile Armada” tascabile, fatta di mezzi d’assalto sia convenzionali sia suicidi che sfruttarono l’incapacità del nemico di localizzarli in tempo. Da notare che fino a quel momento né gli attacchi suicidi né gli effetti devastanti di attacchi portati a grandi unità da piccole imbarcazioni erano stati adeguatamente “modellizzati” dagli studi strategici Usa. A questo punto l’esercitazione venne sospesa. Abbiamo sintetizzato uno dei più bei capitoli di Blink, il libro di Malcom Gladwell che da noi è stato tradotto In un batter di ciglia. Il potere segreto del pensiero intuitivo.

Cosa accadde dopo e cosa se ne può dedurre. È interessante anche sapere cosa successe dopo. Lo Stato Maggiore americano fece finta che non fosse accaduto niente, ripropose l’esercitazione facendo in modo che quel genio di Rip perdesse e tutto finì a tarallucci e vino, come si dice. Qualche anno dopo i giornali di tutto il mondo riportarono la notizia secondo cui il famoso Mullah Omar – personaggio che occupò le cronache in qualità di capo dei Talebani afghani prima di far perdere le sue tracce – sarebbe sfuggito all’accerchiamento delle truppe alleate a cavalcioni di una moto. Alla fine del 1997 aveva mutato il nome del suo Paese in quello di Emirato Islamico dell’Afghanistan.

Sono soltanto esempi. Dai quali si potrebbe dedurre, se lo si volesse, che il problema vero della guerra contro l’IS non è quello dell’insufficienza delle informazioni raccolte, nella sottostima o sovrastima di un pericolo insorgente. È quello dell’ambito da cui trarle. Se non si è in grado di immaginare che un barchino possa danneggiare un incrociatore, quando si viene a conoscenza dell’esistenza di un barchino ci si rallegra soltanto della propria superiorità. Si ha l’informazione, ma non la si concettualizza in maniera adeguata.

 

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Che fare, dunque, con l’iPhone e tutto il resto. Sul versante iPhone: una volta verificata l’impermeabilità del sistema della mela morsicata a qualsiasi attacco, converrebbe pensare di attrezzarsi contro analoghi sistemi che da qui a qualche tempo inevitabilmente spunteranno come funghi in tutto il mondo, piuttosto che prendersela contro Apple giustamente preoccupata di salvaguardare la privacy dei suoi clienti. Il fatto che si diffondano – e si diffonderanno certamente – sistemi inattaccabili è una minaccia molto più grave all’ordine mondiale di quella costituita da un rapitore di bambini o da un attentatore. Una tigre affamata che si aggira in piazza Pontida è una minaccia spettacolare, molto meno grave per i cittadini rispetto a un vecchietto che non si preoccupa di sostituire il tubo del gas.

Il problema sta nel fatto che oggi un telefonino – crackabile o no – è un’arma al pari di un computer che sia in grado di gettare nel panico un’intera rete informatica. E l’incapacità di intuire le risorse costituite dalla capacità di mobilitare l’odio porta a perdere informazioni preziose. Se si vuol vincere – o almeno pareggiare – l’attuale situazione, bisognerebbe, pertanto, mutare paradigma, orizzonte di pensiero, non incaponirsi nel cercare di migliorare quello in cui siamo immersi. Altrimenti, come i Blu, andiamo a fondo tutti.

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