Cronaca
Il Convegno della Fondazione Italcementi

Renzo Piano: la «città che sarà» non si espande, rinasce dall'interno

Renzo Piano: la «città che sarà» non si espande, rinasce dall'interno
Cronaca 24 Gennaio 2015 ore 18:18

Una nuova idea di periferie, per la rinascita del territorio urbano fondato sull’implosione e non sull’esplosione. L’obiettivo? Un nuovo rinascimento. È questo il filo conduttore del convegno Rammendo e rigenerazione urbana organizzato dalla Fondazione Italcementi e svoltosi nella mattinata di sabato 24 gennaio alla Fiera di Bergamo. In un momento in cui il disagio delle periferie, comprese quelle nostrane, torna d’attualità, è necessario avviare una riflessione sulla ricostruzione e la riqualificazione delle aree per molti anni rimaste lontane e dimenticate dai centri storici.

«La città che sarà», Renzo Piano. Essa, dunque, prende spunto dall’iniziativa dell’architetto e senatore a vita Renzo Piano, il cui intervento video (qui la trascrizione completa) apre il convegno. «Siamo un Paese straordinario e bellissimo, ma allo stesso tempo molto fragile. Ma sono le periferie la città del futuro, quella dove si concentra l’energia umana e quella che lasceremo in eredità ai nostri figli. C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono delle idee».

 

 

Il progetto G124, nato su iniziativa di Piano (che ha devoluto la totalità dei propri proventi di senatore a vita alla sua realizzazione), cerca di immaginare «la città che sarà». E produce un’idea fondamentale: non la fuga dalle periferie, non l’allargamento smisurato dei quartieri dormitorio, ma l’implosione, il ripiegamento della città su se stessa, la creazione di una green belt, una cintura verde di campi coltivati che renda la città vivibile. Non solo: il recupero dei brown field, intesi come tutti gli spazi compromessi, cementificati all’interno delle nostre città, per trasformarli in aree verdi, giardini intorno a cui costruire una nuova vita urbana e un nuovo modello di abitare. Così l’urbanistica del futuro diventa una  «sfida di rammmendo» lanciata «ai migliori costruttori» per ricreare la bellezza delle periferie. È su questa idea fondamentale che si innesta il dibattito dei relatori. A fare gli onori di casa Giampiero Pesenti, presidente di Italcementi, e Carlo Pesenti, consigliere delegato.

«Costruire senza custodire diventa distruggere», Silvano Petrosino. La tavola rotonda, moderata dal giornalista Walter Mariotti, si apre con l’intervento di Silvano Petrosino, filosofo, professore associato dell’Università Cattolica di Milano, che riflette sul tema dell’abitare. «È uno dei temi più difficili da determinare: cos’è una casa. Non è semplicemente un rifugio, una tana. Un versetto biblico dà la migliore definizione possibile di casa: Dio crea il mondo, crea un giardino, luogo fatto di alberi belli da vedere, frutti buoni da mangiare. Infine prende l’uomo, lo mette dentro il giardino affinché lo coltivi e lo custodisca. Coltivare e custodire, è un atto solo che rappresenta il nucleo centrale dell’idea di abitare». Rincara la dose sul tema dell’edificare solo per profitto: «Costruire senza custodire diventa distruggere. Al centro dell’economia c’è il profitto, bisogna cercare il maggior profitto ma esso non può essere l’unico criterio. Se il profitto è l’unico criterio attorno al quale si edifica, la casa si distrugge. Il principio di convenienza, motore dello sviluppo urbano, allora dev’essere la convivenza tra gli uomini».

4 foto Sfoglia la gallery

«Occorrono forme espressive completamente nuove», Geminello Alvi. Una visione opposta, più pragmatica, è espressa da Geminello Alvi, scrittore ed economista, che lancia una serie di provocazioni. In primo luogo sottolinea l’importanza del Piano Casa, promosso da Fanfani nel 1949, che descrive come «ormai completamente dimenticato dagli italiani», ma che ha avuto il merito di costruire oltre 2 milioni di vani e di dare concretamente una casa ad oltre 350mila famiglie. Aggiunge poi un’osservazione sull’importanza di suffragare ragionamenti sulla solidarietà, la sostenibilità e l’accoglienza con i soldi e le iniziative concrete. «Con i boyscout e i sociologismi non si va da nessuna parte. Di fronte ad uno Stato che sempre meno esiste, le idee devono arrivare dalle imprese, dalle fondazioni, da chi ci mette le risorse e l’entusiasmo». Punta il dito su dati e numeri. Secondo Alvi, il modello di crescita urbanistica ed economica attuale è insostenibile, e arriva a dire che secondo alcune stime esso sia basato su una popolazione italiana ferma a 35 milioni di abitanti. Sfida Petrosino, restando sul terreno delle citazioni bibliche e dichiarando che «la storia dell’uomo inizia in un giardino e finisce in una città. Il drago dell’Apocalisse è una città, e dunque alla fine del mondo c’è una città, un cubo fatto di 12 minerali. Le periferie sono degli ammassi informi di cubi. Occorrono forme espressive completamente nuove».

«Una visione non velleitaria dello sviluppo urbano», Giorgio Gori. Secondo il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, le due visioni espresse da Petrosino e da Alvi non sono del tutto inconciliabili. «Serve la capacità di mobilitare grandi risorse verso una visione concreta e non velleitaria dello sviluppo urbanistico». Esprime preoccupazione su alcuni interventi del Governo che hanno cambiato le capacità di intervento degli enti locali. «Sono state messe in fila alcune scelte che hanno modificato le capacità di investimento dei Comuni. I tagli alle camere di commercio, ai Comuni, l’intervento sulle banche popolari: sono enti che determinano la capacità di investimento nel territorio e che sono state ultimamente indebolite».

 

Mario Cucinella Giorgio Gori

 

Poi focalizza l’attenzione su Bergamo, in cui il 60 percento della popolazione vive nelle periferie. Secondo Gori, la città sconta l’uscita della manifattura del territorio della città, con la creazione di aree dismesse che si sono svuotate nel momento in cui il ciclo economico ha avuto un reflusso. La forte concentrazione di edilizia popolare delle nostre periferie, in alcune zone specifiche, ha avuto conseguenze sulla convivenza tra cittadini di diverse nazionalità e, in generale, sulla qualità della vita. Bergamo è una città invecchiata che ha scoperto un esodo di giovani, fuggiti fuori dal territorio urbano in direzione dell’hinterland, con enormi flussi di pendolarismo generati di conseguenza. Quali sono gli aspetti positivi? «Resiste una struttura legata ai borghi storici che è andata avanti nei secoli. L’associazionismo, gli oratori, i plessi scolastici di quartiere: questo scenario ci consente di immaginare interventi di ricucitura urbana». Come Bergamo 2.035, progetto di smart city di cui Bergamo Post ha già parlato qui.

 

RELATORI CONVEGNO

 

«L'uomo al centro della città» e altri interventi. Intervengono al dibattito, tra gli altri, Francesco Daveri, economista, che si sofferma sul “caso di studio” di Harlem, esempio di degrado nei decenni passati ed oggetto di una straordinaria riqualificazione nata dall’iniziativa dei cittadini, e Aldo Mazzocco, ingegnere e presidente di Assoimmobiliare, che illustra il progetto (realizzato) di ricostruzione dell’area dismessa delle Torri Garibaldi, a Milano, e di riqualificazione urbana della zona di Porta Romana. Servono, a suo dire, competenze trasversali per la realizzazione di smart cities, e nuovi modelli finanziari, che superino, ad esempio, l’obsoleto mutuo fondiario.

«Bisogna rimettere l’uomo al centro dell’idea di città, esattamente come nel rinascimento». È l’idea espressa da Michele Molè, progettista del padiglione Italia all’Expo 2015, e ulteriormente suffragata dall’intervento del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, che conclude il convegno. Lupi pone l’accento sulla necessità di eliminare le resistenze al cambiamento, di intervenire sul territorio e sulle periferie con progetti di riqualificazione che coinvolgano tutti gli attori interessati, a partire dai sindaci e dalle amministrazioni locali. «Serve un quadro di legislazione unica, che dia l’indirizzo pur lasciando l’autonomia necessaria a tutte le regioni. Non è possibile avere un quadro normativo diverso per ogni ente locale italiano». E sottolinea le grandi opportunità offerte dall’Expo: «È il momento della sfida comune. O vinciamo tutti o perdiamo tutti».