Per Molte fedi sotto lo stesso cielo

Cosa ha detto Martina Loreggian mercoledì alla chiesa di Loreto

Cosa ha detto Martina Loreggian mercoledì alla chiesa di Loreto
Cronaca 05 Ottobre 2017 ore 10:45

Quando parliamo di stranieri e integrazione il primo elemento di confronto è spesso la considerazione della donna nella società. Su questi temi non sembra che ci sia una chiara percezione collettiva e si corre il rischio di fare di tutta l’erba un fascio: ecco perché la rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo si occupa anche di questo, all’interno del ciclo di incontri Dalla parte di Eva: le donne nei monoteismi il mercoledì sera presso la Chiesa di Loreto.

Chi è Martina Loreggian. Saranno tre gli incontri per raccontare la donna dal punto di vista della storia, dei testi sacri e delle tradizioni e ieri sera, il 4 ottobre l’esordio è toccato a Martina Loreggian, cantore e insegnante della comunità ebraica riformata milanese. Già la sua presentazione dice molto sulla loro considerazione della donna: «Molti di voi avranno notato che indosso la kippah, che per gli ebrei ortodossi è appannaggio esclusivamente maschile. Ma ci sono comunità e correnti, come la mia, a cui le donne è permesso e anzi sono le benvenute». Martina Loreggian è preparata e molto attenta a quello che dice, un po’ per il rigore che caratterizza l’ebraismo e un po’ perché vuole farsi capire: «È la prima volta che ho il privilegio di confrontarmi con le altre confessioni». È aperta al dialogo e soprattutto vuole cogliere l’occasione per affrontare anche «le questioni più spinose» delle differenze tra le religioni, e il risultato è sorprendente.

 

 

Dal testo sacro. Per comprendere il ruolo della donna è necessario partire dalla lettura del testo sacro, ma con una precisazione: «L’ebraismo non concepisce l’interpretazione letterale». Nonostante ciò, le parole assumono un significato molto preciso: «Dio non è né maschio né femmina ma contiene sia gli aspetti maschili che femminili. L’uomo creato da Dio dunque ha in sé sia il maschile che il femminile, ma la parola adam non indica uomo come “essere di genere maschile”, bensì la specie umana». La donna nasce non dalla costola di Adamo ma dal suo fianco, non per generazione dall’uomo ma per separazione, come suggerisce il nome ebraico di Eva. «Dio comprende che l’uomo è solo e decide di dare via a un suo analogo, un aiuto», che non va inteso in un rapporto di inferiorità: «L’aiuto è quello di qualcuno che si para di fronte a noi, che è diverso da noi ma pur sempre in un rapporto di parità. Tra i due c’è un confronto».

L'altro testo, il Talmud. Le premesse sono ottime, insomma, ma la situazione si complica perché entra in gioco l’altro testo fondamentale, il Talmud, un «codice anche legale che ci dice tutto: da che cosa mangiare a che cosa indossare a che cosa fare il sabato». Provocatoriamente, ma anche con un fondo di ragione, si dice che «gli ebrei non fanno quanto è scritto nella Torah, ma nel Talmud». «Nessuno ha mai lapidato qualcuno che non rispettava lo shabbat come dice la Torah, ma accendiamo due candele il venerdì per l’arrivo del sabato come prescrive il Talmud». Il Talmud «nasce per raccogliere tutte le leggi tramandate oralmente quando il secondo tempio di Gerusalemme fu distrutto nel 70 d.C. ed è scritto e pensato da uomini per gli uomini». Insomma, le interpretazioni sono influenzate dalle esigenze del contesto storico e la lettura letterale non può fornire indicazioni «sui problemi odierni più semplici come se è permesso fumare di sabato». Le interpretazioni più recenti devono tenere conto non solo del tempo in cui si vive ma anche della tradizione.

 

 

I pregiudizi. Non deve sorprenderci quindi che le donne siano poche e pur se molto capaci vengano considerate come lascive e tendenti al tradimento: «Si legge che la donna più celebre del Talmud riusciva a imparare trecento leggi ebraiche al giorno, che era citata come decisore in materiale legale e i suoi pareri venivano ascoltati. A un certo punto però, non si sa se è vero o se i rabbini volevano screditarla, viene accusata di adulterio e si suicida per la vergogna». Loreggian spiega che questa diffidenza nei confronti delle donne che studiano ha una motivazione ben precisa: «Nella cultura ebraica la donna ha un “canale preferenziale di comunicazione” con il divino, a differenza dell’uomo. Per questo motivo vivono nella realtà concreta: mentre il marito studia, si prendono cura della casa, vanno al mercato, badano all’educazione dei figli e lavorano per guadagnare il pane».

Non è tutto negativo. Al di là di questi che chiameremmo pregiudizi, tutto sommato nella legge ebraica le donne godono di diritti che a noi suonano moderni. L’esempio più lampante è quello del marito che non può forzare la donna ad avere un rapporto sessuale. Anche le unioni sono regolati in modo diverso: ai mariti viene imposto un contratto matrimoniale con degli obblighi da mantenere e lo stesso matrimonio non si può tenere se la donna non è d’accordo. Il divorzio, invece, può essere dato solo dal marito e non viceversa, se non in rari casi «che fanno sorridere», ad esempio se ha una scarsa igiene personale o per mancanza di rapporti sessuali. «Anche dopo il divorzio, comunque, deve mantenere la moglie».

 

 

La condizione della donna oggi. In generale, insomma, la donna nell’ebraismo fino al secolo scorso ha sempre goduto di una condizione migliore rispetto alle sue contemporanee. «Con l’irrompere della modernità, però, si è accentuata una differenza tra le posizioni ortodosse e quelle riformate più aperte, come quella a cui appartengo. Ad esempio, nella mia comunità è permesso anche a una donna di divorziare». Anche per quanto riguarda ad esempio l’educazione dei figli possono esserci delle differenze: «Il Bar Mitzvah delle bambine nelle comunità ortodosse è più sottotono: non possono indossare lo scialle rituale come i maschi, mentre in quelle “riformate” sono libere di scegliere».

Tuttavia, le comunità ultraortodosse non sono così diffuse: nei paesi anglosassoni i non ortodossi o riformati costituiscono circa il settanta percento delle comunità ebraiche anglosassoni. «In Italia la maggior parte è ortodossa, ma la comunità è tanto aperta e accogliente che non si è mai avvertita la necessità di crearne altre: a oggi ce ne sono solo altre tre». Le comunità ebraiche si posizionano in modo diverso alle problematiche della modernità, come il femminismo e l’omosessualità: «Le risposte sono diverse perché ogni comunità si muove in modo diverso tra le interpretazioni. È un’affinità che condividiamo con il cattolicesimo».