Molte fedi sotto lo stesso cielo

Cosa ha detto Nibras Breigheche sulla donna nella religione islamica

Cosa ha detto Nibras Breigheche sulla donna nella religione islamica
Cronaca 19 Ottobre 2017 ore 10:53

Molto di quanto crediamo di sapere sull’Islam è sbagliato, o quantomeno impreciso. Ce ne possiamo rendere conto solo confrontandoci con una personalità straordinaria e competente come Nibras Breigheche, «orgogliosa cittadina italiana e di fede musulmana», nata nel nostro Paese da genitori siriani e madre di due bambine. Nibras vive a Trento, ma mercoledì 18 settembre era a Bergamo per un intervento all’interno della rassegna Molte fedi sotto lo stesso cielo, per smontare i luoghi comuni che nel bene o nel male abbiamo sull’Islam e in particolare sulla condizione della donna.

La lingua. Sembrerà paradossale, ma «la maggior parte degli musulmani in Italia non parla l’arabo». Persino Nibras ha imparato la lingua alle università di Padova e Ca’ Foscari, è diventata mediatrice e dopo gli studi di teologia in Francia è diventata la prima donna guida spirituale islamica in Italia. «La preghiera del venerdì è sempre recitata prima in arabo, la lingua in cui è stato rivelato il Corano, ma poi immediatamente tradotta in Italiano per permettere a tutti di capirla».

 

 

La donna nel Corano e nella Sunna. Il sentore più diffuso riguardo all’Islam è che la religione discrimini la donna, ma Nibras smentisce tutto ciò leggendo direttamente diversi passi dei libri sacri. Ad esempio, nella Sunna, il libro degli insegnamenti del Profeta Maometto, si può leggere che «I migliori di voi sono coloro che trattano meglio le loro mogli» e «Qualcuno di voi non prova vergogna nel colpire sua moglie?». La verità è tutt’altra da quella che percepiamo: l’Islam non è una religione che promuove una società patriarcale, anzi in origine vi si contrappose. «Leggiamo che Maometto svolge le faccende di casa e dimostra la sua attenzione attraverso piccoli gesti quotidiani. Negli ultimi istanti della sua vita chiede di rimanere da solo con sua moglie, Aisha, e spira tra le sue braccia con il viso tra il suo collo e il suo petto».

Le discriminazioni. Ma allora perché soprattutto nei Paesi arabi la donna viene discriminata? «Il Profeta non volle che i suoi insegnamenti fossero messi per iscritto per non confonderli con quelli del Corano»: La Sunna fu messa insieme nei secoli successivi e per questo è stato possibile aggiungere dei detti falsi. Non si tratta di pochi, anzi la quantità di falsi è talmente consistente che Nibras ha un nome per tutto questo: «la fabbricazione di detti». «Il Forum Europeo delle Donne Musulmane ha condotto una ricerca pubblicando un elenco delle false aggiunte» come “non insegnate a scrivere alle donne”, che è in palese contraddizione con il Corano. Con questo Nibras non vuole far passare l’idea che «la condizione della donna sia tutta rose e fiori»: le discriminazioni sono reali, come l’alto tasso di analfabetismo femminile in alcune regioni della penisola araba. Quanto è certo è che non sono prescritte dalla religione: «Dobbiamo saper distinguere tra principi religiosi e regimi dittatoriali che li storpiano, falsificano e deviano».

 

 

Divorzio, poligamia, doveri del marito. Ci sono casi in cui le parole del Corano vengono completamente fraintese: è il caso del talaq, il divorzio musulmano, che viene erroneamente tradotto come ripudio. «Dio concede agli uomini di divorziare, anche se è una delle concessioni che detesta. Non c’è alcuna valenza negativa nel talaq, che significa soltanto “scioglimento” del legame matrimoniale». La donna non è nemmeno costretta a sposarsi, come racconta un episodio in cui una ragazza si reca dal Profeta in lacrime per essere stata costretta a prendere in marito un uomo scelto dal padre. «Maometto le risponde che deve considerarsi libera, perché il matrimonio è basato sul consenso». Questo è il vincolo principale dell’unione e per questo i musulmani oggi riconoscono il matrimonio civile come matrimonio religioso: «Gli imam spesso suggeriscono ai fidanzati di contrarre un matrimonio civile, anche se poi spesso si replica la funzione nella moschea».

Il Corano ha introdotto norme per regolamentare la poligamia, che nella società pre-islamica era la norma: «Gli uomini potevano avere tutte le donne che volevano e alla loro morte venivano spartite tra i figli con l’eredità. Il Corano fissa dei paletti, primo fra tutti il consenso da parte delle mogli». Se nel passato la poligamia poteva essere più comune, oggi è molto difficile che un uomo trovi una donna disposta a sposarsi e che la sua prima moglie accetti senza chiedere il divorzio: «Oggi è praticamente impossibile perché mentalità e consuetudini sono diverse. Inoltre il Corano prescrive che ogni uomo debba mantenere le sue mogli»: come potrebbe dunque garantire una casa a ciascuna sua consorte e lavorare per mantenere quattro famiglie, il numero massimo consentito? Infine, nei versi successivi del Corano Dio dice che «L’uomo deve essere equo con tutte le sue consorti e amarle allo stesso modo, ma sa bene che è impossibile».

La jihad e il terrorismo. «Ho un fratello con un nome bellissimo, si chiama Jihad. Quando i miei genitori gli diedero questo nome non potevano immaginare che di lì a qualche anno a quella parola sarebbe stata associata la guerra di religione». Jihad è un’altra parola storpiata, come talaq: «Non significa guerra, ma sforzarsi per fare del bene. Jihad ha infinite forme: è uno sforzo per creare qualcosa di positivo». Guerra ha un altro nome ed è una delle concessioni che Dio fa all’uomo ma che disprezza, e che va usata solo come legittima difesa. «Figuratevi se le armi di distruzioni di massa che oggi impiegano i terroristi sono per legittima difesa. Ogni teologo islamico che si rispetti è concorde su questo punto: il terrorismo è in contraddizione con il Corano». Nibras è infervorata, giustamente, e non può tacere: «Studi di sociologi non musulmani hanno dimostrato che i militanti dei gruppi terroristici sono ignoranti di religione islamica. Molti di loro non hanno mai messo piede in una moschea. Sono giovani emarginati, disadattati, che non sono riusciti a integrarsi e sono più facilmente adescabili da questi predicatori dell’odio».