La questione migranti

Cosa fanno le ong nel Mediterraneo (e perché e come e quanto)

Cosa fanno le ong nel Mediterraneo (e perché e come e quanto)
Cronaca 26 Giugno 2018 ore 05:30

I fatti che hanno coinvolto il Paese nelle ultime settimane e la rigida posizione presa in merito dal ministro degli Interni Matteo Salvini hanno di certo contribuito a riportare l’attenzione sul Mediterraneo e il tema caldo dell’immigrazione e delle organizzazioni non governative.

Cosa sono le ong. Sempre più spesso si palesa il rapporto tra la popolarità di un argomento e la sua ambiguità e in merito sono state spese tante, troppe parole, al punto da non saper più distinguere realtà da opinione. Cerchiamo di fare chiarezza: cosa sono le ong e qual è il loro compito nel Mediterraneo? Partiamo dal principio: si definiscono organizzazioni non governative perché non dipendono dal alcun ente statale, sono organizzazioni senza fini di lucro che si finanziano attraverso donazioni oppure grazie a elargizioni di filantropi. Alla base del loro operato vi sono generalmente interessi umanitari.

 

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Quando hanno iniziato a operare e perché. Con il Mediterraneo entrano in contatto soprattutto fra il 2014 e il 2015, in coincidenza sia con il termine di Mare Nostrum, il cui obiettivo era appunto il soccorso dei migranti, sia con l’aumentare del flusso di barconi in partenza dalla Libia. Le ong che in questo periodo operano nel Mediterraneo provengono da tutta Europa, nessuna di queste è italiana. A muovere le navi sono anche nomi importanti come Save The Children e Medici Senza Frontiere. Al giorno d’oggi la maggior parte delle ong si è ritirata a seguito di un ripetersi di atti aggressivi da parte delle guardie costiere libiche, sono solo quattro quelle ancora attive: SOS Mediterranée, Sea Watch, Proactiva Open Arms, Sea Eye.

Che cosa fanno. Quello che fanno è soccorrere i migranti una volta superate le acque territoriali della Libia per poi dirigersi in direzione dei porti Italiani. Il loro compito è aspettare al largo delle acque libiche che un ente situato a Roma, il quale si occupa di soccorso marino, l’Italian Maritime Rescue Coordination Centre (IMRCC) della Guardia Costiera, comunichi che un barcone ha preso il largo o addirittura è naufragato. A questo punto lo stesso ente prende formalmente il controllo della missione di salvataggio e successivamente la nave si dirige verso i porti italiani.

 

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I sospetti mai provati. In passato sono successi avvenimenti che hanno contribuito a gettare ambiguità sul tema delle ong, in particolare hanno coinvolto la nave Iuventa della Jugend Rettet, dalla costa libica, la quale si è resa protagonista di una serie di eventi sospetti possibilmente correlati alla loro matrice radicale, come l’essersi pericolosamente avvicinata al confine delle 12 miglia marine che scandisce il limite delle acque assegnate alla Libia.

Anche sulla base di tali avvenimenti si è sviluppato uno scetticismo generale nei confronti delle ong. Questa diffidenza ha dato inizio a delle indagini sotto la procura di Palermo, le quali però non hanno trovato effettivo riscontro. I magistrati non hanno individuato nessuna prova di una presunta collaborazione fra le ong e i trafficanti di uomini, inoltre non hanno verificato incongruenze fra l’attività delle suddette e le leggi italiane in merito.

 

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Perché sbarcano in Italia. Ma per quale ragione sbarcano proprio in Italia? Si dà il caso che il compito delle ong sia soccorrere i migranti secondo la convenzione di Amburgo del 1979 e altre norme sul soccorso marittimo. Tali regole prevedono che le navi si rechino presso il primo “porto sicuro”, stabilito in base alla vicinanza geografica e al rispetto dei diritti umani sul territorio.

Si delinea così l’impossibilità di ricondurre i soccorsi in Libia, per via della scarsità di diritti che sarebbero loro garantiti. Nei casi in cui le guardie costiere libiche riescano a rintracciare i barconi prima che abbandonino le 12 miglia marine assegnate alla Libia il trattamento che viene riservato ai migranti è la deportazione in centri di detenzione nei quali non vi rispetto alcuno dei diritti umani dell’individuo.

La Tunisia si trova a distanza ravvicinata, ma non ha un apparato sufficientemente organizzato per prevenire i bisogni dei migranti e le problematiche in cui si incorre nel gestire uno sbarco di persone. Inoltre non ha una legislazione completa sulla protezione internazionale. Anche Malta è più vicina alla Libia rispetto all’Italia, ma con una popolazione che è l’equivalente della metà degli abitanti di Genova non è attrezzata a gestire i flussi migratori dalla Libia. Le ong sono obbligate da accordi internazionali dunque a portare i soccorsi in Italia.

 

 

Incentivano il traffico di uomini? Nonostante il movente di natura umanitaria, può sorgere il dubbio che un’attività di recupero possa in qualche modo incoraggiare il traffico stesso di uomini. Per chiarire ogni nostro dubbio ha compiuto uno studio l’ISPI, dal quale è emerso che in realtà il numero di sbarchi dipende da altri fattori e non è correlato con l’attività delle ong. Sul sito ufficiale è riportato che i fattori più probabili d’incidenza sono «le attività dei trafficanti sulla costa e la “domanda” di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche». Il grafico correla appunto i due fattori. È inoltre doveroso ricordare che uno dei consistenti aumenti di sbarchi si è registrato al termine di Mare Nostrum prima che entrassero in gioco le ong, in pratica in un Mediterraneo senza soccorsi per i migranti.

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