Renzi ha ora un piano da 80 miliardi

La follia italiana di non sfruttare i fondi strutturali dell’Europa

La follia italiana di non sfruttare i fondi strutturali dell’Europa
03 Agosto 2015 ore 13:16

Fin da quando ha mosso i suoi primi passi, l’Unione Europea ha tentato di attuare un piano di fondi strutturali per favorire la cooperazione economica fra i Paesi aderenti e la crescita delle regioni meno ricche. Si tratta di un impegno interessante, che potrebbe essere considerato come una delle espressioni più alte della mission economica che l’Ue si prefigge. In sostanza si tratta di strumenti di intervento finanziario, denominati fondi strutturali, rimpinguati in maggior misura dai Paesi più ricchi e con lo scopo di sostenere progetti di formazione e di sviluppo negli Stati più svantaggiati, naturalmente dietro progressiva restituzione da parte dei beneficiari. Ma la bontà del progetto, per il momento, resta solo teorica, poiché concretamente, soprattutto per quanto riguarda l’Italia, le distorsioni e gli sprechi sono all’ordine del giorno.

I fondi strutturali europei: di cosa si tratta. Come accennato, i fondi strutturali europei sono strumenti di intervento creati e gestiti dall’Unione Europea per finanziare vari progetti di sviluppo all’interno dei Paesi aderenti. Gli obiettivi principali dei fondi strutturali sono tre: la riduzione delle disparità regionali in termini di ricchezza e benessere, l’aumento della competitività e dell’occupazione e il sostegno della cooperazione transfrontaliera. Si tratta di un progetto in cui l’Ue ha creduto fortemente, tanto da investirci addirittura un terzo delle intere risorse del bilancio (circa 335 miliardi di euro dal 2000 al 2013) spalmati su cicli settennali, l’ultimo dei quali iniziato proprio un anno fa, nel 2014. Da un punto di vista della realizzazione, la dinamica di afflusso di denaro si pratica attraverso un sistema di cofinanziamento: per un dato progetto in un determinato Paese, per ogni euro ricevuto dall’Ue e proveniente dai fondi strutturali, lo Stato beneficiario ne deve mettere uno proprio, così che complessivamente il sussidio risulti composto per metà da fondi europei e per metà da soldi del Paese in questione. Considerando quindi quanto viene versato all’Unione come contributo ai fondi strutturali (cifra tendenzialmente proporzionata agli aiuti ricevuti o da ricevere in futuro) e quanto viene speso per il cofinanziamento dei progetti, un Paese si ritrova a pagare il doppio di quanto riceve dai fondi. Sembra una stortura, ma in realtà, in linea di principio, il cofinanziamento è un’ottima idea: è un modo per coinvolgere il beneficiario, per assicurarsi che abbia un interesse nel progetto e abbia quindi gli incentivi giusti a portarlo avanti nel modo più efficace possibile. In parole povere: se già quest’aiuto che ricevo mi costerà il doppio, non posso permettermi di sprecare o non portare a compimento nel modo migliore questo progetto, sapendo che con il tempo, in termini di formazione effettuata e guadagni derivanti dal progetto realizzato, finirò con il guadagnarci. È una sorta di funzione motivatrice. Il problema è che l’applicazione pratica del cofinanziamento è stata tale da negare questo principio.

 

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Il caso italiano. L’Italia è stata fin da subito particolarmente coinvolta nella dinamica dei fondi strutturali europei, soprattutto in qualità di Paese beneficiario. La maggior parte dei finanziamenti ricevuti dal nostro Paese sono stati destinati a rilanciare le regioni del Mezzogiorno. I fondi strutturali destinati all’Italia consistono essenzialmente in due veicoli: il Fondo Sociale Europeo (FSE), che si occupa prevalentemente di formazione, sussidi al lavoro e inclusione sociale, e il Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR), che si occupa di sussidi alle imprese e infrastrutture. Fra il 2007 e il 2012 abbiamo ricevuto ben 61 miliardi di euro dai fondi strutturali, per realizzare quasi 700mila diversi progetti, appunto, di formazione e finanziamento. Tuttavia, mentre praticamente tutti i progetti di formazione sono attuati da Regioni o Provincie, solo il 4 percento del finanziamento totale proviene dalle Regioni (quasi niente dalle Province); il resto è finanziato in parti uguali da Stato italiano e Ue. Dunque, dal punto di vista dei soggetti che attuano i progetti, cioè Regioni e Provincie, i soldi del FSE sono praticamente gratuiti. Lo scopo del cofinanziamento europeo viene così completamente negato: chi cofinanzia le iniziative è la macchina centrale italiana, ma chi le attua sono le Regioni. Esse hanno dunque pochissimi incentivi ad assicurarsi che questi progetti funzionino effettivamente e l’intento motivazionale cardine della dinamica dei fondi strutturali viene meno. Sembra una logica assurda a questi livelli (se non sono io a rimetterci, nemmeno mi impegno), eppure la prassi certifica che il ragionamento effettuato è proprio questo.

 

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Una straordinaria opportunità buttata via. A questo punto la domanda che sorge è una: come garantire che i benefici degli investimenti, col tempo, supereranno i costi per la collettività (ovvero i soldi messi dallo Stato, sia in termine di restituzione che di cofinanziamento)? I costi per la collettività hanno due componenti: primo, i benefici che si sarebbero potuti ottenere se i soldi destinati a finanziare questi progetti fossero stati utilizzati in altro modo, per esempio lasciandoli nelle tasche dei cittadini; secondo, i costi diretti delle distorsioni causate dalla tassazione in questione (perché i soldi che lo Stato restituisce all’Ue sono soldi dei contribuenti, derivanti dalle tasse). La risposta alla domanda posta è che nessuno lo può sapere, poiché non esiste un organo centralizzato che monitori ciò che le Regioni e le Province fanno con i soldi che ricevono (tentò di crearlo Enrico Letta, ma poi il tutto finì in nulla). Da un punto di vista pratico, il risultato è invece chiaro: ci sono enormi quantità di denaro che restano inutilizzate, poiché chi di dovere non le utilizza per realizzare i progetti originari, e in secondo luogo vengono prelevati, attraverso le tasse, soldi per la restituzione all’Ue di denaro che nemmeno è stato utilizzato. Dei soldi ricevuti in questo 2014, per esempio, ci sono 12,3 miliardi di euro che giacciono inutilizzati, e se entro fine anno non verranno investiti torneranno all’Ue, perdendo una straordinaria possibilità di sviluppo. Il mancato utilizzo dei fondi, inoltre, impedisce di capire se effettivamente si tratti di una dinamica che permette, sul lungo periodo, di ottenere un guadagno che controbilanci il cofinanziamento, e si continua dunque a spendere e sprecare senza realizzare nulla e senza avere certezze circa l’utilità del processo. La formula di cofinanziamento attuata in Italia risulta quindi irragionevole e deleteria, oltre a rappresentare una grande opportunità non sfruttata.

 

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Il piano per il Sud di Renzi. Come annunciato nei giorni scorsi, il premier Renzi ha intenzione di sviluppare un imponente piano di finanziamento e sviluppo delle regione del Sud utilizzando (finalmente) i fondi strutturali europei in maniera adeguata. Si tratta di un piano che prevede l’utilizzo di 50 miliardi composti da cofinanziamento Italia-Ue, più un’altra trentina di miliardi derivanti da fondi non utilizzati negli anni scorsi e che l’Italia dovrebbe riuscire a mantenere (sì, avevamo 30 miliardi da investire e li abbiamo lasciati lì), per un totale di circa 80 miliardi. Il programma è molto ambizioso, teso a dare una svolta al turismo del Mezzogiorno, agli investimenti industriali e alla realizzazione di infrastrutture. Come ha detto il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, si tratterà di una sorta di “Piano Marshall” per il Sud, in cui i Governo intende porre le Regioni meridionali nelle condizioni migliori per poter cominciare una strada di sviluppo attesa da un’eternità. Occorre volare bassi, per il momento, ma almeno la notizia che, forse, i soldi che l’Unione europea ci mette a disposizione non finiranno in niente è già una buona notizia.

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