La morsa ingiustificata

Che cosa sta succedendo a Gaza

Che cosa sta succedendo a Gaza
Cronaca 16 Luglio 2018 ore 09:30

Quando il 14 maggio Israele ha reagito con il pugno di ferro contro i manifestanti palestinesi della Striscia di Gaza, tutta la comunità internazionale si è ricordata, improvvisamente, di questo lembo di terra conteso. Ad attirare l’attenzione sono stati, poco prima dell’inaugurazione dell’ambasciata americana a Gerusalemme, 40mila palestinesi che hanno manifestato nella striscia di Gaza, vicino alla barriera che la divide dallo Stato di Israele. Tra di loro c’erano intere famiglie, donne e bambini.

 

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La reazione ingiustificata. La reazione delle truppe israeliane è stata sproporzionata; i cecchini non hanno esitato a sparare né contro i giovani che tentavano di avvicinarsi, né contro persone disarmate, spesso lontane dal confine. Alla fine della giornata erano più di 60 i palestinesi uccisi e diverse centinaia quelli feriti. Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, ha accusato il presidente israeliano Benjamin Netanyahu di aver compiuto un vero e proprio massacro di civili disarmati, accusa alla quale Netanyahu ha risposto dando la responsabilità ad Hamas, considerata da Israele un’organizzazione terroristica, che secondo molti si sarebbe servita, durante le manifestazioni di Maggio, di alcune persone che avrebbero volutamente provocato le truppe israeliane. La questione, però, è ben più complessa ed è legata alla volontà di Israele di utilizzare armi da fuoco anche quando non strettamente necessario per proteggere vite umane. Se l’avvicinamento alla barriera non poteva essere valutato come minaccia alla vita delle persone, allora la reazione dello truppe dello Stato Ebraico è stata sproporzionata, anche perché rivolta verso abitanti di un territorio martoriato da anni di conflitti.

La morsa di Israele. La vita del milione e mezzo di Palestinesi che vivono sulla striscia di Gaza è, del resto, molto difficile. Israele controlla la costa e tutti i movimenti entro la Striscia, vietando ai coniugi di lasciare Gaza per raggiungere mariti e mogli in Cisgiordania, e ai parenti di partecipare ai funerali dei propri cari residenti oltre la barriera. Non c’è un aeroporto commerciale e i rifornimenti di beni di prima necessità sono sottoposti alle strette direttive di Israele, al punto che la carne e le verdure sono quasi sempre insufficienti. Le esportazioni sono talmente regolate da rendere difficili le attività produttive, provocando un aumento esponenziale della disoccupazione.

 

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Un'arma a doppio taglio. Gli attacchi del mese di maggio hanno fatto interrogare l’intera comunità internazionale rispetto al comportamento di Israele, che ha agito senza pietà nei confronti dei civili e di tutta la popolazione dei territori. Un atteggiamento che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, aumentando il sostegno internazionale alla causa palestinese e minando il sostegno al governo ebraico. «Mi spiace, comandante, non posso sparare», è, ad esempio, il titolo della campagna lanciata dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, lanciata nel tentativo di fermare le sparatorie sui manifestanti palestinesi disarmati a Gaza. In un Paese dove il servizio militare è obbligatori per tutti, donne comprese, la questione di Gaza sta diventando terreno di scontro sulla concezione dello Stato Ebraico, all’interno del quale non era prevista la prevaricazione indiscriminata degli altri popoli dei territori.

Gli scontri di Maggio e la situazione della striscia di Gaza rischiano, allora, di mettere a dura prova l’identità storica del sionismo e di Israele, minando le basi della democrazia di un Paese che troppo spesso si è nascosto di un atteggiamento che poteva ben riassumersi in «Tutti ci odiano». Un comportamento che ora la comunità internazionale non sembra più disposta ad accettare come giustificazione.