La protesta

Cosa sta succedendo in Iran Cinque punti per fare chiarezza

Cosa sta succedendo in Iran Cinque punti per fare chiarezza
02 Gennaio 2018 ore 09:15

Cosa sta succedendo in Iran? Perché improvvisamente nel Paese è dilagata una rivolta che ormai sta coinvolgendo tutte le maggiori città? Chi sta guidando questa ribellione che ha come principale obiettivo il governo moderato di Rouhani? Proviamo a rispondere.

 

1) Austerity e aumento dei prezzi

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La miccia che ha innescato l’incendio a livello popolare è stato l’aumento dei prezzi, in particolare di alcuni generi alimentari. Uova e carne di pollo hanno avuto un rialzo pare vicino al 50 per cento. Per milioni di persone è stata l’occasione per far sentire la propria esasperazione per condizioni di vita molto dure, mentre la disoccupazione giovanile è sempre su livelli superiori al 50 per cento. La rivolta quindi ha come primo obiettivo la politica di austerity del governo di Rouhani.

 

2) L’azione dei conservatori

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La rivolta ha preso però un preciso riferimento politico. Infatti è scattata a Mashad, città che oltre ad essere la seconda per grandezza, è anche la roccaforte dei conservatori. Mashad è la città di Ibrahim Raisi, il religioso che nel maggio 2017 aveva perso le elezioni contro Rouhani. Raisi è l’uomo sostenuto dalla “cupola” del potere dei religiosi, in particolare dalla guida Khamenei e dei Pasdaran, primo fra tutti Qassem Suleiman, il capo delle Forze Qods. Sullo sfondo c’è anche la delicatissima partita per la successione di Khamanei, la guida suprema, che sarebbe molto malato. Tra i candidati possibili c’è anche lo stesso Rouhani, il che costituirebbe una disfatta per i conservatori.

 

3) Le richieste dei giovani

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Ma in piazza non ci sono solo i conservatori. In piazza sono scesi anche i giovani, che chiedono, all’opposto, maggiori libertà e più opportunità di lavoro. Il caso bandiera della ragazza che ha fatto del proprio velo una bandiera, è diventato uno degli emblemi di questa rivolta. Per loro Rouhani aveva rappresentato una speranza di ripresa economica e anche di un maggior affrancamento dal potere religioso e dalle sue regole rigide. La politica di trasparenza di Rouhani ha rivelato quanti soldi lo stato riversi nelle casse delle fondazioni religiose. E questo in un momento in cui non si trovavano risorse per pagare gli stie di agli insegnanti.

 

4) La posizione degli Usa

La crisi di Teheran ha anche un delicatissimo profilo globale. Non a caso Donald Trump da giorni sta spingendo con i suoi metodi comunicativi diretti e senza fronzoli la popolazione a non fermarsi nella rivolta. Lo fa attraverso Twitter ed è uno dei motivi per cui il governo ha chiuso in questi giorni le connessioni internet. Trump è alleato con i sunniti dell’Arabia Saudita e si oppone all’asse sciiti-Mosca che di fatto ha vinto la guerra siriana e anche quella contro il terrorismo (che è di marca sunnita). È una partita che ora si è spostata nel campo di battaglia sanguinoso dello Yemen dove i due fronti sono ancora una volta su posizioni opposte. Trump sa che l’impegno militare è molto oneroso per Teheran alle prese con la crisi. Non a caso molto degli slogan in piazza sono contro gli impegni militari del governo.

 

5) Il fallimento degli accordi sul nucleare

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Sullo sfondo c’è poi la delusione rispetto alla grande speranza innescata dagli accordi sul nucleare sottoscritti da Rouhani con Obama e Putin. Un accordo storico che avrebbe dovuto portare alla fine dell’embargo e al ritorno degli investimenti esteri nel Paese. In realtà questo accordo non ha prodotto i frutti sperati, perché Trump lo ha combattuto sin dal primo giorno, mettendo sotto ricatto tutte le imprese, non solo quelle americane, che avessero investito in Iran.

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