Potrebbe aumentare il Pil dello 0,5%

Cos’è e perché è segreto il TTIP

Cos’è e perché è segreto il TTIP
20 Ottobre 2014 ore 17:47

Nell’ultima settimana si è accesa la discussione attorno al cosiddetto TTIP, cioè il Transatlantic Trade and Investment Partnership, più comunemente detto Trattato Transatlantico sugli Investimenti tra Europa e Stati Uniti, diretto alla creazione della più grande area di libero scambio al mondo: niente più dazi, niente più confini commerciali tra Vecchio Continente e Nuovo Continente. Il premier Matteo Renzi lo ha definito «un accordo vitale» e Confindustria non nasconde di sperare in una firma nel più breve tempo possibile. Attualmente, l’Italia, a causa dei dazi presenti nell’esportazione verso gli Stati Uniti, paga, in ogni settore commerciale, aumenti di costi non irrilevanti: nel calzaturiero il 10% in più, nel tessile il 5%, nella produzione di macchinari 1,2%, nelle bevande non alcoliche il 17%, nell’agroalimentare il 4%. La ratifica del trattato, oltre che abbattere questi oneri economici aggiuntivi, secondo le stime del Governo (in linea con quelle effettuate dall’Unione) porterebbe ad un aumento del Pil compreso tra lo 0,5% e addirittura il 4%. Ossigeno, aria freschissima in un periodo di crisi nera dell’economia italiana. Ma, come la storia insegna, niente è gratis e tutto, soprattutto in questi livelli, ha un costo.

Le polemiche. La negoziazione attorno al TTIP dura da moltissimi mesi, eppure se n’è parlato pochissimo. Il motivo? Principalmente uno: tutti gli atti del Trattato, sia in Europa che negli Stati Uniti, sono secretati. Nell’ultima settimana sono stati resi pubblici solamente i principi generali della negoziazione, non il succo della trattativa. La cosa non piace a tanti, che hanno più di un motivo per osservare con circospezione l’avanzamento delle negoziazioni: il rischio, infatti, è che con le barriere tariffarie, la firma del Trattato faccia saltare anche altre barriere, ben più importanti, cioè quelle su regole e standard minimi richiesti per la circolazione della merce, norme sulle sostanze chimiche tossiche, leggi sanitarie e prezzi dei farmaci. Il vero timore, soprattutto nel nostro Paese, è legato al mercato agroalimentare, che è anche il tema su cui si sta combattendo la più aspra battaglia nella negoziazione tra Europa e Stati Uniti. L’America ha più volte sottolineato che senza una revisione delle attuali norme relative al mercato agroalimentare europeo, il TTIP non si farà. Ma una revisione di queste norme potrebbe spalancare le porte a una marea di prodotti alimentari geneticamente modificati ben lontani dagli standard di qualità a cui siamo oggi abituati, più pericolosi e molto meno cari, in grado anche di distruggere l’attuale mercato dei produttori nostrani.

 

 

Speciale sul Prosciutto di Parma

Controllo di qualità del Prosciutto crudo di Parma.

 

La forza degli americani. Di un accordo di questo tipo si discute da anni, ma solamente nel 2013 le discussioni si sono tradotte in una concreta trattativa. Come è stato spiegato nella puntata del programma Report del 19 ottobre, il motivo di questo ritardo è molto meno nobile di quel che si potrebbe pensare: le lobby americane dei mercati vedono, nella crisi che sta vivendo il blocco europeo, un’enorme possibilità di guadagno e, soprattutto, la possibilità di imporre le proprie posizioni. Chi ha più bisogno del TTIP, oggi come oggi, sono le imprese europee, alla disperata ricerca di nuovi sbocchi commerciali dopo la crisi russa e il crollo finanziario post 2008. Per questo, nella negoziazione, gli americani si stanno rivelando inamovibili su certe condizioni: nello specifico, la loro richiesta è di poter vendere nel territorio dell’Unione gli stessi prodotti che vendono in America, senza dover sottostare a normative limitative, soprattutto nell’alimentare. La legge degli Stati Uniti, infatti, non prevede che sull’etichetta vengano tracciate le provenienze delle carni o vengano indicati come OGM gli alimenti geneticamente modificati, regole invece presenti nel mercato nostrano. Una ricerca condotta dalla Colorado University ha dimostrato che un alimento sulla cui etichetta è segnalata la presenza di OGM ha molto meno mercato di quelli biologici, nonostante il costo inferiore: un dato di fatto che svantaggia, e non poco, i prodotti alimentari americani.

 

Man buying fresh meat

Le etichette degli alimenti americani hanno molte meno informazioni da riportare rispetto a quelle degli alimenti europei.

 

Numeri e differenze. Eppure è innegabile che la firma del TTIP porterebbe indubbi vantaggi al mercato agroalimentare italiano: attualmente, il 16% del Pil del Belpaese si basa su di esso e il 19% della produzione italiana viene esportata all’estero. Una percentuale molto bassa rispetto, ad esempio, al 27% di produzione esportata dalla Germania, ma che potrebbe crescere grazie alla ratifica del Trattato. D’altro canto, aprire le porte ai produttori americani senza alcuna certezza regolamentare, potrebbe aprire le porte a conseguenze sanitarie di non poco conto: nell’ultimo anno, negli Stati Uniti, è stato calcolato che 1 americano su 6 è rimasto vittima di intossicazioni alimentari; 128 mila americani sono stati ricoverati in ospedale per intossicazioni alimentari; ben 3 mila sono addirittura morti. L’altro lato della medaglia sono i costi più bassi: solo per fare un esempio, una confezione di 6 uova, in Italia, costa di media 1,80 euro; 12 uova, negli Stati Uniti, costano 1,40 euro.

La vera soluzione, dunque, sarebbe trovare un punto d’incontro tra le stringenti (ma sicure) norme europee e le più “liberali” (ma decisamente meno accurate) norme americane. Che è proprio il tema su cui la trattativa s’è incagliata e fatica a concludersi. Non è un problema da poco. Le visioni di Europa e Stati Uniti al riguardo, infatti, sono diametralmente opposte: da noi vale il cosiddetto “principio di precauzione”, secondo cui, nel dubbio che una sostanza possa avere effetti negativi, il consumatore va informato o, addirittura, va vietato del tutto il suo uso; in America, invece, va provato scientificamente che una sostanza è nociva, altrimenti si può usare liberamente, senza alcun limite e senza avvisi che rischierebbero di rovinare il mercato. Visioni decisamente lontane.

 

 

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Il Parmigiano Reggiano è un prodotto DOP (Denominazione di Origine Protetta).

 

La “guerra” sulle denominazioni di origine. Come se non bastassero già questi temi a preoccupare i produttori italiani, con il rischio di vedersi inondato il proprio mercato di riferimento da prodotti di minor qualità, a prezzi stracciati e privi di alcun rigoroso controllo, c’è anche il delicato tema delle denominazioni di origine, cioè le note sigle DOC, DOP e IGP. Le multinazionali dell’alimentare americane, infatti, mal digeriscono questi riconoscimenti dell’Unione Europea a certi prodotti. Perché, si chiede la Kraft, solo il Parmigiano Reggiano prodotto in una determinata area d’Italia può usare quel nome? Questa limitazione toglie loro una fetta ampia di mercato e, per di più, una fetta assai lucrosa. Report, nella puntata sopracitata, ha reso noto un documento in cui, diverse multinazionali dell’alimentare americane, chiedono esplicitamente al proprio Governo di combattere le denominazioni di origine. Carlo Calenda, vice ministro dello Sviluppo Economico con delega al commercio estero, ha negato con forza che il TTIP porterà ad uno stravolgimento (in negativo) delle normative attualmente esistenti, ma sta di fatto che la segretezza degli atti non può tranquillizzare nessuno.

L’ombra di un Tribunale privato. La ratifica del TTIP porterebbe anche all’istituzione di un ISDS (Investor-State Dispute Settlement), ovvero un Tribunale privato dedicato alla risoluzione delle dispute che potrebbero insorgere tra Stati e investitori. L’ISDS sarà formato da tre giudici: uno nominato dagli Stati, uno dalle aziende e uno (solitamente il Presidente) di comune accordo. Le decisioni di questo Tribunale supereranno ogni norma interna o comunitaria e non prevedono ricorso. Il rischio è che queste decisioni siano un vero e proprio attacco alla sovranità interna. Per capire il loro funzionamento, basandoci anche su quelli già esistenti per altri Trattati internazionali, facciamo un piccolo esempio. Mettiamo caso che, con il TTIP già in vigore, l’Unione Europea decida di legiferare, con norme più restrittive, sulla produzione della carne. I produttori italiani, dovendo sottostare alle normative europee, si dovranno adattare e, conseguentemente, dovranno farlo anche i produttori americani entrati nel mercato europeo. Questi, però, ritenendo che il proprio investimento, antecedente alla nuova normativa, sia stato leso, potrebbero fare causa all’ISDS, chiedendo un rimborso milionario (se non miliardario) a tutela dell’investimento fatto. E se il Tribunale privato dovesse dar ragione all’azienda, la sovranità interna sarebbe totalmente svuotata.

Grande occasione o grande pericolo per produttori e consumatori? Questo è il mistero che circonda il TTIP, un Trattato di enorme portata che potrebbe cambiare per sempre le sorti del commercio mondiale. Se in positivo o in negativo, purtroppo, non è dato saperlo dato che gli atti restano secretati.

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