Una fotografia dell'Italia

Che cos’ha detto il rapporto Censis (onestamente, niente di buono)

Che cos’ha detto il rapporto Censis (onestamente, niente di buono)
08 Dicembre 2014 ore 10:00

«Il Paese delle Sette Giare»: così il Censis ha definito l’Italia che si delinea nel rapporto annuale, stilato anche per il 2014, reso noto il 5 dicembre. Un curioso modo per indicare la profonda frammentazione sociale del Paese, in cui potere sovranazionale, politica nazionale, istituzioni, minoranze vitali, gente del quotidiano, sommerso e comunicazione viaggiano su binari per il momento decisamente separati. Un’Italia in piena crisi, quella presentata dal centro di ricerca socioeconomica, vulnerabile, non consapevole e incapace di valorizzare le proprie potenzialità, e che non offre alcuna prospettiva alle tante categorie (giovani in primis) in difficoltà.

Un popolo preoccupato. «Cinicamente attendisti»: così vengono definiti gli italiani nel momento in cui riflettono sul futuro proprio e del Paese, impregnati di una predominante mancanza di speranza che si riflette sui comportamenti quotidiani. Nonostante il 47 percento della popolazione ritenga, per quanto riguarda la crisi economica, che il peggio ormai sia passato, la paura per un futuro incerto, rispetto al quale lo Stato non viene considerato come un protettore affidabile, ha portato gli italiani a non spendere praticamente nulla più del necessario, così da essere preparati rispetto ad ogni evenienza: il 45 percento delle famiglie destina il proprio risparmio alla copertura da possibili imprevisti, come la perdita del lavoro o la malattia, e il 36 percento che lo finalizza al desiderio di sentirsi con le spalle coperte.

Pensando al futuro, il 29 percento degli italiani prova ansia perché non ha una rete di protezione, altrettanta percentuale è inquieta perché ha un retroterra fragile, il 24 percento ritiene di non avere le idee chiare perché tutto è molto incerto, e solo poco più del 17 percento dichiara di sentirsi, quantomeno, abbastanza sicuro. C’è il rischio di una «deflazione delle aspettative», come la definisce il Censis, che a null’altro può portare se non ad una progressiva mediocrità.

E le famiglie? Quanto appena detto in merito alle minori spese dei singoli cittadini vale, analogicamente, anche per quanto riguarda le famiglie: pranzi e cene fuori casa ridotti del 62 percento, quasi quanto i momenti di svago, come un film al cinema (-58 percento); addirittura, in molti (il 44 percento) hanno cambiato le proprie abitudine alimentari pur di risparmiare qualche euro.

Anche il tasso di natalità ha profondamente risentito della difficoltosa situazione sociale ed economica del Paese: la maggior parte degli intervistati (85,3 percento) ha sottolineato il peso delle cause economiche nella mancata scelta di mettere al mondo dei figli, e in misura più marcata al Sud e, soprattutto, fra i giovani di età inferiore ai 34 anni (90,6 percento).

Capitale umano e artistico dissipato. La scure del rapporto cade con particolare veemenza sullo spreco di capitale umano e artistico del nostro Paese: per quanto riguarda il primo, sono quasi 8 milioni gli individui non impiegati, di cui 3 milioni di disoccupati, 1,8 milioni di inattivi, e 3 milioni di soggetti che si stanno lentamente rassegnando all’idea di non riuscire più a trovare un impiego.

Per quanto riguarda invece il secondo, nel Paese che ha più beni culturali di chiunque altro, il numero dei lavoratori nel settore della cultura (304 mila, l’1,3 percento degli occupati totali) è meno della metà di quello di Regno Unito (755 mila) e Germania (670 mila), e di gran lunga inferiore rispetto a Francia (556 mila) e Spagna (409 mila). Nel 2013, il suddetto settore – fa notare il Censis – ha prodotto un valore aggiunto di 15,5 miliardi di euro (solo l’1,1 percento del totale del Paese), contro i 35 miliardi della Germania e i 27 della Francia.

Cenni positivi dalle “4A”. Barlumi di speranza arrivano dai settori tradizionalmente forti dell’Italia, quelli indicati con la formula “4A”: alimenti, abbigliamento, arredamento, automobili. Il Belpaese, nonostante tutto, resta la quinta meta turistica più visitata al mondo, con 186 milioni di stranieri che nel 2013 hanno deciso di spendere le loro vacanze dalle nostre parti, spendendo ben 20 miliardi di euro (con un incremento del 6,8 percento rispetto al 2012).

L’export delle 4A è aumentato del 30 percento fra il 2007 e il 2013: in particolare, il settore alimentare, nello scorso anno, ha fatto registrare 27,4 miliardi di euro di esportazioni. L’Italia è, inoltre, il Paese con il più alto numero di alimenti a denominazione o indicazione di origine (266), seguita da Francia (219) e Spagna (179). Buone notizie, quindi, di cui l’Italia e gli italiani hanno bisogno per riacquistare fiducia nelle proprie risorse e nel futuro che li attende.

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