Un rischio scientificamente rilevante

La famiglia di Mango e la morte di crepacuore

La famiglia di Mango e la morte di crepacuore
11 Dicembre 2014 ore 06:40

D’amore si può morire. Ne siamo stati testimoni in questi giorni: domenica arriva la notizia del malore di Mango durante un concerto, mentre sul palco del Pala Ercole di Policoro, in Basilicata (sua terra di origine), stava cantando e suonando al pianoforte Oro, una delle sue hit più famose. Le note e la voce si arrestano d’improvviso, Mango alza la mano destra e sussurra le ultime parole di scusa al suo pubblico che subito non capisce. Poi la certezza che il suo cuore non ha retto e tra i suoi fans dice addio alla vita. A soli 60 anni. L’indomani, tragicamente, la stessa sorte colpisce Giovanni, fratello maggiore, sentitosi mancare dando l’ultimo addio al cantante nella sua villa. Un infarto che non lascia scampo. Ieri ancora: un altro fratello, Armando, compositore di alcune delle canzoni più famose di Mango, giunto all’ospedale di Lagonegro e appresa la morte anche del secondo fratello, perde i sensi e lo ricoverano d’urgenza. Sembra, per fortuna, senza esiti importanti o quanto meno letali.

Le pene sentimentali esistono. La vicenda della famiglia Mango parla di una verità: quella che al mal d’amore, almeno fino ad ora, non si dava credito. Misconfuso talvolta anche dalla scienza che curava il ‘crepacuore’ come un infarto. Perché le due malattie cardiache hanno sintomatologie ed esiti quasi simili, ma cause diverse: infatti se nell’infarto il problema dipende dall’ostruzione di una delle arterie coronarie che nutre il muscolo cardiaco, nel crepacuore ad essere coinvolto è il sistema nervoso simpatico il quale scarica un eccessivo numero di catecolamine, dei particolari ormoni che danneggiano in maniera più o meno importante l’organo, specie se questo è malandato per la presenza di qualche problematica esistente, o perché ne ha già viste tante con il passare degli anni da risultare fragile quasi come carta velina, o perché semplicemente il tempo passa e con esso tutto si logora. Ma non è sempre così. Lo abbiamo capito dalla famiglia Mango: il crepacuore per la perdita di una persona amata può colpire anche chi ha le coronarie ben pulite e ben funzionanti o chi è più giovane, secondo quella che la British Heart Foundation definisce una cardiomiopatia da stress o takotsubo. Il nome particolare, di origine giapponese, lo si deve ad uno speciale strumento utilizzato per la cattura dei polipi e che ricorda nella forma quella assunta dal ventricolo sinistro dopo che, inaspettatamente e senza segnali apparenti, è stato segnato dal colpo al cuore.

Lo studio ‘crepacuore’. Quanto l’amore può influire sulla fine vita? A questa domanda ha risposto uno studio dell’American Medical Association, che ha monitorato per sette anni lo stato di salute di 110 mila inglesi tra i 60 e gli 89 anni, provenienti da 401 ambulatori di medicina generale del Regno Unito. In quest’arco di tempo, circa un terzo dei numerosi pazienti ha avuto la sventura o di lasciare la vita terrena o di perdere il proprio compagno. Fra questi ultimi, è capitato che alcuni non accettassero il dolore dell’abbandono e raggiungessero il coniuge entro trenta giorni dal drammatico evento vissuto. Con una percentuale di rischio di morte anche raddoppiato rispetto a chi aveva potuto continuare il proprio cammino in coppia. Seppure il rischio restava in ogni caso significativamente basso, passando cioè dallo 0,08 per cento allo 0,16 per cento, gli autori lo hanno ritenuto comunque rilevante. Ma se si sopravviveva ai 30 giorni post-trauma, i livelli di rischio di dipartita rientravano nei parametri consoni all’età e ai fattori contingenti, seppure il dolore restasse una variabile importante.

Di colpo al cuore ci si ammala ma si può guarire. La ricerca confermerebbe quindi che il ‘colpo al cuore’ è una condizione temporanea, preceduta nella maggioranza dei casi da un grave stress emotivo, non necessariamente o esclusivamente un lutto. Infatti può verificarsi anche in caso di scherzi pesanti e di cattivo gusto subiti, e/o dopo essere stati vittime di disastri naturali. Ma lo studio attesterebbe anche che per lo più può non essere mortale, ma bensì curabile, grazie anche alla reversibilità della condizione che va diminuendo dopo il primo mese di lutto. Tutto sta nel cogliere quei diversi segnali distintivi, facendosi aiutare anche da esami strumentali in grado di rivelare se le coronarie sono state o no intasate da un trombo, e intraprendere la giusta terapia: l’una per l’infarto e l’altra per la sindrome del takotsubo.

Più attenzione alla sindrome da crepacuore. In ogni caso, secondo la scienza, maggiore assistenza sia fisica che psicologica andrebbe riservata in persone che hanno subito un recente lutto. E se la perdita, traumatica, del proprio amato o la fine di una storia d’amore possono portare alla morte, nel caso contrario, laddove c’è e finché dura, può stimolare una lunga vita e mettere una barriera protettiva tra sé e la malattia.

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