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Si chiama cardiomiopatia takotsubo

Di crepacuore si può morire lo dice anche la scienza

Di crepacuore si può morire lo dice anche la scienza
Cronaca 20 Agosto 2014 ore 12:00

Avere il crepacuore, o morire di crepacuore, non è un’espressione figurata, usata per dire che qualcuno ha sofferto terribilmente. Le romanze d’amore non c’entrano: è la scienza che parla. La sindrome da cuore spezzato si chiama cardiomiopatia takotsubo. Un forte stress emotivo, come un lutto o la fine di una relazione, può provocare la sollecitazione di alti livelli di adrenalina e la paralisi temporanea del muscolo cardiaco. Il ventricolo sinistro si deforma, assumendo una forma a palloncino o a takotsubo, lo strumento giapponese usato per catturare i polpi. Sono stati i Giapponesi, infatti, i primi ad avere rilevato l’elettrocardiogramma di questa patologia, negli anni Novanta.

La sindrome è tornata all’attenzione della letteratura scientifica grazie alla ricerca condotta dal team di cardiologi dell’università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma, coordinato da Filippo Crea e condotto da Leda Galiuto. I risultati dello studio sono stati pubblicati sull’European Heart Journal e spiegano i meccanismi alla base della patologia. Giuseppe Tarantini, capo di una ricerca padovana, ha invece scoperto che spesso la sindrome si accompagna a un’anomalia genetica, il ponte miocardico: una banda di tessuto muscolare che finisce sopra a un’arteria coronarica.

 

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I sintomi del crepacuore sono molto simili a quelli dell’infarto e consistono in difficoltà respiratorie e in un dolore toracico molto forte. Benché nella maggior parte dei casi si risolva in un paio di giorni, talvolta può portare alla morte. Il decesso per cardiomiopatia rappresenta infatti il 2% degli attacchi di cuore. I soggetti più a rischio sono gli anziani, soprattutto quando perdono il marito o la moglie, e le donne in menopausa. Non è un caso che il 90% dei casi di crepacuore sia declinato al femminile.

I dolori che mettono crepe nel cuore, dunque, esistono davvero. La scienza li inserisce nella fagocitante categoria delle esperienze stressanti, ma è solo questione di lessico.