Dalle accuse su cui indagava Nisman

Cristina Kirchner prosciolta ora punta il dito contro Israele

Cristina Kirchner prosciolta ora punta il dito contro Israele
03 Marzo 2015 ore 13:05

Almeno trecentomila persone sono scese in piazza domenica 1 marzo a Buenos Aires per dare il loro sostegno alla “Presidenta” Cristina Kirchner, e dimostrarle vicinanza negli ultimi dieci mesi del suo governo, mentre era impegnata nel suo ultimo discorso al Parlamento. La folla ha anche festeggiato il proscioglimento dalle accuse che la volevano implicata nella copertura di un attentato contro il centro mutualistico ebraico Amia, del 1994, dove morirono 85 persone. Una sentenza, quella dei giudici, passata per la verità un po’ sotto silenzio, ma che dichiara che «le ipotesi di reato sono insostenibili». Una vicenda che riguarda anche la morte di Alberto Nisman, il procuratore che sosteneva la colpevolezza della Kirchner nell’insabbiare le indagini ai fini di nascondere un coinvolgimento dell’Iran.

Centro-sinistra in piazza. La manifestazione in sostegno della Presidenta, fa seguito all’imponente “Marcha del silencio” del 18 febbraio, organizzata dalla magistratura, nella quale hanno sfilato la famiglia di Nisman e buona parte dei leader dell’opposizione. Se meno di un mese fa sono stati mostrati cartelli per chiedere la verità sulla morte di Nisman e sulle indagini che stava portando avanti, domenica in piazza si sono visti striscioni, bandiere e magliette che ritraevano la faccia dei coniugi Nestor e Cristina Kirchner. Una Buenos Aires diversa da quella scesa in piazza a febbraio su consiglio dei pubblici ministeri. Questa volta c’erano il ceto medio e medio-basso della popolazione, oltre a molti giovani lavoratori e studenti, che si riconoscono in una connotazione politica di centro-sinistra. In piazza si è vista la Buenos Aires che crede nell’innocenza della Kirchner e che è convinta che il castello di accuse sia stato costruito ad arte dall’opposizione per creare scompiglio nel Paese sudamericano. Una situazione molto simile a quella di cui si parla a proposito della Russia di Putin e delle responsabilità del leader del Cremlino nell’uccisione del suo oppositore Boris Nemtsov. Infatti, da quando Nisman ha accusato la Kirchner di avere responsabilità nell’attentato all’Amia, il Paese è in subbuglio. E lo è ancora di più da quando Nisman è stato trovato morto nel suo appartamento chiuso a chiave dall’interno. Si dice si sia suicidato, e si dice anche sia stato costretto a suicidarsi. Sta di fatto che pur possedendo due pistole, il colpo che lo ha ucciso è stato sparato da un’altra pistola, ritrovata accanto al suo cadavere, e sulle sue mani nemmeno una traccia di polvere da sparo.

 

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L’attentato del 1994 e le indagini. I fatti a cui ci si riferisce per la Kirchner e su cui Nisman indagava risalgono al 1994. All’epoca al governo in Argentina c’era Carlos Menem, che di origini era siriano. Da pochi mesi era stato riconfermato al suo secondo incarico alla Casa Rosada. Israele ha sempre attribuito l’attentato all’Amia all’Iran e il procuratore Nisman indagava sul caso. Secondo lui i vertici peronisti e la stessa Kirchner avrebbero insabbiato la “pista iraniana” per privilegiare gli interessi economici fra i due Paesi. Secondo Nisman la Kirchner avrebbe chiesto al suo ministro degli Esteri Hector Timerman e ad altri funzionari di attivarsi per trovare una qualche forma di immunità per alcune persone di origini iraniane sospettate per l’attacco, sperando in questo modo di migliorare i rapporti diplomatici e commerciali con l’Iran per ottenere forniture di petrolio a prezzi più vantaggiosi. Cosa, peraltro, che non si realizzò mai. Secondo Nisman i vertici peronisti e la stessa Kirchner avrebbero insabbiato la “pista iraniana”.

Va detto che le autorità giudiziarie argentine non hanno mai dato troppo credito ai documenti presentati da Nisman, spesso considerandoli carta straccia perché ottenuti da fonti poco attenibili in quanto falsamente spacciate per servizi segreti. In vent’anni di inchieste non si è mai giunti a capo di nulla, tanto che nel 2005 l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio, firmò una petizione per chiedere giustizia.

Il proscioglimento da ogni accusa. Il 25 febbraio scorso, il giudice federale argentino Daniel Rafecas aveva deciso di non incriminare la presidente Christina Kirchner poiché nei documenti di Nisman «non c’è una sola prova o un solo indizio, nemmeno circostanziale, che punti verso il capo di Stato». Inoltre, il giudice non si limita a definire «allarmante e grave» l’attacco rivolto alla capo dello Stato, ma sostiene che l’accusa sia in sostanza il frutto di un «salto d’immaginazione». E questo giudice federale non è l’unico a considerare le prove deboli. Dopo che il portale news argentino Infobae ha diffuso tutte le intercettazioni, migliaia di registrazioni di telefonate, effettuate nel quadro dell’inchiesta diretta dal procuratore Alberto Nisman, sono in molti a Buenos Aires, anche furiosi oppositori della Kirchner, ad averne trovato il contenuto non sufficiente ad accusare nessuno di copertura di strage.

L’attacco della Presidenta. Forte di questo proscioglimento la Presidenta non ha nascosto il suo risentimento nei confronti di Israele, che a suo dire avrebbe avuto un ruolo fondamentale nel viziare le indagini. Dal 2006, dopo quasi vent’anni di silenzi proprio per quel sanguinoso attentato, l’Argentina ha riallacciato i rapporti con l’Iran, che oggi rappresenta il secondo compratore mondiale della soia prodotta in Argentina. Una scelta che non è piaciuta agli Stati Uniti e, soprattutto, a Israele. Oggi, a distanza di anni, e con il Medioriente in balia degli estremismi, gli attentati avvenuti in Argentina venti anni fa, secondo la Kirchner si prestano a diventare «terreno di operazioni politiche sulla scacchiera della politica nazionale ed internazionale». La Presidenta, in occasione del suo discorso in Parlamento per inaugurare la sua ultima sessione legislativa (per la Costituzione argentina non potrà ricandidarsi alle prossime elezioni), ha accusato Israele di mancare di chiarezza riguardo al caso e di stare orchestrando una campagna per colpire la sua persona e il suo Paese per i legami stabiliti con Teheran.

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