Oltraggio a un simbolo religioso

Il Cristo di Rio non è uno spot

Il Cristo di Rio non è uno spot
11 Giugno 2014 ore 10:32

Il Cristo Redentore di Rio de Janeiro è il simbolo per eccellenza della città brasiliana arrivando a diventare nel 2007 una delle meraviglie del mondo.

Per diversi giorni la Rai ha mandato in onda una pubblicità per promuovere i Mondiali 2014 in Brasile che terminava proprio con l’immagine della statua del Cristo Redentore. Il filmato mostra sequenze di ragazzi delle favelas che giocano a calcio scalzi concludendo con il Cristo che vestiva, come un tifoso qualsiasi, la maglia della nazionale italiana. A voler esser precisi la maglietta in questione è quella di Antonio Cassano con il numero dieci. Nessuno in Italia si è scandalizzato della scelta, anzi, al contrario in molti l’avevano considerata una simpatica trovata pubblicitaria. Chi invece non ha gradito questa scelta è stata l’Arcidiocesi di Rio. Di fatti i diritti d’immagine della celebre statua che dalla cima del monte Corcovado sovrasta Rio, sono di proprietà della stessa arcidiocesi carioca, retta dal cardinal Orani João Tempesta, che attraverso i suoi legali ha chiesto una cifra che si aggiorna intorno ai 7 milioni di euro alla Rai per oltraggio a un simbolo religioso molto amato dai brasiliani. Il ricavato sarà devoluto ai poveri. La pubblicità è stata immediatamente rimossa anche se è ancora facile trovarla in giro per il web.

https://www.youtube.com/watch?v=ZRGaY1zcqNU

L’avvertimento
Già a fine maggio erano cominciate anche in Italia le polemiche sull’uso di elemento sacro all’interno di una pubblicità sui mondiali. Il primo a farsi sentire è stato Don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, «Questo spot della Rai sta suscitando diverse critiche. Ci siamo appropriati di un simbolo che non ci appartiene, vestendolo con la maglietta azzurra della Nazionale di calcio. Cristo, sì, ci appartiene. Ma quella statua del Corcovado fa parte della storia del Brasile». Successivamente era intervenuto anche il direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale del tempo libero, turismo e sport, don Mario Lusek, che aveva parlato di “fastidio” della Santa Sede. Poi era intervenuto anche Edio Costantini, presidente del Centro Sportivo Italiano e ideatore della Clericus Cup – il campionato di calcio per preti e seminaristi del Vaticano – che aveva detto: «In un tempo in cui i valori religiosi sembrano diventati quasi insignificanti e tutto è diventato commercio, è giusto che si faccia sentire l’indignazione anche con un atto di forza».

I precedenti
La Rai è non è stata l’unica a finire nel mirino dell’Arcidiocesi di Rio. Per esempio, la casa di scommesse britannica Landbroke era già stata multata per avere vestito il Cristo Redentore con una camicia di calcio. Anche l’Abc e Warner Bros avevano usato l’immagine del Cristo Redentore in un remake di “V” ed erano stati multati. Lo stesso era accaduto alla Pirelli quando aveva sostituito il Cristo Redentore con Ronaldo.

Il giudizio

Ogni intervento su un simbolo religioso – per sbadato o “innocente” che sia – sommuove un sostrato profondo di questioni. Il Cristo del Corcovado è uno di questi simboli. Fargli indossare la maglia della nazionale di calcio è un modo per riconoscerlo e, insieme, per tentare di appropriarsene. In questo doppio movimento sta il senso dell’operazione. Che non è esattamente nuova. Quarant’anni fa la campagna pubblicitaria dei jeans Jesus suscitò, oltre alla reazione dell’episcopato, la presa di posizione di Pier Paolo Pasolini. Intellettuale tra i più acuti del tempo – il più attento, forse, ai cambiamenti in atto nella società italiana – vide realizzarsi, nel “folle” slogan di quella campagna, la sintesi dello scontro tra la cultura umanistico– religiosa allora in fase di smobilitazione e la nascente e aggressiva cultura dei consumi. Ne riproponiamo un brano come contributo alla comprensione di quanto accaduto in Brasile in questi giorni.

[…] Il futuro non appartiene né ai vecchi cardinali, né ai vecchi uomini politici, né ai vecchi magistrati, né ai vecchi poliziotti. Il futuro appartiene alla giovane borghesia che non ha più bisogno di detenere il potere con gli strumenti classici; che non sa più cosa farsene della Chiesa, la quale, ormai, ha finito genericamente con l’appartenere a quel mondo umanistico del passato che costituisce un impedimento alla nuova rivoluzione industriale; il nuovo potere borghese infatti necessita nei consumatori di uno spirito totalmente pragmatico ed edonistico: un universo tecnicistico e puramente terreno è quello in cui può svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo. Per la religione e soprattutto per la Chiesa non c’è più spazio. La lotta repressiva che il nuovo capitalismo combatte ancora per mezzo della Chiesa è una lotta ritardata, destinata, nella logica borghese, a essere ben presto vinta, con la conseguente dissoluzione “naturale” della Chiesa.

Sembra folle, ripeto, ma il caso dei jeans “Jesus” è un spia di tutto questo. Coloro che hanno prodotto questi jeans e li hanno lanciati nel mercato, usando per lo slogan di prammatica uno dei dieci Comandamenti, dimostrano – probabilmente con una certa mancanza di senso di colpa, cioè con l’incoscienza di chi non si pone più certi problemi – di essere già oltre la soglia entro cui si dispone la nostra forma di vita e il nostro orizzonte mentale. C’è, nel cinismo di questo slogan, un’intensità e una innocenza di tipo assolutamente nuovo, benché probabilmente maturato a lungo in questi ultimi decenni (per un periodo più breve in Italia). Esso dice appunto, nella sua laconicità di fenomeno rivelatosi di colpo alla nostra coscienza, già così completo e definitivo, che i nuovi industriali e nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione. Tale laicità è un “nuovo valore” nato nell’entropia borghese, in cui la religione sta deperendo come autorità e forma di potere, e sopravvive in quanto ancora prodotto naturale di enorme consumo e forma folcloristica ancora sfruttabile.

Ma l’interesse di questo slogan non è solo negativo, non rappresenta solo il modo nuovo un cui la Chiesa viene ridimensionata brutalmente a ciò che essa realmente ormai rappresenta: c’è in esso un interesse anche positivo, cioè la possibilità imprevista di ideologizzare, e quindi rendere espressivo, il linguaggio dello slogan e quindi presumibilmente, quello dell’intero mondo tecnologico. Lo spirito blasfemo di questo slogan […] è qualcosa di più che una pura trovata spregiudicata […] Infatti lo slogan di questi jeans non si limita a comunicarne la necessità del consumo, ma si presenta addirittura come la nemesi – sia pure incosciente – che punisce la Chiesa per il suo patto col diavolo. (ossia per aver accettato la cultura della borghesia industriale, ndr)

[…] ormai si tratta di un fatto irreversibile anche se forse molto anticipato: il suo spirito è il nuovo spirito della seconda rivoluzione industriale e della conseguente mutazione dei valori.

Estratto da: Pier Paolo Pasolini, Il folle slogan dei jeans Jesus, «Corriere della Sera», 17 maggio 1973

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