Un'indagine statunitense

La crudeltà dei cartoni animati (non fa poi così bene ai bambini)

La crudeltà dei cartoni animati (non fa poi così bene ai bambini)
27 Dicembre 2014 ore 11:00

Si comincia con la vigilia di Natale e quasi per tutti i giorni di festa: i cartoni animati alla tv sono spesso la compagnia dei grandi e dei piccini. Ma gli esperti avvertono: la visione da parte dei bambini deve essere affiancata dagli adulti perché, in queste storie pensate per loro, non c’è sempre il lieto fine (o arriva dopo molte vicissitudini). Anzi è probabile sia rappresentata la perdita di mamma e papà, un dolore virtuale difficile da capire, specie intorno ai tre anni di età.

La rappresentazione della perdita di mamma e papà. I cartoni animati spesso mettono i bambini di fronte agli aspetti più crudi e dolorosi della vita: ad esempio la perdita dei genitori, rappresentata e raccontata fino a 2,5 volte tanto rispetto a quanto avviene nelle pellicole da grandi. A stabilire questa percentuale è uno studio effettuato da ricercatori dell’università di Ottawa, negli Stati Uniti, e pubblicato sul British Medical Journal: gli studiosi hanno passato in rassegna i cartoni animati più di successo, da Biancaneve del 1937 fino a produzioni più recenti come Frozen del 2013, confrontando ognuno di essi con due film drammatici per adulti più famosi dello stesso anno.

 

Bambi Crying in Snow

 

Ai due citati se ne possono aggiungere diversi altri: basta pensare a Bambi, dove il piccolo cerbiatto ancora instabile sulle zampe, indifeso e sperduto in mezzo alla neve, perde la mamma, uccisa da un cacciatore di cervi; o a Cenerentola, una bellissima giovane, orfana di entrambi i genitori, che deve subire poi i soprusi della matrigna cattiva; fino ad Heidi, che, dopo la morte del papà Tobias per un incidente e della mamma Adelaide per crepacuore, va a vivere con il burbero nonno paterno in montagna. Ma anche la giapponese Candy Candy, abbandonata all’orfanotrofio Casa di Pony; o, ancora, Pinocchio che, se non un vero e proprio lutto, deve subire comunque il distacco dal papà Geppetto, inghiottito nella pancia della balena.

La reazione dei bambini. A giustificazione di queste perdite, i ricercatori spiegano che è diversa la modalità in cui i piccoli sono separati dai genitori: nei film per adulti, e nel 33 percento dei film esaminati, le maggiori cause di morte sono defenestrazioni (voli dalle finestre) o cadute, seguite a ruota dalle armi da fuoco (nel 14 percento dei casi), mentre nei film per bambini nella maggior parte delle situazioni è l’attacco da parte di altri animali il leitmotiv prevalente, seguito dai casi della vita (la malattia in primis).

 

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Chi produce i film, dicono gli psicologi, non si preoccupa del fatto che la storia animata possa essere vista da un bambino di tre anni come da uno di dieci: però le reazioni possono essere molto differenti, perché una scena in cui muore un genitore può traumatizzare anche in maniera importante i bambini sotto i sette anni, che non hanno ancora la maturità per capire, accettare e lasciarsi alle spalle le eventuali ripercussioni emotive.

Meglio, comunque, con moderazione. Quindi, sì ai film di animazione, dicono gli esperti, ma con moderazione e sempre con una visone accompagnata, perché un bambino piccolo spesso non riesce a collegare le scene più crude con la possibilità comunque di una conclusione a lieto fine (come per fortuna poi avviene in quasi tutti i cartoni animati). Sempre considerando, comunque, che ciò che resta più impresso sono dapprima le immagini che suscitano le emozioni più forti (come la morte), le quali sono anche le più difficili da dimenticare o da accogliere e accettare.

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