E anche in provincia

I dati sulle assunzioni a Bergamo (sostanzialmente, in lieve calo)

I dati sulle assunzioni a Bergamo (sostanzialmente, in lieve calo)
16 Settembre 2016 ore 12:53

L’Agenzia Regionale per l’Istruzione, la Formazione e il Lavoro (Arifl) ha pubblicato il suo periodico Report sul Mercato del Lavoro relativo al secondo trimestre 2016. I report di Arifl sono basati sul monitoraggio e l’analisi delle Comunicazioni Obbligatorie di Borsa Lavoro e sono utili a determinare i livelli di occupazione sul territorio regionale e anche, almeno in parte, a prevederne le evoluzioni. Oltre a uno sguardo allargato all’intera Lombardia, il rapporto di qualche giorno fa consente di indagare anche, nello specifico, la situazione bergamasca.

 

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Assunzioni e cessazioni di contratto. E per Bergamo e provincia, ahinoi, si registra un’inflessione del 10 percento rispetto allo stesso trimestre del 2015. Una percentuale che si traduce, tra aprile e giugno, in 28.499 nuove assunzioni (meno 7 percento in meno rispetto a gennaio-marzo) e 30.330 chiusure di contratto. Il che, di conseguenza, determina un saldo negativo tra assunzioni e cessazioni che corrisponde alla cifra negativa di – 1.831, probabilmente dovuto alla fine degli incentivi per le assunzioni garantiti alle imprese dal governo (il condizionale è d’obbligo, dato il periodo ristretto considerato).

La tendenza, se si consultano i grafici lombardi, si registra in tante altre province, come ad esempio Milano, che perde quasi il 12 percento delle assunzioni (saldo assunzioni-cessazioni: – 1.336) rispetto al 2015. Mentre rimane salda invece Brescia, che segna, per i nuovi contratti, un 6,7 in meno relativamente al trimestre dell’anno scorso, ma comunque con un saldo positivo assunzioni-cessazioni di 2189.

 

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I settori. Se si entra nel dettaglio della situazione bergamasca analizzando i diversi settori d’impiego, il più sofferente risulta essere quello di commercio e servizi, con soli 16.392 avviamenti, ovvero 1.694 in meno rispetto al relativo trimestre 2015. Numeri che confermano, peraltro, la tendenza già iniziata tra gennaio e marzo (anche qui, 1.875 in meno). E calano anche Costruzioni (2683, ovvero – 541) e Industria (8.725, cioè un rilevante – 760). Un po’ meglio invece l’Agricoltura (699, ovvero un timido + 59).

Tipologia di contratto. Altro dato da rilevare, la tipologia di rapporto lavorativo. Di fatto, a livello regionale, il 50,5 percento dei lavoratori ha un contratto a tempo determinato, contro il 25,8 percento a tempo indeterminato, ed è da evidenziare un – 27,4 percento nel passaggio di contratto da tempo determinato a indeterminato. Aumenta dunque la precarietà, in barba alla decontribuzione sui contratti a tempo indeterminato introdotta dal Jobs Act.

 

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Le reazioni. La flessione, seppur non esagerata e circoscritta al secondo trimestre, c’è. Sulle pagine de L’Eco del 15 settembre, il prorettore dell’Università di Bergamo Marco Lazzari, con delega alle politiche di raccordo con il mondo del lavoro, ha comunque auspicato prudenza nella ricezione dei dati e invitato a considerarne la parzialità: «Le indagini sul mondo del lavoro e sull’occupazione misurano grandezze diverse che non possono essere paragonate fra loro: i numeri diffusi dalla Agenzia regionale contrastano con quanto l’Istat aveva dichiarato il giorno prima, e sono diversi ancora da quelli del ministero del Lavoro di venerdì scorso. Occorre procedere ad analisi più approfondite e meno di parte».

I sindacati sono invece di tutt’altro avviso e, su L’Eco del 16 settembre, esprimono tutta la loro preoccupazione. Piccinini, segretario generale della Cisl, sostiene che la stasi si prolunghi in realtà da diversi anni, «troppi. Nessuno investe più nei centri per l’impiego in attesa di capire se le competenze saranno della Regione o dello Stato». E sui centri per l’impiego focalizza l’attenzione anche Bresciani della Cgil, che specifica e polemizza: «In Italia nei centri per l’impiego abbiamo 14mila dipendenti, in Germania sono 150mila e in Inghilterra 200mila», e per di più «non basta stare ad aspettare alle scrivanie, ci si deve muovere sul territorio creando relazioni con le imprese e i centri di formazione».

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