La preghiera da San Pietro

Cosa ha detto il Papa a Natale sui bambini abusati e uccisi

Cosa ha detto il Papa a Natale sui bambini abusati e uccisi
26 Dicembre 2014 ore 17:57

Siamo papisti. Papalini, papa-non sappiamo cos’altro. Giovedì, giorno di Natale, sulla loggia di san Pietro qualcosa è successo. Il papa ha esordito ricordando il vecchio Simeone, che quando si trovò tra le braccia Quel Bambino – un bambino come tanti – seppe distinguerlo dai tanti altri e si lasciò andare a quella richiesta a Dio che a duemila anni di distanza risuona ancora tra noi ogni sera, quando il buio sembra prevalere: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli». “Sì, fratelli – ha proseguito papa Francesco – Gesù è la salvezza per ogni persona e per ogni popolo!”.

Ci vuole un bel coraggio a dire quel “sì” oggi. E ancor di più ce ne vuole a pronunciarlo prima di cominciare una serie di nomi di popoli per i quali sembra che le cose vadano ben altrimenti in questi tempi; nomi di Paesi per i quali – verrebbe da pensare – la sola salvezza sarebbe che non esistessero. Nell’ordine: Iraq, Siria, altri gruppi etnici e religiosi che patiscono una brutale persecuzione, Medio Oriente, Israele, Palestina, Ucraina, Nigeria, Libia, Sud Sudan, Repubblica Centroafricana, diverse regioni della Repubblica Democratica del Congo, Pakistan, Liberia, Sierra Leone e Guinea – le ultime tre per via di Ebola.

Nossignore, ha detto il papa, non è vero che il male prevarrà: anche per loro la salvezza esiste e la salvezza è quel bambino che al termine della sua vita il vecchio Simeone ebbe la fortuna di riconoscere.

Due paragrafi per il mondo, i due successivi dedicati solo ai bambini, ai tanti bambini abusati senza distinzioni di nazione, popolo o regione geografica. Bambini e basta. C’era già nell’aria qualcosa di diverso dal solito, giovedì, sulla loggia. Il papa aveva abbandonato le vesti festive e la danza dei copricapo che – in ottemperanza al cerimoniale – funesta alcune ricorrenze: metti la mitra, togli la mitra, solo con lo zuccotto, copri lo zuccotto. Era lì con la sola stola, come un prete in chiesa quando non c’è la messa. Nemmeno il pastorale. E il fiato mozzo, dopo il giro del mondo in guerra o sotto attacco di malattie feroci, gli altera il ritmo delle parole.

Dall’andamento largo del ricordo del mondo e dell’invocazione: “Gesù salvi i troppi fanciulli vittime di violenza, fatti oggetto di mercimonio e della tratta delle persone, oppure costretti a diventare soldati” al penoso incedere come zoppicando di “bambìni, tànti bambìni abusàti”. Poi si riprende, di nuovo, perché non si può cedere nemmeno al dolore. Non bisogna dargliela vinta, al male. Il suo pensiero va allora ai piccoli “privati dell’amore generoso dei loro genitori” – non genericamente la vita, ma quella meraviglia della vita che è l’amore dei genitori che li paciuga e li coccola è tolto ai bambini non nati – ai bambini sfollati per le guerre e, ancora ai bambini “abusati e sfruttati sotto i nostri occhi e il nostro silenzio complice” che è più grave ancora della guerra, perché “il nostro silenzio complice” viene prima dei “bambini massacrati sotto i  bombardamenti”. Sotto il nostro silenzio – sotto i bombardamenti. Sotto la spada di tanti Erode. Sotto, a terra.

Ex abundantia cordis os loquitor. (La bocca parla di ciò di cui il cuore trabocca). La voce del cuore è il suo ritmo. Un ritmo, quello del cuore del papa, giovedì e non solo, che si dilata ad abbracciare il mondo e si contrae sul dolore di piccoli, dei tànti bambìni abusàti sotto i colpi di Erode, delle bombe d’aereo, del nostro silenzio. Complice. Ha detto così: silenzio complice.

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