Un articolo de Il Giornale

Di Pietro in treno con Minzolini Uno sfogo che val la pena leggere

Di Pietro in treno con Minzolini Uno sfogo che val la pena leggere
Cronaca 22 Febbraio 2016 ore 12:20

Giovedì scorso sul treno Roma-Milano si sono trovati a tu per tu Antonio di Pietro, protagonista numero uno di Mani Pulite e dell’Italia dei Valori, e Augusto Minzolini, principe dei retroscenisti politici ai tempi de La Stampa e poi direttore del Tg1 nell’era berlusconiana. Il primo è ormai fuori dal Parlamento e osserva la vita politica quasi con fastidio; il secondo è appena stato assolto dall’accusa di aver utilizzato la carta di credito aziendale per spese personali e si è detto «disgustato dai media». Due reduci che dopo tante battaglie vinte e perse non hanno più nulla da nascondere. Ed ecco allora che un incontro fortuito si è trasformato in uno sfogo “off de record”, nel quale Di Pietro ha riletto, alla luce della politica e della giustizia di oggi, gli anni delle grandi inchieste contro i partiti, mentre il giornalista annuiva e prendeva appunti. Ne è uscito un interessante articolo pubblicato su Il Giornale con il titolo: Troppi dipietrini tra i magistrati, era meglio la Prima Repubblica. Ne pubblichiamo una parte.

 

Troppi dipietrini tra i magistrati
era meglio la Prima Repubblica

di Augusto Minzolini

 

«Ciao, come va?»: l’esordio è quello che contraddistingue gli incontri casuali di persone che si conoscono, ma non si frequentano. Antonio Di Pietro, con indosso la tradizionale giacca color cammello e pantaloni di flanella grigia, armeggia nella carrozza numero 4 del diretto Roma-Milano delle 15 di giovedì scorso, per trasformarla in una postazione di lavoro.

Si inginocchia e con un po’ di fiatone attacca le spine di telefonino e computer. In fondo non si aspettava quel saluto, visto che il sottoscritto ha passato i suoi guai per un esposto dell’allora politico Di Pietro sulle vicende Rai. Ma visto che il ghiaccio è rotto, risponde con un mezzo sorriso e parole di circostanza: «Come va?… Bene. Vedo che questa (…)(…) settimana vanno tutti a Milano». Poi sfodera la frase di rito con cui si presenta da quando è rientrato nella società civile: «…io ormai faccio parte dell’associazione dei reduci, che debbo dire?».

Già, questa è una conversazione tra reduci di tanti anni di storia italiana. Un colloquio informale all’ombra dei ricordi, dei rimpianti, delle illusioni, delle delusioni in cui a volte si cullano e altre volte si disperano i veterani di tante battaglie quando tornano a casa. Un dialogo che si apre con questo saluto alla stazione Termini e diventa confidenziale in piedi, mentre si attende, insieme ad altri passeggeri, nel corridoio della carrozza, l’arrivo alla stazione Centrale di Milano.

Prima dei saluti di commiato è Di Pietro che si sbilancia con parole da cui trapela una tormentata amarezza. «A volte mi chiedo – osserva – se ne valeva la pena… Se forse non si stava meglio quando si stava peggio nella prima Repubblica. La verità è che oggi tutto è avvolto nell’ipocrisia. Ancor più di ieri.

Restano a galla i più ipocriti. Non le persone che si scontrano a viso aperto, dicendo con lealtà quello che pensano». Il sottoscritto acconsente. Come si può negare che l’insidioso male che avvelena la politica, le istituzioni, l’intera società italiana, sia l’ipocrisia?

Di Pietro è un fiume in piena anche se il tono è quello ironico, distaccato dell’osservatore esterno: «Non si capisce più niente – dice -. Fanno tutti mille parti in commedia. Dentro il Parlamento ci sono personaggi a cui non frega niente di niente. Gli interessa solo arrivare al 2018. Vedo che pure i grillini che sono arrivati in Parlamento quasi senza sapere come, ora si dividono, litigano tra loro». Gli chiedo se ha nostalgia della politica. «Francamente no – risponde -. Non c’è più passione… Eppoi con tutto quello che ho passato… A volte mi dicono di fare questa iniziativa politica, di partecipare ad un’altra, ma io sono diventato allergico. E, comunque, in Parlamento ti senti impotente. Ho la sensazione che stiamo assistendo al declino di questo Paese in tutti i settori…».

Appunto, la politica, ma anche quello che succede nella giustizia italiana, che lui conosce bene. «Io ho fatto quello che ho fatto – racconta – e ora faccio l’avvocato, ma ho capito che il problema sono i tanti dipietrini che ci sono in giro… Ad esempio, questo reato dell’abuso di ufficio che va di moda io non l’ho mai perseguito. Uno può essere accusato di abuso quando ha un tornaconto… ma non così. Basta pensare a com’è finita la vicenda del presidente della Regione campana, De Luca». Non dice di più, ma il tono di voce a volte vale più delle parole: c’è l’enfasi di chi pensa che una volta c’era più attenzione. Detto da lui.

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