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La visita a Strasburgo

Il Papa all’Europa: largo ai giovani

Il Papa all’Europa: largo ai giovani
Cronaca 25 Novembre 2014 ore 18:41

Doveva essere “una giornataccia”, come aveva detto, ridendo, il papa ai giornalisti sull’aereo che lo portava a Bruxelles. Due interventi – uno al Parlamento Europeo, l’altro al Consiglio d’Europa – con relativi atti protocollari, bande, scambio di regali, indirizzo di saluto, applausi. “Visita lampo”, l’anno definita i telegiornali: Blitzbesuch. Come Blitzkrieg.

Un’esperienza, una vera esperienza, questa “giornataccia” per chi ha seguito la diretta spostandosi da TVSat 2000 a RaiNews24 quando la prima ha avuto problemi tecnici che hanno fatto improvvisamente sparire il papa dallo schermo per qualche tempo. Un’esperienza di appartenenza a una storia che non dimentica niente – nemmeno i propri limiti, nemmeno i dolori che ha subito e provocato – mentre affronta decisa i problemi dell’oggi delineando al contempo possibili soluzioni. I cristiani possono andar fieri di appartenere a questa storia così presente.

Cosa ha detto, il papa nei due discorsi. Ha detto appunto che la Chiesa c’è, che non ha paura di offrire il proprio contributo alla storia del mondo, che vede i pericoli interni ed esterni in cui versa l’Europa ma che non le manca il coraggio per affrontarli sapendo che dello stesso coraggio sono capaci i suoi interlocutori. Ed è entrato nel dettaglio dei problemi il papa. Meglio: è entrato nella profondità dei problemi.

La chiesa, ha detto richiamandosi alla Populorum Progressio, è «esperta in umanità». Se anche non avesse fatto appello alla celebre formula lo avrebbero testimoniato i due interventi della mattinata: la Chiesa ha presente la grandezza e il dolore del mondo. Quando parla sa di cosa parla. E dunque, di cosa ha parlato.

Al Parlamento ha ricordato che al centro dell’ambizioso progetto politico dei Padri fondatori dell’Unione europea, “vi era la fiducia nell’uomo, non tanto in quanto cittadino, né in quanto soggetto economico, ma nell’uomo in quanto persona dotata di una dignità trascendente”. E per evitare che si pensasse a strane filosofie ha incalzato:

Effettivamente quale dignità esiste quando manca la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero o di professare senza costrizione la propria fede religiosa? Quale dignità è possibile senza una cornice giuridica chiara, che limiti il dominio della forza e faccia prevalere la legge sulla tirannia del potere? Quale dignità può mai avere un uomo o una donna fatto oggetto di ogni genere di discriminazione? Quale dignità potrà mai trovare una persona che non ha il cibo o il minimo essenziale per vivere e, peggio ancora, che non ha il lavoro che lo unge di dignità?

E tutti hanno notato che il fatto di non avere lavoro è peggio ancora che non avere da mangiare, rispetto alla propria dignità.

Certo, c’è di mezzo il problema della disoccupazione in Europa. Ma il modo di pensare al problema va ben al di là del tentativo di indicare una soluzione tecnica. Come ha fatto notare il premier Renzi intervistato in un qualche notiziario, questo è un intervento politico “di quando la politica si occupa di cose serie”, del valore della persona.

Alla luce della quale il papa ha affrontato uno dopo l’altro i problemi della nostra società: l’individualismo spinto all’estremo (quando l’uomo si pensa come una monade separata dalle altre), il prevalere della tecnologia fine a se stessa sulle esigenze dello sviluppo reale, l’emigrazione che rischia di fare del Mediterraneo un cimitero, il rischio che la democrazia degeneri se non saprà “evitare tante “maniere globalizzanti” di diluire la realtà: i purismi angelici, i totalitarismi del relativo, i fondamentalismi astorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza sapienza”. E la necessità di contemperare la flessibilità del lavoro con la stabilità che permetta di metter su famiglia e allevare ed educare i figli.

Ma riassumendo si ha l’impressione di non rendere l’idea di questa pietra miliare del pensiero europeo contemporaneo. Mezz’ora dopo che il papa aveva lasciato Bruxelles – o anche prima, forse – i due interventi erano già sul sito del Vaticano e pensiamo che leggerli integralmente sia un regalo che ciascuno potrebbe decidere di farsi.

Nell’intervento al Consiglio il papa ha ricordato la nascita dell’Europa come istituzione che intendeva assicurare la pace dopo i terribili conflitti della prima metà del secolo scorso. Ma, ha aggiunto:

Per conquistare il bene della pace occorre anzitutto educare ad essa, allontanando una cultura del conflitto che mira alla paura dell’altro, all’emarginazione di chi pensa o vive in maniera differente. È vero che il conflitto non può essere ignorato o dissimulato, dev’essere assunto. Ma se rimaniamo bloccati in esso perdiamo prospettiva, gli orizzonti si limitano e la realtà stessa rimane frammentata. Quando ci fermiamo nella situazione conflittuale perdiamo il senso dell’unità profonda della realtà, fermiamo la storia e cadiamo nei logoramenti interni di contraddizioni sterili.

Però i conflitti non sono soltanto quelli che risuonano delle cannonate. E non sono solo quelli passati, ma anche quelli presenti

quali il terrorismo religioso e internazionale, che nutre profondo disprezzo per la vita umana e miete in modo indiscriminato vittime innocenti. Tale fenomeno è purtroppo foraggiato da un traffico di armi molto spesso indisturbato. La Chiesa considera che «la corsa agli armamenti è una delle piaghe più gravi dell’umanità e danneggia in modo intollerabile i poveri». La pace è violata anche dal traffico degli esseri umani, che è la nuova schiavitù del nostro tempo e che trasforma le persone in merce di scambio, privando le vittime di ogni dignità.

Per favorire la pace il Consiglio d’Europa ha scelto la via della promozione dei diritti umani. Francesco ha voluto richiamare in questo senso “l’importanza dell’apporto e della responsabilità europei allo sviluppo culturale dell’umanità”. E per indirizzare questo sviluppo ha fatto ricorso all’immagine del pioppo che il poeta Clemente Rebora usa in una famosa poesia (Il pioppo, appunto) per indicare che lo sviluppo dell’uomo verso l’alto, verso il proprio compimento, può accadere solo se le radici affondano bene nel terreno. “Il tronco si inabissa ove è più vero” recita il testo. La verità dell’uomo è la profondità della sua coscienza, che significa consapevolezza della propria dignità e nello stesso tempo capacità di aprirsi all’assoluto “divenendo fonte delle scelte fondamentali guidate dalla ricerca del bene per gli altri e per sé e luogo di una libertà responsabile.

Ed è a questo punto che il discorso ha affrontato la natura attualmente problematica di questa coscienza. Occorre infatti, ha sottolineato il papa,

“tenere presente che senza questa ricerca della verità, ciascuno diventa misura di sé stesso e del proprio agire, aprendo la strada dell’affermazione soggettivistica dei diritti, così che al concetto di diritto umano, che ha di per sé valenza universale, si sostituisce l’idea di diritto individualista. Ciò porta ad essere sostanzialmente incuranti degli altri e a favorire quella globalizzazione dell’indifferenza che nasce dall’egoismo, frutto di una concezione dell’uomo incapace di accogliere la verità e di vivere un’autentica dimensione sociale.”

La coscienza non può dunque costituire il tribunale, né tanto meno l’alibi, degli individui o dei popoli occupati soltanto a definire i diritti di cui sarebbero titolari, indipendentemente dal ruolo sociale che essi sono chiamati a svolgere. L’individuo occupato soltanto di se stesso – l’Europa, se si occupasse solo di se stessa – intristirebbe, diverrebbe sterile. E dunque

All’Europa possiamo domandare: dov’è il tuo vigore? Dov’è quella tensione ideale che ha animato e reso grande la tua storia? Dov’è il tuo spirito di intraprendenza curiosa? Dov’è la tua sete di verità, che hai finora comunicato al mondo con passione? Dalla risposta a queste domande dipenderà il futuro del continente. D’altra parte – per tornare all’immagine di Rebora – un tronco senza radici può continuare ad avere un’apparenza vitale, ma al suo interno si svuota e muore. L’Europa deve riflettere se il suo immenso patrimonio umano, artistico, tecnico, sociale, politico, economico e religioso è un semplice retaggio museale del passato, oppure se è ancora capace di ispirare la cultura e di dischiudere i suoi tesori all’umanità intera. Nella risposta a tale interrogativo, il Consiglio d’Europa con le sue istituzioni ha un ruolo di primaria importanza.

E la risposta, il papa ha iniziato a darla nella forma non di una ricetta ma nella identificazione di due sfide che andrebbero raccolte, quella della multipolarità e quella della trasversalità.

La prima implica l’accettazione della natura tipicamente postmoderna della società, che non è più chiamata a risolvere antitesi binarie (uno stato contro l’altro, una classe contro l’altra) o al massimo ternarie (Roma, Bisanzio, Mosca, per citare Francesco) ma la situazione che i matematici chiamerebbero di caos deterministico. Nelle sfide di oggi è la complessità a farla da padrona, l’intrico di più piani e di più soggetti che attraversa ogni aspetto del presente rendendolo come un gomitolo dopo che ci ha giocato il gatto. Ricorrere a soluzioni semplicistiche può solo sortire l’effetto di rendere la matassa sempre meno penetrabile, ha detto il papa.

Il passo sulla trasversalità va riportato integralmente perché è anche formalmente un capolavoro.

L’altra sfida che vorrei menzionare è la trasversalità. Parto da un’esperienza personale: negli incontri con i politici di diversi Paesi d’Europa ho potuto notare che i politici giovani affrontano la realtà da una prospettiva diversa rispetto ai loro colleghi più adulti. Forse dicono cose apparentemente simili ma l’approccio è diverso. Le parole sono simili, ma la musica è diversa. Questo si verifica nei giovani politici dei diversi partiti. Tale dato empirico indica una realtà dell’Europa odierna da cui non si può prescindere nel cammino del consolidamento continentale e della sua proiezione futura: tenere conto di questa trasversalità che si riscontra in tutti i campi. Ciò non si può fare senza ricorrere al dialogo, anche inter-generazionale. Se volessimo definire oggi il continente, dovremmo parlare di un’Europa dialogante che fa sì che la trasversalità di opinioni e di riflessioni sia al servizio dei popoli armonicamente uniti. Assumere questo cammino di comunicazione trasversale comporta non solo empatia generazionale bensì metodologia storica di crescita.

E qui – senza che nemmeno venga ricordato, per non far torto a nessuno – è al suo amato Michel De Certeau che il papa ha voluto rendere omaggio. Per proseguire poi dicendo che

Nel mondo politico attuale dell’Europa risulta sterile il dialogo solamente interno agli organismi (politici, religiosi, culturali) della propria appartenenza. La storia oggi chiede la capacità di uscire per l’incontro dalle strutture che “contengono” la propria identità al fine di renderla più forte e più feconda nel confronto fraterno della trasversalità. Un’Europa che dialoghi solamente entro i gruppi chiusi di appartenenza rimane a metà strada; c’è bisogno dello spirito giovanile che accetti la sfida della trasversalità.

È un bene, dunque, che il Consiglio abbia deciso di “investire nel dialogo inter-culturale, compresa la sua dimensione religiosa, attraverso gli Incontri sulla dimensione religiosa del dialogo interculturale ”. Più chiaro di così, si muore.

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