La centrale di Bussi (Pescara)

Non pagherà nessuno (di nuovo) per la più grande discarica di veleni

Non pagherà nessuno (di nuovo) per la più grande discarica di veleni
22 Dicembre 2014 ore 11:53

Oramai ci abbiamo fatto il callo, purtroppo. Il reato esiste, c’è stato, ma è prescritto. Così, a beneficiare della prescrizione, sono stati prima i vertici della Eternit e dopo, il 19 dicembre, i 18 tra ex amministratori, ex dirigenti e tecnici della Montedison accusati nel processo sulla mega discarica di Bussi che ha avuto luogo a Chieti. Gli imputati erano 19, ma solo per 18 di loro il pm ha avanzato richieste di pena. Camillo Di Paolo, Maurilio Aguggia, Vincenzo Santamato, Carlo Cogliati, Nicola Sabatini, Domenico Alleva, Nazareno Santini, Luigi Guarracino, Ginacarlo Morelli, Giuseppe Quaglia, Carlo Vassallo, Luigi Furlani, Alessandro Masotti, Bruno Parodi, Mauro Molinari, Leonardo Capogrosso, Maurizio Pizzardi e Salvatore Buoncoraglio: tutti assolti dall’accusa di avvelenamento delle acque, mentre è andato in prescrizione il reato di disastro colposo, che però, a inizio processo, era disastro doloso. Una derubricazione che ha fatto molto discutere. La differenza è che con il “dolo” si agisce con volontà e coscienza, mentre con la “colpa” c’è la volontà ma non la coscienza. Questioni giuridiche insomma, roba da legulei. La certezza, invece, è che non pagherà nessuno per il 25 ettari di rifiuti tossici ritrovati a Bussi sul Tirino (Pescara) nel 2007, la discarica di veleni più grande d’Europa.

La bomba ecologica nel paradiso. Era il 2007 quando in Abruzzo, tra il Parco del Gran Sasso e quello della Maiella, a Bussi su Tirino, vennero sequestrate più di 250mila tonnellate di rifiuti tossici e scarti industriali intombate. Era il punto di svolta di una battaglia cominciata nel lontano 1972, quando l’allora assessore all’Igiene e alla Sanità del Comune di Pescara, Giovanni Contratti, scrisse una lettera alla Montecatini Edison, proprietaria dello stabilimento chimico di Bussi, chiedendo di ripulire il sito e adottare misure contro l’inquinamento. Purtroppo passarono ben 35 anni prima che la Guardia Forestale, nel 2007, apponesse i primi sigilli alla discarica. Nonostante i vertici Montedison facessero gli gnorri dagli anni ’70, nel bel mezzo del processo, a marzo 2014, a parlare sono stati i documenti ufficiali: l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha valutato un danno ambientale di 8,5 miliardi di euro e un costo di 500-600 milioni per la bonifica della discarica; contemporaneamente, l’Iss (Istituto superiore di sanità) scriveva, in una relazione di circa 70 pagine, che l’acqua che scorre nei rubinetti di circa 700mila abitazioni «è fortemente inquinata. Gli utenti sono esposti ad un alto rischio e non hanno informazioni». La relazione continuava dicendo che «i soli dati della quantità di scarichi di piombo derivano da fonti interne, riferiscono degli anni 1971, 1972, 1973 descrivendo lo scarico di rifiuti industriali, senza alcun tipo di sistema di abbattimento di piombo, direttamente ai collettori che comunicavano con gli effluenti, indicando che il piombo, unitamente agli altri rifiuti, veniva scaricato direttamente nel fiume Tirino»

Il processo davanti alla Corte d’Assise. Davanti alla Corte d’Assise di Chieti si è svolto il procedimento contro 19 vertici della Montedison, sia locali che nazionali. Durante il processo, a maggio, il Tar di Pescara ha intanto intimato alla Montedison di bonificare l’area. La società, infatti, dopo una diffida che le era stata inviata dal Ministero dell’Ambiente nell’ottobre 2013, invece che prodigarsi aveva preferito fare ricorso al Tar. Perdendolo. Nel frattempo, dal primo sequestro nel 2007, non essendo stati fatti i lavori necessari, la discarica ha continuato a inquinare e avvelenare le acque più superficiali dell’area. Davanti a un danno così ampio, tante sono state anche la parti civili: ben 27. A ottobre di quest’anno, nell’udienza dedicata proprio alle richieste delle parti civili, l’Avvocatura dello Stato, nella figura di Giovanni Palatiello, ha avanzato la richiesta di un risarcimento record per lo Stato italiano: 1 miliardo e 300 milioni di euro. A questi andavano aggiunti 500 milioni alla Regione Abruzzo per danno alla salute dei cittadini e danno all’immagine; un milione alla presidenza del Consiglio dei Ministri per danno all’immagine; 3 milioni 115.576 euro al commissario delegato per il bacino Aterno-Pescara, in relazione alle spese sostenute per la messa in sicurezza di emergenza dei siti inquinati. In precedenza c’era stata anche la durissima requisitoria del pm Anna Rita Mantini, che aveva richiesto condanne da un massimo di 12 anni e 8 mesi a un minimo di 4 anni per gli imputati.

Le reazioni. E invece niente. La soddisfazione c’è solo da parte degli imputati, che vedono cadere ogni accusa nei loro confronti. Alcuni, come l’avvocato Riccardo Villata, difensore di Camillo Di Paolo (responsabile della protezione e sicurezza ambientale dello stabilimento di Bussi), hanno affermato che il sito era legittimo perché, fra il 1963 e il 1971, anni in cui la discarica fu realizzata, non c’erano norme di tutela ambientale, quindi non costituiva un illecito. Tra gli avvocati della difesa c’era anche l’ex ministro della Giustizia del governo Monti, Paola Severino, cosa che ha fatto molto discutere. La Severino, a differenza del collega Villata, ha supportato la tesi che i dirigenti Montedison hanno lavorato in una logica d’impresa ed erano completamente ignari dei pericoli della discarica: «Gli imputati sono dei semplici capri espiatori» ha dichiarato l’ex ministro.

I più delusi, dall’altra parte, sono i rappresentanti di quei cittadini che, ancora oggi, pagano le conseguenze di una scellerata gestione. Tra questi Augusto De Sanctis, referente del Forum Acque Abruzzo: «Il disastro ce l’abbiamo, esiste, e ce lo teniamo». L’avvocato Tommaso Navarra, rappresentante di WWF, ha dichiarato: «Il disastro permane e se permane ci sarà un problema di bonifica». Non resta indifferente neppure lo Stato: il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha annunciato ricorso in appello, mentre l’avvocato Cristina Gerardis, dell’Avvocatura dello Stato, affila le armi, dichiarando che «è già pronta la citazione civile nei confronti dell’azienda per il ripristino ambientale e per gli eventuali danni economici laddove non fosse possibile fermare l’inquinamento».

Il problema è che si potrà forse vincere la battaglia della bonifica, ma la guerra, purtroppo, è oramai persa. L’unica vittoria possibile è che dopo questo caso e il precedente caso Eternit, si metta finalmente mano al reato ambientale in Italia e si riveda una disciplina antiquata, farraginosa, antitetica alle sue finalità e assolutamente inutile oggi come oggi. A partire dalla prescrizione.

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