Anni persi o guadagnati

Storie, pensieri e sogni di badanti ucraine a Bergamo

Storie, pensieri e sogni di badanti ucraine a Bergamo
07 Luglio 2014 ore 19:12

«Ha vinto Poroshenko» annuncia Maria, raggiungendo le connazionali ucraine sulle panchine di piazza Sant’Anna  a Bergamo, all’indomani delle elezioni presidenziali del 25 maggio a Kiev. «Per fortuna ha vinto subito, al primo turno: altrimenti chissà cosa sarebbe successo a Donetsk e Lugansk. Speriamo non si arrivi alla guerra civile, altrimenti tutto quello che abbiamo costruito, lavorando qui in Italia, finirà per aria». Maria ha 65 anni, gli ultimi sedici passati tra Napoli e la provincia di Bergamo ad assistere anziani nelle case degli italiani. Come lei, lo scorso anno, circa 225mila ucraini titolari di permesso di soggiorno (l’80% erano donne, Istat/Min. dell’Interno) vivevano nel nostro paese, anche se la stima fornita da Lyubov Karpa, la presidente dell’associazione nazionale degli ucraini, è di almeno il doppio. A Bergamo l’ultimo dato disponibile è del 2011: sul territorio provinciale erano presenti regolarmente 4.800 persone di nazionalità ucraina.

«Sappiamo cosa vuol dire Europa»
Alla notizia dell’elezione del nuovo presidente filo-occidentale, una delle donne presenti impugna il telefono e chiama a casa per avere i dettagli. «Noi siamo state in Europa, l’abbiamo vista, sappiamo cosa vuol dire: libertà. Mi dispiace per i giovani morti, per i loro genitori, ma qualcuno deve morire per la libertà di tutti gli altri» continua Maria. «Da cinque mesi sono senza lavoro. In visita in Ucraina, ho pensato: basta, non torno più in Italia. Ma mio marito che è invalido prende solo 80 euro di pensione, allora sono ripartita. Sono contentissima di  essere venuta a lavorare quando a casa osservo quello che ho realizzato: il bagno, il pozzo per l’acqua corrente, per me, per mia figlia, per mio figlio, piatti, pentole, lenzuola, coperte, tutto col mio lavoro. Ma non sono più giovane, dovrei stare a casa. I miei anni qui sono persi, sono cancellati», dice mentre con una mano passa e ripassa il fazzoletto sugli occhi.

Comprare un lavoro per i figli
«È una scelta nostra, nessuno ci obbliga a partire»  interviene dalla panchina Anna, 48 anni di Ternopoli. È arrivata in piazza con nonna Elisa, che ogni cinque minuti interrompe la conversazione per ricordare a tutti i presenti che a giugno compirà 98 anni, in una ripetizione infinita e surreale della stessa frase. Anna si occupa di anziani italiani da 12 anni, è partita per pagare gli studi ai figli: «Oggi mia figlia è medico in Ucraina, le ho pagato l’università poi le ho comprato un posto di lavoro in una clinica pubblica: mi è costato quasi 5.000 euro. Ora guadagna 200 euro al mese e sono contenta. Anche mio figlio ha studiato all’università e anche a lui ho pagato l’assunzione: 1.500 euro per un posto in polizia».

Una casetta ad Odessa
Con un’acconciatura e un décolleté da gran serata (pur essendo mezzogiorno), in piazza ci racconta la sua storia anche Daria, 69 anni:  si prende cura di un bergamasco non autosufficiente, rimasto da solo. «Mi occupo io di tutto, gli pago bollette, affitto, contributi, condominio, faccio la spesa. Per il mio stipendio non resta quasi niente. Il fatto è che non ha nessuno». In Ucraina, anche Daria è sola, niente figli né marito ad aspettarla. «Facevo la contabile in una fabbrica alimentare di lavorazione della carne di maiale. Quando sono andata in pensione, sono venuta in Italia a lavorare.  Per me sola, i soldi della pensione sarebbero bastati, ma ho aiutato mia sorella, i nipoti e la figlia del mio ex-marito». Daria sogna, col fidanzato che ha trovato in Italia, di trasferirsi parte dell’anno in una casetta vicino a Odessa. Le chiediamo se non tema i disordini politici o che possa ripetersi quanto accaduto in città all’inizio di maggio, gli scontri e il rogo al Palazzo dei Sindacati dove sono morte decine di persone. «Vedremo quello che succederà, chissà» risponde.

Il viaggio dei pulmini

«Vedi, queste nel vaso sono cipolle che vengono dal mio orto, le hanno piantate mio marito e i miei figli in Ucraina». Lucica, 57 anni, ci accoglie in tarda serata a casa dell’anziana signora che assiste, dopo averla messa a letto. «Con Skype oggi ho visto i fiori del mio giardino, mi sembrava di essere lì». Proviene da un villaggio a pochi chilometri da Chernivtsi, nell’Ucraina occidentale, vicino al confine rumeno. L’abbiamo conosciuta nel piazzale della Motorizzazione civile di Bergamo, lungo via Martin Luther King, da dove ogni domenica mattina parte una dozzina di pulmini diretti in Ucraina, con a bordo signore che tornano a casa e il bagagliaio pieno di merci inviate alle famiglie dalle donne che, invece, restano qui: pacchi di pasta, detersivi, abiti, scarpe, persino stendibiancheria di plastica. Uno dei pulmini, un Mercedes Sprinter, è di Lucica, che ne cura la gestione delle spedizioni sul versante italiano. Su quello ucraino, invece, c’è suo figlio maggiore. «Prima sul pulmino viaggiavano 10-15 donne al mese, ora molte meno. Anche la merce è diminuita: la gente ha paura di spedire roba, teme che venga fermata e non arrivi a destinazione» forse per i giorni “caldi” in Ucraina o forse per il sequestro che il mezzo ha subito l’anno scorso. Il suo pulmino, infatti, è stato uno delle centinaia bloccati in quella che la stampa nazionale ha definito “la guerra ai pulmini ucraini”: la polizia italiana ha cominciato a fermare e multare (fino a 4.100 euro, pagati anche da Lucica) i mezzi per la mancanza della licenza di trasporto. «E il mio furgoncino non è potuto rientrare in Italia per tre mesi» ci spiega. L’idea di arrotondare il guadagno (sudato da 15 anni) della sua attività di badante con quello del trasporto facendo la spola tra Italia e Ucraina le era venuta nel 2009. Per lei lavora un autista e, di recente, alla guida siede anche suo figlio minore. Da Chernivtsi portano pane tipico, dolci e semi di girasole, che vendono a Bergamo.
«Forse tra una settimana torno in visita a casa» sorride. Ci conosciamo dal 2012: lo dice spesso, ma alla fine resta sempre qui.

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