Insieme a un canadese

Chi sono i due italiani rapiti in Libia

Chi sono i due italiani rapiti in Libia
21 Settembre 2016 ore 04:45

Bruno Cacace, Danilo Calonego e Frank Boccia erano partiti di mattina presto per raggiungere la sede della loro azienda, la Con.I.Cos, a Bir Tagala, qualche decina di chilometri a nord di Ghat. Un viaggio normalissimo, dall’aeroporto della città, dove la ditta di Mondovì sta curando i lavori di manutenzione, e gli uffici, attraverso una zona non considerata ad alto rischio. Ma non sono mai arrivati a destinazione.

Il rapimento. I due italiani, l’italo-canadese e l’autista sono stati rapiti lungo il tragitto. Secondo fonti libiche riportate sul sito arabo 218tv.net.it, «uomini mascherati, che si trovavano a bordo di una vettura 4×4, hanno fermato, vicino alla cava di El-Gnoun, un’auto su cui si trovavano alcuni stranieri diretti verso il loro posto di lavoro vicino all’aeroporto di Ghat». Il sito parla del sequestro di «un italiano e un canadese, insieme al conducente della loro auto, un uomo che abita a Ghat». Secondo Masrawy.com, invece, i quattro «sono stati prelevati da un gruppo di uomini che erano a bordo di due auto. I rapitori hanno aperto il fuoco contro di loro e poi li hanno prelevati. L’autista che accompagnava i tre è stato trovato con le mani legate in una zona desertica».

La notizia è stata confermata sia dalla Farnesina che dal Ministro degli Esteri libico che dal sindaco di Ghat, Komani Mohamed Saleh, il quale ha parlato anche di indagini già in corso: «Sono stati presi da sconosciuti. Stiamo lavorando per risalire al gruppo dei rapitori e al luogo dove sono stati portati». Il caso è seguito direttamente dal premier Matteo Renzi. Finora non è arrivata alcuna rivendicazione.

 

 

Chi è Bruno Cacace. Bruno Cacace ha 56 anni e risiede a Borgo San Dalmazzo, alle porte di Cuneo. Un paese di 12mila abitanti dove, scrive La Stampa, «tutti lo conoscono». Quando rientra dall’estero, dove passa la maggior parte della sua vita, abita con l’anziana madre, da cui si è trasferito, lasciando Roccabruna, dopo la separazione dalla moglie, con la quale ha avuto due figli, diversi anni fa. Ha una sorella e un fratello gemello, che hanno scelto però di non rilasciare dichiarazioni. Il sindaco, Gian Paolo Beretta, è suo amico «dai tempi della scuola». Nemmeno a lui i parenti e i carabinieri rispondono. Beretta aggiunge: «Speriamo che sua madre non lo sappia ancora. Lei lo aspetta sempre con tanta gioia, quel figlio che sta lontano così tanto tempo, ma che quando torna è tutto per lei».

 

danilo-calonego

Danilo Calonego.

 

Chi è Danilo Calonego. Danilo Calonego è nato 68 anni fa a Peron, una frazione di Sedico di 340 abitanti, sulle Prealpi bellunesi. Appena finita la terza media viene impiegato come apprendista meccanico a Sospirolo (Belluno), poi emigra in Svizzera, dove resta dieci anni, e, dal 1979, in Libia, dove rimane per i trent’anni successivi, con l’eccezione di qualche esperienza in Laos, Algeria e Marocco. Si sposa due volte, stando a quando scrivono i quotidiani locali: dalla prima moglie ha due figlie e dalla seconda moglie, marocchina, una terza figlia. Lavora per anni come meccanico di auto e camion per varie aziende fino ad approdare alla Con.I.Cos, che lo impiega nell’aeroporto di Ghat. Conosce molto bene la zona e i suoi rischi: nell’ottobre 2014 è sfuggito a due imboscate dei predoni del deserto. In quell’occasione ha dichiarato: «Non sarei rimasto così tanto tempo in Libia, se le persone lì non fossero così buone».

 

 

La regione del Ghat. Il Ghat, antica regione del Fezzan, nell’estremo sud-ovest della Libia presso il confine con l’Algeria, non era, almeno in teoria, una zona pericolosa. Posta formalmente sotto il controllo del governo di Tripoli guidato da Fayez al-Sarraj, è di fatto – come tutto il resto della Libia – in mano alle tribù. In questo caso si tratta dei pacifici tuareg, sostenitori del Governo e, scrive Il Corriere, «spesso in lotta tra loro per un’oasi, l’accesso a una zona di palme da dattero, e più di recente per il controllo del traffico di migranti dall’Algeria, che però negli ultimi tempi si è spostato a est e ovest su piste meglio organizzate». Ma negli ultimi anni, le montagne attorno a Ghat sono state rifugio di gruppi islamisti, Al-Qaeda in primis e soprattutto nel post-Gheddafi. E oggi accolgono combattenti di Boko Haram, fuggitivi dell’Isis, islamisti di Derna.

Il Ghat è poi una regione strategica. Desertica, sì, ma ricca di giacimenti di gas: da Wafa e Bahr Essalam partono le riforniture per il gasdotto Greenstream dell’Eni, che, attraversando il Mediterraneo, arriva fino a Gela, in Sicilia. Motivo per cui anche l’aeroporto in cui stavano lavorando i tre sequestrati ha un ruolo strategico.

 

L’aeroporto del Ghat a cui sta lavorando la Con.I.Cos.

 

La Con.i.Cos. La Con.I.Cos è stata fondata nel 1977 a Mondovì da Giorgio Vinai e Celeste Bongiovanni e opera nel campo delle costruzioni. È impegnata anche in Libia, dove ha tre sedi: Tripoli, Bengasi e Ghat. Scrive Repubblica che l’azienda «doveva essere anche uno dei principali subappaltatori della famosa autostrada promessa dal governo italiano prima a Gheddafi e poi al governo di Tripoli».

Il Post racconta che altri due dipendenti della stessa società erano stati rapiti nel marzo 2011 e poi liberati. Da tempo il governo italiano ha chiesto alle società italiane operanti in Libia di cercare di impiegare personale locale, per evitare rapimenti. Soprattutto dopo che, nel luglio 2015, erano stati rapiti in Libia quattro italiani della società di costruzioni Bonatti e due di loro erano stati uccisi durante una sparatoria a Sabrata, nel nord-ovest della Libia.

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