Siamo 137esimi su 189 Paesi

E anche nel 2014 le imprese italiane son quelle che han pagato più tasse

E anche nel 2014 le imprese italiane son quelle che han pagato più tasse
20 Novembre 2015 ore 11:54

Ci abbiamo fatto ormai il callo, purtroppo, noi italiani: anche nel 2014 siamo stati il Paese dell’Unione europea con il maggior carico fiscale sulle spalle. Detto in maniera semplice, gli italiani sono i cittadini europei che pagano più tasse e che versano più denari nelle casse del loro Stato. A confermarlo è stato il rapporto Paying Taxes 2016 redatto da Banca Mondiale e PwC (network mondiale che fornisce servizi professionali di revisione di bilancio, advisory e consulenza legale e fiscale), presentato il 19 novembre a Varsavia e, parallelamente, al ministero dell’Economia. Lo studio valuta il total tax rate di 189 Paesi, ovvero, come spiega Il Sole 24 Ore, il carico fiscale complessivo (imposte sui redditi, imposte sul lavoro e contributi obbligatori, imposte sui consumi) per le imprese misurato sull’anno d’imposta precedente, in questo caso il 2014. Per l’Italia il total tax rate è risultato pari al 64,8 percento dei profitti commerciali, ben lontano dalla media dei Paesi europei membri dell’Efta (l’Associazione europea di libero scambio) e da quella mondiale, pari rispettivamente al 40,6 percento e al 40,8 percento.

 

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Italia fanalino di coda europeo. Nella realizzazione dello studio sono tre i fattori che vengono considerati: il total tax rate, appunto, ma anche il numero di ore necessario a un’impresa tipo per completare tutti gli adempimenti fiscali e il numero di pagamenti effettuati nel corso dell’anno solare. In questi ultimi due settori le cose vanno leggermente meglio per l’Italia: da noi servono 269 ore per compiere tutti gli adempimenti fiscali richiesti a fronte di una media mondiale di 261 e a una europea, invece, di 173; mentre sono 14 i pagamenti effettuati nell’arco dei 12 mesi, contro i 25,6 mondiali e gli 11,5 europei. Riscontri che ci riportano in linea con i valori globali, ma ci tengono ben lontani dai numeri europei, dimostrando una volta in più come il nostro Paese abbia ancora moltissima strada da fare dal punto di vista del peso fiscale gravante sui propri operatori commerciali ed economici. A dirlo in modo più chiaro è la posizione che Banca Mondiale e PwC hanno dato all’Italia nella classifica complessiva dei 189 Paesi considerati: 137esima.

Sebbene la posizione in graduatoria sia più o meno stabile rispetto allo scorso rapporto, qualcosa è comunque cambiato. Nel 2004, infatti, il carico fiscale complessivo per le imprese era addirittura del 76 percento: in 10 anni c’è stato un calo di circa 12 punti percentuali, confermato da una continua “discesa” del dato di anno in anno. Nonostante questo, l’Italia resta il fanalino di coda europeo. Al secondo posto si trova la Francia (62,7 percento), seguita dal Belgio (appena sotto il 60 percento). Sotto la media europea del 40,6 percento c’è, tra i grandi Paesi Ue, solo la Gran Bretagna, mentre Spagna e Germania si mantengono comunque sotto il 50 percento. I Paesi più virtuosi risultano essere Croazia e Lussemburgo, a circa il 20 percento.

Qualcosa potrebbe cambiare… Ma possiamo ben sperare per il futuro? Così pare, anche perché, come detto, il rapporto si basa sui dati relativi al 2014 e non tiene quindi conto delle riforme messe in atto o in fase di realizzazione da parte del Governo di Matteo Renzi negli ultimi 2 anni. A sottolinearlo è Fabrizia Lapecorella, direttore del dipartimento Finanze del Mef, durante la presentazione del rapporto, che spiega come le misure presenti nella Legge di Stabilità 2016 in fase di approvazione potrebbero influire in modo importante sul dato del carico fiscale. In particolare misure come il taglio dell’Ires, i maxiammortamenti, l’eliminazione dell’Irap dal costo del lavoro e anche la decontribuzione per i neoassunti introdotta dal Jobs Act. Il Sole 24 Ore, però, spiega anche che non per forza l’incisione di queste misure sul carico fiscale italiano complessivo potrebbe portare risultati evidenti nelle risultanze della ricerca: lo studio di Banca Mondiale e PwC, infatti, per rendere fattibile il confronto tra diversi Paesi considera un cosiddetto “caso tipo”, cioè una Srl con 60 addetti che produce beni e non scambia con l’estero, per ricordare solo le caratteristiche principali. Senza dimenticare che sul risultato finale della valutazione ci sono anche altri fattori che influiscono, come ad esempio la stabilità delle norme, la loro certezza interpretativa e i tempi di un eventuale contenzioso. Tutti settori in cui, ahinoi, l’Italia di certo non brilla.

 

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Il carico fiscale sulle Pmi. Volendo andare più a fondo, infine, sul total tax rate nostrano, scopriamo che in quel 64,8 percento complessivo, un peso notevole lo ricopre la tassazione sul lavoro e sui contributi, segmento che da solo vale ben il 43,8 percento del totale. In questo dato, spiega Fabrizio Acerbis di PwC, rientra però anche la peculiarità tutta italiana del Tfr, che vale ben 7 punti percentuali. Resta il fatto che un carico fiscale del 44 percento sulle imprese italiane non è affatto cosa da poco e va a confermare i risultati della ricerca compiuta dal Consiglio nazionale dei Commercialisti, in collaborazione con l’Università di Genova, i cui risultati sono stati diffusi il 14 novembre e che calcolava al 44 percento il corporate tax rate mediano delle Pmi in Italia. Repubblica spiega che nel quinquennio compreso tra il 2009 e il 2013, il dato ha oscillato tra il 41 e il 51 percento. In particolare, il valore più alto del tax rate mediano è stato fatto registrare dalle grandi imprese nel 2011 ed è risultato pari a 53 percento, mentre il valore più basso è stato registrato nel 2012 dalle piccole imprese con il 38,7 percento. Quello studio prendeva in considerazione il corporate tax rate, cioè il costo per imposte, correnti e differite, relativo a Ires e Irap e non considerava, invece, il total tax rate, presentato invece, come detto, dalla Banca Mondiale e PwC, che prende in considerazione anche altre imposte e altri tributi gravanti sulle imprese.

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