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La rivoluzione cancellata

Egitto, quello che significa l’assoluzione di Mubarak

Egitto, quello che significa l’assoluzione di Mubarak
Cronaca 01 Dicembre 2014 ore 11:55

All’indomani della sentenza di proscioglimento di Hosni Mubarak per le accuse a suo carico relative alla complicità nel massacro di 239 persone durante i giorni della rivoluzione del 2011, l’Egitto piomba nuovamente nel caos. Nelle manifestazioni contro la sentenza ci sono stati almeno due morti, decine di feriti e numerosi arresti. La gente è scesa in piazza per manifestare contro la sentenza che, di fatto, ha cancellato la rivoluzione del 25 gennaio 2011. La polizia, secondo un copione che negli anni si ripete, ha represso il dissenso. Secondo i giudici Mubarak non avrebbe dovuto nemmeno essere processato. Al pronunciamento della sentenza è partito il tam tam degli attivisti sulla rete: “come se nulla fosse successo”, “chi ha ucciso i nostri ragazzi?”, “i martiri si rivoltano nelle tombe”, “ecco il nuovo Egitto” hanno twittato indignati. Per contro, si è completato il processo di “normalizzazione” che ha preso il via con il golpe del 2013 e ha portato al potere il generale AlSisi. Un colpo impossibile da digerire per chi rimase ferito negli scontri, per i familiari delle vittime, per i loro amici e per tutto il movimento che ha dato il via al più grande cambiamento della storia egiziana. 1340 pagine di fascicolo che in sintesi affermano che è passato troppo tempo dai fatti e i giudici si rimettono a Dio, che chiederà conto a Mubarak sugli anni del suo potere.

La corte d’assise egiziana prosciolto Mubarak anche dalle accuse di corruzione, per un caso di vendita di gas sottocosto a Israele in accordo con il magnate Hussein Salem, e per tangenti. Nel 2012 l’ex rais era stato condannato all’ergastolo. La sentenza fu annullata dalla corte di Cassazione e si aprì un nuovo processo che si è concluso con il verdetto di innocenza. Mubarak ha commentato il suo proscioglimento con le parole: «Penso di non aver fatto nulla di male».

Ripercorriamo i fatti degli ultimi 4 anni, da quando in Egitto ha cominciato a soffiare il vento delle primavere arabe, che si è trasformato in un cupo inverno, che ha lasciato sul terreno oltre mille morti.

La rivolta di piazza Tahrir Il 25 gennaio 2011. Dieci giorni dopo larivolta tunisina quasi due milioni di egiziani sono scesi in piazza al grido di “Mubarak vattene” e “vogliamo pane e libertà”. Non era mai accaduto prima. Era giorno di vacanza, la festa nazionale della polizia, indetta per celebrare una data simbolo: il 25 gennaio 1952, quando durante la Rivoluzione dei Giovani Ufficiali la polizia difese la gente contro gli occupanti britannici. Quasi 60 anni dopo si scelse il 25 gennaio per protestare contro la repressione che la polizia usava contro chi dissentiva dal regime Mubarak, uno dei più malati e corrotti dell’intera area nordafricana e mediorientale. In prima linea c’erano i ragazzi del movimento “6 aprile”; ufficialmente i Fratelli Musulmani non avevano aderito e di loro in piazza non c’era traccia. Presenti invece tantissimi esponenti della società civile, giornalisti, gente comune. La polizia represse nel sangue la manifestazione e 18 giorni dopo Mubarak si dimise.

Elezioni libere e un presidente democraticamente eletto. Le prime elezioni libere e democratiche della storia del Paese, nel 2012, hanno visto l’elezione a presidente di Mohamed Morsi, candidato dei Fratelli Musulmani. La sua ascesa al potere ha decretato un ridimensionamento del potere dei militari, da sempre molto potenti nel paese dei Faraoni, e che erano saliti al potere quando Mubarak venne destituito. Sotto la presidenza Morsi una raffica di decreti presidenziali, accolti con favore dalla popolazione e un po’ meno dalla Comunità Internazionale, azzerò i vertici militari. I primi a farne le spese furono il generale e ministro della Difesa Hussain Tantawi e il capo di stato maggiore Sami Anan, sostituiti con i generali Sobhi Sidki e Abdel Fatah el Sisi.

Alla fine del 2012 l’Egitto aveva una nuova costituzione, redatta dai Fratelli Musulmani e approvata in due turni referendari con il 63,8%. Secondo l’opposizione, però, non tutelava i diritti civili e si basava sulla legge islamica. Errori politici e incompetenza da parte dei vertici del potere causarono forte malcontento tra le classi sociali, e il presidente Morsi disattese le promesse fatte al momento del suo insediamento. Alcuni giovani, che in questi anni si sono dimostrati la classe sociale più viva e vivace del paese, nel 2013 fondarono il movimento Tamarrod (ribellione), che opponendosi a Morsi raccolse le firme per chiederne la destituzione e per ottenere elezioni anticipate, in attesa delle quali si auspicava un governo tecnico.

Il golpe del 2013. Tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio 2013, il Paese registra eventi mai accaduti prima: una manifestazione a cui si stima abbiano partecipato 4 milioni di persone e l’esercito che dà un ultimatum di 48 ore al presidente per risolvere la crisi politica, trascorse le quali si sarebbe assunto la responsabilità di risanare il Paese. Scadenza che Morsi rifiuta. Il 3 luglio 2013, il generale Abdel Fattah Al-Sisi, capo delle forze armate egiziane, annuncia che su iniziativa dell’esercito la Costituzione è stata sospesa e il capo della Corte Costituzionale si insedierà a capo di un governo tecnico, in attesa di elezioni presidenziali anticipate. Adli Mansur, capo della Corte Costituzionale, è il nuovo Presidente, i Fratelli Musulmani vengono completamente esclusi dal governo. Pronte le reazioni islamiste: si susseguono una serie di manifestazioni in cui i militari sparano sulla folla. Il nuovo Presidente nomina una commissione di 50 esperti, per lo più laici, per modificare la Costituzione, mentre i militari avviano una serie di arresti eccellenti tra le file della Fratellanza e congelano tutti i beni ai suoi dirigenti. Dal golpe militare del 2013 l’Egitto ha represso ogni forma di dissenso e lo ha fatto approvando una legge che vieta le manifestazioni e autorizza la polizia a sparare su chi manifesta o esprime dissenso. Si stima che siano oltre 41mila gli arrestati e 1400 i morti dal 3 luglio 2013 e le loro pene vanno dai 10 ai 15 anni di reclusione. Anche l’ex presidente Morsi è in cella e condannato alla pena di morte. Con lui tutta la leadership del movimento islamico egiziano.

Abdel Fattah Al Sisi è il nuovo presidente A maggio 2014 il generale Abdel Fattah Al Sisi viene eletto Presidente con il 95% dei voti, una percentuale che ricorda molto quelle dell’epoca di Hosni Mubarak. 30 ministri, di cui 4 donne, che hanno l’obiettivo di garantire la sicurezza e rilanciare il Paese a partire dall’economia. Sullo sfondo la lotta all’islam e ai suoi esponenti, totalmente estromessi dalla partecipazione alla vita politica del paese. L’Egitto, con questa sua neonata avversità a ogni forma di islamismo, è in prima linea a combattere il sedicente califfato e i focolai estremisti nel Sinai. Inoltre, alla fine dell’estate si è reso protagonista della mediazione per raggiungere una tregua a Gaza. Tutte mosse che hanno suscitato il plauso degli Stati Uniti. Ma internamente in Egitto è stata bandita ogni forma di opposizione, anche quella laica; nelle carceri si partica la tortura; la stampa è imbavagliata da leggi liberticide, come pure l’attività delle Ong; le università sono blindate dalle forze dell’ordine. Il presidente Al Sisi da alcuni giorni, ha iniziato un tour in Italia e in Europa, il primo da quando è alla presidenza del paese dei faraoni. A Roma ha incontrato anche Papa Francesco.

L’Egitto oggi, con Mubarak dichiarato innocente Di fatto, con la piena assoluzione, Mubarak a 86 anni è tornato sulla scena politica egiziana, anche se in maniera non attiva. Nato il 4 maggio 1928 in un villaggio del Delta del Nilo, nella stessa provincia in cui nacque Anwar al-Sadat, suo padre era un funzionario di basso rango del ministero della giustizia, genitore di cinque figli. Hosni entra all’Accademia dell’Aeronautica. Sotto la presidenza Nasser arriva al grado di generale Comandante delle forze aeree e le riorganizza. Una lunga carriera militare, quella dell’ex rais, culminata nel ruolo chiave che ebbe durante la guerra del Kippur del 1973 contro Israele, che gli valse la nomina a vice di Sadat e alla presidenza una volta morto nel 1981 il suo predecessore. Di grande importanza anche il ruolo rivestito nel processo di pace israelo-palestinese. Si devono a lui gli accordi di Camp David del 1979. Più volte è stato dichiarato in punto di morte, è scampato a 5 attentati, a due infarti, è più volte entrato e uscito dal come. L’ultima volta che lo si è creduto morto è stato nel 2012, mentre si attendeva l’esito delle prime elezioni libere e democratiche del paese.

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