Le reazioni internazionali

Le elezioni in Ucraina dell’est Dove hanno trionfato i separatisti

Le elezioni in Ucraina dell’est Dove hanno trionfato i separatisti
03 Novembre 2014 ore 16:11

Domenica 2 novembre, come annunciato, nelle regioni separatiste dell’est Ucraina si sono svolte le elezioni presidenziali e legislative. Si è trattato delle prime elezioni da quando la regione del Donbass ha proclamato la sua indipendenza da Kiev. Come da copione, i separatisti hanno fatto il botto: l’attuale “premier” di Donetsk, Aleksandr Zakharcenko, è stato eletto, come previsto, “presidente” dell’autoproclamata repubblica di Donetsk con più di 765.340 voti, mentre il leader dei ribelli filorussi di Lugansk, Igor Plotnitski, è stato eletto, come previsto, “presidente” dell’autoproclamata repubblica di Lugansk, con il 63,08% dei voti.

Secondo la Commissione Elettorale Centrale erano oltre 3 milioni le persone chiamate al voto, sia ai seggi sia via internet per coloro che risiedono nelle zone sotto il controllo di Kiev. Difficile dire quanti siano effettivamente andati a votare, ma gli organizzatori delle elezioni stimano in oltre un milione i votanti a Donetsk e oltre il 60 percento degli aventi diritto a Lugansk. Numeri altissimi per un territorio che ha visto negli ultimi mesi la diaspora di oltre 900mila persone.

Zakhracenko e Plotniski saranno dunque i nuovi interlocutori della crisi con Kiev nel difficile processo di pace iniziato con gli accordi di Minsk e che a Milano durante il vertice Asem sembrava proseguire. Il neopresidente Zakhracenko ha infatti dichiarato che prima di intraprendere nuovi negoziati vuole aspettare la reazione di Kiev e poi comportarsi di conseguenza.

La reazione internazionale. Quelle di domenica sono elezioni riconosciute dalla Russia ma ritenute illegali dall’Ue che, per voce del nuovo responsabile della diplomazia Federica Mogherini, non riconosce le consultazioni e afferma come esse «costituiscano un nuovo ostacolo sulla via di una soluzione pacifica del conflitto». Anche l’Italia non ha riconosciuto l’esito delle elezioni e il neoministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha affermato che «l’attuazione delle intese di Minsk del 5 e 19 settembre rimane l’unica base negoziale per garantire all’Ucraina e all’intera area la stabilità necessaria. Non esiste alternativa alla soluzione politica della crisi». Di parere opposto il neopresidente Zakharcenko, che alla vigilia del voto aveva detto di augurarsi che le elezioni aiutassero a riportare la calma, e che «se ci riconosceranno e ci daranno indietro la terra che abbiamo perso, senza fare una guerra, allora noi ripristineremo normali legami economici e vivremo come uguali partner economici».

La risposta dell’Ucraina. La scorsa settimana si erano svolte le elezioni in Ucraina, e le urne avevano premiato Poroshenko solo a metà. Oggi il presidente ucraino ha dichiarato che nell’est i ribelli avrebbero fatto votare le persone sotto la minaccia delle armi e ha aperto un’inchiesta contro gli organizzatori delle elezioni, che sono stati accusati di agire per destabilizzare l’ordine costituzionale. Ma, stando a quanto dichiara la gente ai microfoni di radio e tv, sembrerebbe che la popolazione non sia dello stesso avviso di Kiev e della comunità internazionale: c’è chi dice che si sente russo a tutti gli effetti, chi afferma che la povertà dilagante è il risultato del fallimento della politica ucraina. Con il risultato elettorale di domenica, la Russia è tornata a chiedere la fine dell’operazione militare contro i separatisti filorussi, dal momento che i due nuovi presidenti, di Donetsk e Lugansk «hanno autorità sufficiente per stabilire un dialogo ampio e duraturo» con il governo di Kiev.

Gli accordi di Minsk per il futuro del Donbass. L’Unione Europea aveva minacciato Mosca di inasprire le sanzioni qualora avesse riconosciuto il voto nelle regioni separatiste ucraine. Il motivo per cui Bruxelles aveva dichiarato illegittime le elezioni era una violazione degli accordi di Minsk, che avrebbero dovuto segnare una roadmap in 12 punti per il futuro del Donbass. Tra i due contendenti, Kiev e i separatisti, si era giunti a una tregua dopo la firma di tali accordi, che toccavano una serie di questioni sullo status del Donbass. Gli accordi prevedevano una larga autonomia per il sud-est ed elezioni locali nell’ottica di un decentramento del potere, ma non l’indipendenza del Donbass da Kiev. Uno dei punti più ostici era quello dello Statuto Speciale per quell’area: Mosca ha in mente un’Ucraina federale, in modo che Donetsk e Lugansk possano impedire l’ingresso nella Nato del Paese, mentre Kiev prevede solo più autonomia per quelle zone. Un punto centrale per costruire un reale futuro politico, su cui gli accordi di Minsk, però, non hanno fatto luce. L’Ucraina aveva approvato una legge che riconosce lo statuto speciale di alcune aree della regione per tre anni, fissando per il 7 dicembre le elezioni amministrative locali. I separatisti, però, avrebbero violato tale legge con l’anticipo del voto a domenica 2 novembre. Di qui, la conseguente ira di Kiev e i timori del mondo per un ulteriore inasprirsi della crisi.

Il conflitto finora. Il bilancio delle vittime del conflitto in Ucraina orientale finora ha superato quota 4mila. Sono i numeri allarmanti delle Nazioni Unite, che hanno aggiunto come solo negli ultimi dieci giorni siano morte 300 persone. I dati sono aggiornati al 29 ottobre, e comprendono anche le vittime del disastro aereo della Malaysia Airlines: i feriti ammontano a 9.336, i profughi interni sono 442.219 e quanti si sono rifugiati in paesi vicini sono 488.466. Intanto i combattimenti non si fermano e le bombe a grappolo continuano a essere sganciate, soprattutto sui civili.

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