Esistono dal Settecento

Cosa sono le elezioni di midterm e perché si guarda ai pellerossa

Cosa sono le elezioni di midterm e perché si guarda ai pellerossa
Cronaca 16 Ottobre 2014 ore 12:00

Il 4 novembre si terranno negli Stati Uniti le elezioni di midterm: i cittadini americani saranno chiamati alle urne per rieleggere l’intera Camera dei Rappresentanti e un terzo (34 seggi) del Senato, oltre a diversi governatorati e alcune posizioni nelle amministrazioni locali. Tradizionalmente, è sempre un momento delicato, in quanto rappresentano un importante indice del gradimento da parte dei cittadini circa l’operato del governo e del Presidente in carica; e ancor più significative saranno quest’anno, con l’amministrazione Obama fortemente criticata soprattutto dagli stessi ambienti democratici, e che già si sta preparando ad una sconfitta ormai annunciata. Equilibri delicatissimi sono in gioco in questa tornata elettorale, con inaspettati attori che potrebbero rivestire il ruolo di protagonisti fondamentali.

Breve storia delle elezioni di midterm. Le elezioni di “medio termine”, chiamate così in quanto cadono a metà di ciascun mandato presidenziale, vennero previste già nella prima Costituzione settecentesca. Di primo acchito, potrebbero apparire come un inutile meccanismo volto a complicare la vita dell’esecutivo già dopo soli due anni di insediamento, nel caso in cui il consenso ottenuto inizialmente non venga poi replicato; in realtà, considerando l’epoca in cui è stato pensato questo strumento, si capisce come le intenzioni iniziali fossero tutt’altro che ostative.

Nel primo secolo di vita degli Usa, infatti, ancora non esisteva la giustapposizione partitica radicale che vige oggi fra democratici e repubblicani: il cuore della vita politica era il Congresso, ed era importante che questo rappresentasse costantemente la maggioranza dei cittadini, indipendentemente dalle appartenenze di partito dei membri del governo. Occorre inoltre sottolineare come, anche oggi, una predominanza al Congresso di una bandiera differente rispetto a quella sotto cui opera il Presidente è senz’altro motivo di forte rallentamento dell’attività legislativa, ma non fattore di inevitabili crisi di governo come potrebbe invece accadere, ad esempio, in Italia: questo perché da noi vige una repubblica parlamentare, mentre negli Usa la forma di governo è una repubblica presidenziale, con l’inquilino della Casa Bianca che ha molti più poteri rispetto al Primo Ministro italiano, e che può quindi continuare, nonostante tutto, a governare; ecco perché un’eventuale (e, come si diceva, assai probabile) sconfitta di Obama e dei democratici alle midterm, avrebbe un significato più politico che pragmatico.

Le midterm, ovvero i pronostici per le presidenziali. Con il passare del tempo infatti, e con l’istituzione del dualismo serrato e compatto fra partito repubblicano e partito democratico, le elezioni di metà mandato hanno spesso avuto un ruolo pronosticatore rispetto alle successive elezioni presidenziali vere e proprie. È successo anche diverse volte che il Presidente in carica perdesse, in un colpo solo, maggioranza di Camera e Senato: successe, ad esempio, nel 2006 con George W. Bush e, più indietro nel tempo, nel 1966 al democratico Lyndon Johnson, che diede così avvio alla futura elezione di Richard Nixon e al venticinquennale dominio repubblicano, interrotto solo dal quadriennio di Jimmy Carter. Dal 1842 ad oggi, si sono verificati solo tre casi in cui il Presidente abbia mantenuto la maggioranza sia alla Camera che al Senato: successe nel 1934 con F. D. Roosvelt, nel 1998 con Bill Clinton, e nel 2002 con Bush junior.

Protagonisti decisivi inaspettati: gli indiani. Per queste ragioni, la probabile sconfitta democratica alle midterm preoccupa soprattutto per quanto riguarda le sorti future del partito, specie rispetto ad un elettorato da riconquistare in vista delle presidenziali del 2016. Ecco perché sarà necessario, quanto meno, limitare i danni, e per farlo sarà necessario conquistare il voto di una categoria di americani da sempre trascurata, se non maltrattata: gli indiani. Complessivamente, i nativi americani sono l’1,7 percento della popolazione, con picchi particolari in Alaska (15 percento) e South Dakota (9 percento). Due Stati significano quattro senatori: ciò vuol dire che sarà molto importante per i democratici attirare i voti di queste corpose percentuali di indiani. Ecco perché, in Alaska, il candidato senatore Mark Bengich sta da qualche settimana visitando gli angoli più remoti dello Stato per convincere i nativi in primo luogo a votare, e in secondo luogo a votare democratico; più delicata la situazione nel South Dakota: l’obamiano Weiland non ha vere possibilità di vincere, così l’obiettivo è convincere gli indiani a votare il candidato indipendente Pressler per compromettere l’eventuale elezione del repubblicano Rounds. La partita, insomma, si gioca in punta di penna, con gli eredi di Toro Seduto che finalmente hanno modo di incidere sul Paese che da sempre ha tentato di estirparli.

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