Astensionismo compreso

Elezioni regionali, com’è andata

Elezioni regionali, com’è andata
25 Novembre 2014 ore 08:00

La tornata elettorale, svoltasi questo week end per decretare i nuovi Governatori di Emilia Romagna e Calabria, ha offerto interessanti spunti di riflessione: in primo luogo, il Pd si conferma dominatore incontrastato della scena politica italiana, avendo ottenuto la presidenza di entrambe le regioni; gli unici tasselli mancanti nel mosaico della politica regionale italiana sono ormai solo Veneto, Lombardia e Campania. In secondo luogo, la Lega Nord è un partito in reale ascesa, capace di ottenere un buon consenso anche in zone in cui, fino a poco tempo fa, quasi nemmeno esisteva; in terzo luogo, il centrodestra è in continuo e inarrestabile sgretolamento, con Forza Italia, in particolare, che ha ottenuto nemmeno la metà dei voti degli alleati leghisti; inoltre, il Movimento 5 Stelle conferma la progressiva perdita di consensi già evidenziata in occasione delle elezioni europee di maggio; infine, ma è forse il dato se non più rilevante certamente più sconcertante, l’affluenza è stata bassissima.

 

Documento Renzi,vogliamo anche voti c.destra e Grillo

 

 

La doppietta del Pd. Il partito del Premier Renzi si è imposta su entrambi i campi di battaglia, facendo eleggere in Emilia Romagna Stefano Bonaccini, con il 49 percento dei voti, e Mario Oliverio in Calabria, con oltre il 60 percento. Numeri alla mano, il trionfo è totale, data la schiacciante vittoria nella regione del Sud e il netto distacco (20 punti percentuali) con cui Bonaccini ha sconfitto il rivale del centrodestra Alan Fabbri; il successo complessivo assume poi dimensioni ancor maggiori se si considera che la Calabria era sotto la reggenza del centrodestra, con l’ex Governatore Scopelliti appartenente all’area Ncd.

Il tutto, naturalmente, non ha potuto che portare grande soddisfazione all’interno del Pd, soprattutto in prospettiva di future tornate elettorali: al momento, infatti, non sembrano esserci rivali reali per il partito di Renzi, in forza di un centrodestra sempre più sfaldato e di un M5S in caduta se non libera, quantomeno preoccupante.

L’ascesa della Lega Nord. Altra parte politica che gioisce, nonostante la sconfitta, è la Lega. Per quanto riguarda l’Emilia Romagna, infatti, il candidato della coalizione che comprendeva Forza Italia, Ndc, Lega e Fratelli d’Italia era proprio un esponente leghista, Alan Fabbri, già sindaco di Boldeno, provincia di Ferrara. Il dato interessante emerge dallo scorporamento del 29,9 percento complessivo ottenuto dalla coalizione di centrodestra: di questa percentuale, infatti, ben il 19 percento è della Lega, mentre solo l’8 percento è arrivato da Forza Italia.

Sono questi numeri particolarmente rilevanti, che potrebbero significare, in breve tempo, un cambio deciso della leadership del centrodestra italiano, con Matteo Salvini, raggiante in seguito al risultato elettorale, pronto ad assumersi le responsabilità di una svolta del genere. Ovviamente, da un punto di vista della pura elezione, la vittoria di Bonaccini non era in discussione, vista la storica appartenenza politica dell’Emilia Romagna tutta, ma l’affermazione a livelli così alti di un partito come la Lega in una roccaforte notoriamente a lei avversa, è un avvenimento da registrare.

 

 

salvini ansa

 

Il crollo di Forza Italia. Male, malissimo è andata al partito di Berlusconi, che in un sol colpo si è visto portar via la presidenza di una Regione (la Calabria) e superare con forza dalla Lega Nord come primo partito dell’opposizione di centrodestra, perlomeno in Emilia Romagna: del 29,9 percento complessivo ottenuto in quest’ultima regione dalla coalizione, infatti, solo l’8 percento è azzurro, cosa che rappresenta una debacle storica in una regione da sempre avversa, ma mai così tanto.

In Calabria probabilmente è andata ancora peggio, con una regione fino a poche ore prima controllata e poi passata nelle mani del Pd in seguito al deludente 23,5 percento della candidata Wanda Ferro. E all’interno di Forza Italia sono già emersi i primi malumori, riguardo da un lato a possibili nuovi orizzonti in merito ai rapporti con la Lega, e da un altro rispetto ad un’organizzazione partitica che comincia a risentire pesantemente di una mancata progettazione negli anni precedenti, sotto tutti i punti di vista.

Male anche il Movimento 5 Stelle. Deludente anche il risultato del movimento di Beppe Grillo, che sembra, con il passare dei mesi, sgonfiarsi sempre più: in Emilia, la candidata Giulia Gibertoni non è andata oltre il 13,3 percento, mentre in Calabria Cono Cantelmi si è fermato addirittura al 4,8 percento. Considerando che, alle elezioni politiche del 2013, in quest’ultima regione il M5S aveva superato il 22 percento e in terra emiliana era arrivato quasi al 25 percento, questa pesante sconfitta assume connotati davvero preoccupanti per gli ideologi del “Vaffa!”.

Chi ha realmente vinto: l’astensionismo. Tutto ciò detto, il dato più impressionante è quello riguardante l’affluenza alle urne: in Calabria non si è andati oltre al 44 percento, mentre in Emilia Romagna la percentuale di votanti si è fermata al 37,8, in una regione in cui, abitualmente, astensione è una parola quasi inesistente nel dizionario politico.

Sotto un certo profilo, questo dato ridimensiona l’exploit della Lega in Emilia, poiché è plausibile che la gran parte degli elettori rimasti a casa non fossero certo per il partito di Salvini, deve dar da pensare al Pd, che perde appeal nelle terre più fedeli, e offre un briciolo di speranza al centrodestra, che ha il dovere di impegnarsi per conquistare una vasta platea di scettici e delusi.

Ma come mai questo crollo vertiginoso di affluenza? Da un lato, sicuramente, pesano gli scandali occorsi in entrambe le regioni negli ultimi tempi: in Emilia con la recente inchiesta sulle spese folli e ingiustificate effettuate dai membri della stessa giunta regionale, in Calabria con i diversi scandali giudiziari che hanno toccato l’ex governatore Giuseppe Scopelliti, che ne hanno forzato le dimissioni nell’aprile scorso. In secondo luogo, si è potuto votare solo un giorno, domenica 23 novembre, e non due, come solitamente accade. Ma soprattutto, per quanto sia una questione spesso discussa ma mai affrontata, prolifera un certo disinteresse per la politica, per la res publica, che significa innanzitutto “la cosa di tutti”; questi “tutti” però, al momento, proprio non ne vogliono sapere. In circostanze in cui l’antipolitica ha perso tutto il fascino ottenuto negli ultimi due anni (leggasi M5S) e ciò che ormai sa di stantio e di passato (Forza Italia) non riesce più a conquistare l’interesse delle folle, sono sopravvissuti solo la novità del momento (Salvini e la Lega) e chi, ora come ora, riesce ad attirare sufficienti e costanti dosi di consenso, come il Pd.

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