"mai più violenza ai bambini"

Chi era il piccolo Cocò (che il Papa è andato a trovare)

Chi era il piccolo Cocò (che il Papa è andato a trovare)
20 Giugno 2014 ore 18:50

Nicolas “Cocò” Campolongo jr, di anni tre, residente in Cassano allo Ionio (provincia di Cosenza). Figlio di Nicola Campolongo e di Antonia Iannicelli. Trovandosi i genitori entrambi detenuti nel carcere di Castrovillari a motivo della loro attività criminosa (spaccio di droga) era stato affidato alle cure del nonno Iannicelli Giuseppe, sorvegliato speciale.
Nella serata di venerdì 17 gennaio 2014 il bambino, il nonno e la giovane marocchina Ibtissam Touss, compagna del suddetto, vengono dati per dispersi.
I loro corpi carbonizzati saranno trovati due giorni dopo all’interno di una vettura bruciata abbandonata in contrada Fiego di Cassano allo Ionio. Sul cofano dell’auto una moneta da 50 centesimi. La polizia ha reso noto che i tre erano stati uccisi con un colpo alla testa prima di essere dati alle fiamme.

Questa mattina, sabato 21 giugno, papa Francesco si è recato nel carcere di Castrovillari che ospita 180 detenuti (il Santo Padre li ha sempre chiamati “amici”), fra i quali Nicola Campolongo, il padre di Cocò. Incontrando lui e altri familiari, che sono scoppiati in lacrime, il Papa ha scandito: “Mai più violenza ai bimbi, mai più succeda che un bambino debba vivere queste sofferenze, io prego per lui continuamente, non disperate”. Fra i detenuti era presente anche Dudu Nelus, romeno di 27 anni, accusato di essere il responsabile dell’omicidio di don Lazzaro, il sacerdote ucciso a Cassano dello Ionio nei mesi scorsi.

Ecco chi era Cocò Campolongo.

Il piccolo Cocò –  che il papa è andato a trovare –  nella sua vita ha fatto una cosa sola: esserci. Esserci per essere spostato di qua e di là, fuori e dentro la prigione, dalla mamma al nonno a chi capitava. Anche loro fuori e dentro, ai domiciliari o sorvegliati speciali o cos’altro.

Sorrideva sempre, hanno detto. Nella lettera in cui chiede che alla figlia vengano concessi i domiciliari il nonno scrive: «Ma ora è urgente che torni a casa. I suoi figli piangono tutto il giorno; il piccolo Cocò non smette di singhiozzare e chiedere della madre. E poi è incontrollabile. Mia figlia Simona [la zia del piccolo] abita in centro, e spesso Cocò corre fuori, in strada; con la madre invece potevano stare, e potrebbero ora starci anche i bambini di Simona, in una casa fuori paese, con un ampio cortile recintato da un muro molto alto». Per l’ora d’aria.

Spostato da un giudizio a un altro, da un’immagine all’altra, dal riso al pianto, in collo o per terra. Sta buono lì.

C’era e pesava. La mamma –  per un periodo ai domiciliari –  avrebbe voluto portarlo a far vedere al padre in carcere a Catanzaro, perché il padre non lo aveva mai visto. Ma il tribunale diceva che no, non si poteva fare. No. Niente da fare. No, impossibile. No, è la legge.  Avanti così per due anni. Allora lei, la madre, prende i bambini e se ne va a Catanzaro per farli vedere al padre. Sperava che non si accorgessero, magari. E invece l’hanno beccata anche stavolta. Di nuovo dentro. E Cocò? dal nonno.

C’era, Cocò, anche quando hanno sparato a suo nonno. Non doveva esserci.

 

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