Cosa cambia di preciso

Erdogan è ancora presidente E stavolta con nuovi poteri

Erdogan è ancora presidente E stavolta con nuovi poteri
Cronaca 30 Giugno 2018 ore 09:30

Il 24 giugno, si sono svolte le elezioni generali in Turchia e il Paese ha deciso di non cambiare il suo volto: con il 52,5 per cento dei voti, il presidente in carica Recep Tayyip Erdogan si è portato a casa l’ennesimo mandato che lo vedrà alla guida del Paese almeno fino al 2023. Eppure questa vittoria, rispetto al passato, non è stata così scontata: nonostante la percentuale gli abbia permesso di vincere le elezioni al primo turno, molti sondaggi prevedevano il ballottaggio. Il secondo arrivato, Muharrem Ince del Partito Popolare Repubblicano (Chp), ha totalizzato il 30,7 per cento dei voti.

Alle elezioni parlamentari, invece, il partito di Erdogan ha preso il 42,5 per cento e il partito nazionalista di estrema destra Mhp l’11,5 per cento, garantendo così alla coalizione fra i due partiti ancora la maggioranza. Per quanto riguarda l’opposizione, fra cui figurano il Chp, il Partito Democratico dei Popoli (Hdp) e il Partito Curdo, pur essendosi le tre forze presentate insieme, non sono riuscite a superare la maggioranza. Ma sono comunque riuscite a incrementare il loro peso politico, tanto che anche i curdi hanno trovato spazio nel Parlamento.

 

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Cosa cambia. Con questa vittoria, Erdogan continua il suo cammino alla guida della Turchia, iniziato nel 2003, quando fu eletto primo ministro. Adesso però, a seguito alla riforma costituzionale approvata durante il suo scorso mandato, avrà un ruolo molto diverso per il Paese. È stata proprio la volontà di mettere in pratica sin da subito le novità approvate con il referendum dello scorso anno a fargli anticipare le elezioni, che erano previste per novembre 2019. Questa riforma sostituisce, di fatto, il modello parlamentare con quello presidenziale, che sposta moltissimi poteri dal Parlmento al presidente. Adesso Erdogan sarà autorizzato ad approvare decreti con funzione di legge, nominare ministri, giudici (prendendo quindi il controllo anche dell’organo giudiziario), la maggioranza dei membri della Corte Costituzionale e i vice presidenti. Insomma, il potere esecutivo diventerà istituzionalmente esclusiva del presidente.

Cambia davvero? In realtà non è una novità per la Turchia: da quando Erdogan è stato eletto per la prima volta presidente, nel 2014, le cose sono molto cambiate. Nel 2016, la repressione del tentato colpo di stato aveva permesso a Erdogan di acquisire maggiore controllo, accentrando su di sé diversi poteri. Erdogan cominciò a incarcerare chi aveva partecipato al tentato golpe, licenziò migliaia di insegnanti, militari e altri dipendenti pubblici ritenuti vicini ai “traditori”, attuò un processo di censura e chiusura della maggior parte dei giornali presenti nel Paese. Diversi giornalisti sono stati accusati addirittura di terrorismo e chi lavorava per le testate d’opposizione è finito in carcere per le più svariate ragioni. Emblematico il caso dei 13 giornalisti del Cumhuriyet, finiti in cella per accuse non meglio identificate e rilasciati da poco su cauzione dopo 17 mesi di reclusione.

 

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Elezioni regolari. In un’atmosfera così pesante, anche il rischio di brogli elettorali era dietro l’angolo. Nonostante questo, pare che il 24 giugno tutto si sia svolto regolarmente. Il risultato di queste elezioni è la limpida rappresentazione di come la Turchia viva il suo presidente: completamente scissa fra chi ripone estrema fiducia nella figura di Erdogan, vedendolo in lui l’uomo della crescita economica del Paese, e chi invece guarda alle azioni compiute da Erdogan e teme di cadere in un regime dittatoriale. Questi ultimi sono risultati più numerosi rispetto alle scorse elezioni, ma la loro crescita non è bastata a far cadere Erdogan. Che ora, quindi, si trova davanti un’autostrada spianata verso l’autoritarismo.

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