in ambulanza

Ermanno Poli dei Volontari di Treviolo: «Porto i segni di quei turni massacranti»

Il vicepresidente dei Volontari racconta quanto è difficile superare il trauma Covid. Solo 15 persone su 64 rimaste operative per il 118. «In ambulanza dalle 6 di mattina alle 3 di notte, non ci vedevo più»

Ermanno Poli dei Volontari di Treviolo: «Porto i segni di quei turni massacranti»
Treviolo e Lallio, 23 Giugno 2020 ore 14:18

di Monica Sorti

«Ne sto portando ancora le conseguenze. Da questa storia non ne sono ancora uscito e quello che mi ha fatto più male è stato il non poter dare sempre un supporto alle persone, ai familiari. Incrociare quegli sguardi vuoti che dicevano: adesso me lo porta via, ma lo rivedrò? Non lo rivedrò più? E lo stesso paziente che mi guardava come per dire: la vedrò ancora questa casa? In quei casi mi sono trovato impotente, sono stato male».

A parlare è Ermanno Poli, vicepresidente dei Volontari di Treviolo, che racconta come ha vissuto i giorni più bui della pandemia a bordo di un’ambulanza. «Io avevo il mio lavoro di tappezziere, il negozio era chiuso ma avrei potuto comunque continuare da casa. Ho deciso di non farlo perché, in quel momento, c’era più bisogno di me come soccorritore che come tappezziere». Si è quindi dedicato 24 ore su 24 al 118. «All’inizio ero disperato, non volevo mandare fuori i ragazzi senza protezioni, avendo già avuto prima un mese e più di lavoro. Noi queste polmoniti le stavamo vedendo da inizio novembre e all’epoca ci facevano uscire solo con la divisa. Era come mandare in guerra la gente con le pistole ad acqua. Durante la prima settimana ci siamo trovati in difficoltà, non sapevo dove reperire i Dpi perché non arrivava nulla né dalla Regione né dallo Stato. Qualcosa noi l’avevamo, il resto me lo sono procurato tramite gruppi di amici, che avevano tute protettive e mascherine. Fortunatamente poi c’è stata una bella risposta da parte della gente che si è attivata per aiutarci».

I Volontari hanno aperto una raccolta fondi che è andata molto bene. «Chiedevamo presidi e non soldi, ma a un certo punto la gente ha preferito farci delle donazioni, in modo che potessimo utilizzare le somme raccolte per le nostre necessità». Con pochi volontari, si sono trovati a dover gestire turni massacranti. «Io ero in ambulanza con la mia compagna e con mia figlia che ha 21 anni. Mi ricordo un turno durante il quale siamo partiti alle 6 del mattino e abbiamo finito alle 3 di notte, perché ho detto io alla centrale operativa di staccarmi, non ci vedevo più. Ero talmente stanco che piuttosto che fare errori ho preferito fermarmi». I Volontari operavano su tutta Bergamo e i trasferimenti erano lunghi, perché le persone venivano portate a Vimercate, a Cologno Monzese a Sesto San Giovanni, a seconda di dove c’erano posti liberi. «Il luogo veniva deciso dalla centrale operativa. È stata parecchio dura e ci sono state anche situazioni al limite. Per esempio, durante un arresto cardiaco…

L’articolo completo a pagina 38 del numero di PrimaBergamo in edicola fino al 25 giugno, oppure sull’edizione digitale QUI.

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