Solidarietà internazionale

La faccia buona dell’Iraq

La faccia buona dell’Iraq
06 Settembre 2014 ore 12:23

C’è un altro Iraq, che non compare nelle cronache di questi giorni. Un Iraq buono, dove la carità vince sugli orrori della guerra: al di là del conflitto e delle difficoltà umanitarie, nel Paese ci sono ancora associazioni, sindacati e reti che si battono per la partecipazione della società civile al dialogo nazionale e la lotta alla discriminazione tra tutte le comunità linguistiche e religiose. I volontari dell’associazione per la solidarietà internazionale Un ponte per…, nata nel 1991 subito dopo la fine dei bombardamenti sull’Iraq e l’inizio dell’embargo con lo scopo di promuovere iniziative di cooperazione a favore della popolazione irachena colpita dalla guerra, continuano il loro lavoro di assistenza e supporto alle popolazioni locali. In particolare alle minoranze, così pesantemente minacciate e attaccate dai miliziani dello Stato Islamico.

 

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Progetti di emergenza, assistenza sanitaria, programmi educativi e a favore del recupero del patrimonio culturale. In questo momento di emergenza hanno lanciato un appello per tutelare le minoranze rimaste in Iraq. Chiedono beni alimentari, acqua, interventi internazionali focalizzati alla protezione di popolazioni a rischio di genocidio e ponti aerei per portare in zone sicure le minoranze ancora assediate nelle montagne di Sinjar e in altre zone del governatorato di Mosul. Nell’appello si legge: «Le associazioni del Kurdistan iracheno hanno da giugno stravolto le loro attività ordinarie per alleviare le sofferenze degli 800.000 rifugiati interni giunti dal Nord dell’Iraq, che si aggiungono ai 200.000 kurdi scappati dalla guerra in Siria. Le ONG che rappresentano le minoranze, come la Yazidi Solidarity League, si affannano per dare anche sostegno morale e politico ad un popolo che sta subendo un vero e proprio genocidio. I volontari delle chiese cristiane, caldei e siriaci, sfornano migliaia di pasti al giorno per le famiglie fuggite dalle enclave cristiane della piana di Ninive. Le associazioni di donne denunciano a piena voce i crimini di schiavitù e stupro di cui si è macchiato lo Stato Islamico e sostengono le vittime. Chi lavora e lotta senza armi nel resto del Paese non ha visto significativi cambiamenti, e qualche giorno fa un altro operatore umanitario iracheno è stato ucciso da sconosciuti per il proprio attivismo, nella provincia di Dyala».

Un nuovo Iraq è possibile, e quelli di Un ponte per… ne sono convinti. La premessa necessaria è però lavorare «con massima energia a sostegno del processo politico iracheno e del dialogo nazionale, perché il nuovo Primo Ministro al-Abadi cambi corso rispetto al suo compagno di partito al-Maliki, ascoltando non solo le opposizioni ma anche la società civile irachena. Ci stanno provando gli attivisti dell’Iraqi Social Forum, composto da decine di associazioni, sindacati e reti di tutto il paese, che stanno impostando un piano strategico di partecipazione della società civile al dialogo nazionale, e di lotta alla discriminazione tra tutte le comunità linguistiche e religiose. Hanno lanciato in questi giorni campagne, come Ministri senza quote, contro la pianificazione della politica su basi etniche».

Parallelamente, sul fronte più specifico della realtà cristiana, continua la campagna promossa dalla rivista Asianews Adotta un cristiano di Mosul. Finora, a un mese dall’inizio della sottoscrizione, è già stata inviata in Iraq una prima tranche dei fondi (ricevuti fino al 31 agosto): 279.219,96 euro. Vanno ad aggiungersi i fondi raccolti in questi primi giorni di settembre, per un totale complessivo di 350mila euro. La generosità di chi ha deciso di aiutare a distanza le popolazioni così duramente colpite dal fondamentalismo viene consegnata al Comitato dei vescovi del Kurdistan, impegnati a nutrire, alloggiare, vestire, consolare oltre 150mila profughi cristiani, yazidi, turkmeni, sciiti e sunniti, fuggiti da Mosul, Qaraqosh e da altre zone del Nord Iraq conquistate dalla violenza dello Stato islamico.

 

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Anche Caritas Libano indirizza in Iraq risorse economiche destinate ai rifugiati. In occasione della recente visita compiuta nel Kurdistan iracheno da cinque patriarchi delle Chiese orientali, il patriarca maronita Bechara Boutros Rai ha devoluto un’offerta di 500mila dollari alle Chiese irachene e una di 50mila dollari a favore degli yazidi, come segno di solidarietà offerto da tutto il popolo libanese.

In gioco vi è non solo l’esistenza dei cristiani, ma dello stesso Iraq come Paese multietnico, e di un Medio oriente dove siano garantiti il dialogo e il rispetto per ogni etnia e religione. Gli aiuti vengono utilizzati indistintamente per tutti i profughi bisognosi, a prescindere dalla loro etnia o religione. L’obiettivo vero è farli restare a casa loro, affinché possano continuare ad arricchire il loro Paese nella molteplicità di fedi e culture.

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