Il successo ai play-off sul Pescara

Fenomenologia di Delio Rossi Il Profeta che non è Padre Pio

Fenomenologia di Delio Rossi Il Profeta che non è Padre Pio
Cronaca 11 Giugno 2015 ore 15:44

Ha battuto l'Avellino e poi il Pescara in finale: il Bologna è tornato in Serie A. Ce lo ha portato Delio Rossi. Delio caro, ah quanto c'eri mancato. Bergamo l'avevi lasciata così, con quel passo da bandolero stanco, il morso allo stomaco per una salvezza mancata per un pelo, con la promessa che aveva riempito il cuore di tutto il popolo nerazzurro: «Prima o poi tornerò all'Atalanta». Era il 2005. Nel calcio si è sempre un po' bugiardi e alla fine Delio Rossi se n'era andato per la sua strada. I successi con la Lazio, le arrabbiature con il Palermo. A Firenze, nel 2012, dà un pugno a Ljajic, il motivo non si è mai capito bene, ma alla fine è l'allenatore a pagare. Alla Sampdoria, l'anno dopo, fa il dito medio a Burdisso. Non finisce il campionato, esonerato. Resta fermo una stagione. A maggio lo vuole il Bologna per sostituire l'uruguaiano Diego Lopez. Delio ha già la faccia stanca, le occhiaie di uno che non dorme da settimane, mesi. Forse mai. I rossoblù sono in una situazione critica, mancano tre partite, la missione è una: la Serie A. E ovviamente ci vuole il migliore su piazza. Chi? Delio, appunto. «Ma io non faccio il pranoterapeuta», dice lui alla prima conferenza stampa. Abituati ai blandi allenamenti di chi c'era prima di lui, l'arrivo di Rossi è come la scossa elettrica. Le sedute durano fino al tramonto, la squadra suda, corre, sarà un bene? «Mica stiamo andando in Afghanistan, non stiamo andando in guerra», risponde Delio facendo spallucce.

 

 

Un personaggio da fumetto. Se non fosse un personaggio reale, Delio sarebbe una creazione di Hugo Pratt. Solitario, perennemente alla ricerca di un pensiero sfuggente o di un nuovo orizzonte. Raccontano che da quando è a Bologna non abbia mai oltrepassato i cancelli del centro tecnico di Casteldebole. Dicevano lo stesso a Zingonia, quando per giorni rimaneva chiuso a chiave in una stanza cercando il modo di salvare la stagione. Delio è così, tutto hotel e calcio. Ha trascorso le notti a studiare dvd in albergo, a sfogliare carte, produrre schemi tattici di una certa complessità. «Pensate che sto a Roma da tanti anni e non ho mai visto il Colosseo», ha detto una volta. Ai tempi della Salernitana, alla fine degli anni Novanta, si era guadagnato il soprannome di Profeta, era riuscito a riportare il club nel massimo campionato e la cosa sembrò per certi versi un miracolo. Non a lui: «Voi vi aspettate che faccia Padre Pio, ma io non sono Padre Pio», diceva ai tifosi che gli chiedevano la moltiplicazione dei punti in classifica. Comunque a Salerno quel 1999 se lo ricordano tutti quanti.

 

 

I miracoli del Profeta. E adesso Bologna. A chi gli chiede la formazione risponde: «Io non faccio la formazione con le Figurine Panini. Gioca chi sta meglio e basta». E se il concetto non è chiaro, Delio aggiunge: «Preferisco un ciuccio vivo a un dottore morto», la cosa di solito finisce lì. Delio il calmo. Contro l'Avellino, in semifinale, succede che Castaldo al novantesimo colpisce una traversa. A Bologna perdono tutti dieci anni di vita, vengono i capelli grigi. Lui non li ha: «Ho soffiato - dice Delio -, e la palla dopo è uscita». Il gol avrebbe eliminato il Bologna, che invece è andato avanti. È riuscito nell'impresa di far tornare al gol Robert Acqufresca, 8 reti in tre anni. Pensare che a Bologna si erano stancati di vederlo, ora è un mito. A Bergamo Delio ci riuscì con Makinwa, illudendo i tifosi di aver trovato il nuovo messia: «Makinwa Sindaco», scrissero su uno striscione. Delio l'infaticabile. Quando allenava i dilettanti andava in giro con il suocero a rubare i birilli dell'Anas e dopo li usava agli allenamenti. Oggi ha una cartellina, i fogli, tutto è catalogato e studiato. Ma non appena può si accende una sigaretta in mezzo al campo mentre spiega ai giocatori i movimenti. «È loro questa promozione, io non ho fatto niente. Mica vado in campo», ha detto dopo l'1-1 che ha dato al Bologna la Serie A.

 

 

E Pescara insorge. Intanto Pescara insorge. Dopo il pari all'Adriatico, quello del Dall'Ara ha condannato la squadra di Massimo Oddo a restare in Serie B. Ovviamente ci si aggrappa a tutto, anche alla federazione islandese che non ha concesso a Bjarnason, uno dei simboli della squadra, di giocare il match perché il 12 giugno deve disputare una partita con la nazionale. Beh: l'Abruzzo è rivolta. Sono andati tutti sulla pagina Facebook della federazione islandese e immaginate il caos. «Ridateci Birkir o vi mandiamo la Pezzopane», scrivono in un commento. Risposta: «Hver er Pezzopane? Kannast bara voi Pepperone!». Chissà. È una guerra all'ultima lingua, e figurati quando cominciano a scrivere in abruzzese. Vogliono invadere il paese: «Ma coma cazz scriver? Ardetc Birk sennò varvutichem lu paes». O che il sole splenda anche di notte: «Vi auguro 40 gradi all'ombra e lu sol pur di nott cucì vi squaijet agnà Na cacar». Peggio, scrive qualcuno: «Siete più tristi del Molise». Alla fine dice bene Giuseppe: «Oh, gli islandesi non commentano. Si sono arresi. L'Islanda è conquistata, ragazzi!».