Undici giorni di sciopero

I sindacati dell’Alto Sebino contro la Lucchini che vuole riprendere la produzione

I sindacati dell’Alto Sebino contro la Lucchini che vuole riprendere la produzione
03 Aprile 2020 ore 15:09

Proclamati 11 giorni di sciopero consecutivi. Scelgono la linea dura la Fim, Fiom e Uilm dell’Alto Sebino contro la Lucchini RS che intende riaprire produzione e con cui «non è stato possibile concordare nulla in ottica di prevenzione e tutela della salute dei lavoratori», sostengono i sindacati.

«Dopo ore di discussione in merito alla prosecuzione della chiusura della fabbrica, come richiesto dalle organizzazioni sindacali, e la necessità aziendale di riaprire parte delle attività produttive e dopo aver proposto come mediazione di far rientrare al lavoro esclusivamente quei lavoratori che, volontariamente, avessero deciso di tornare, di fronte al rifiuto da parte dell’azienda ci troviamo costretti come unica soluzione a proclamare 11 giorni di sciopero dal 3 al 13 aprile 2020 compresi, per tutelare la salute dei dipendenti della Lucchini e dei loro cari», sottolineano Luca Tonelli, di Fim Cisl, Barbara Distaso della Fiom Cgil ed Emilio Lollio, segretario generale Uilm.

Il Dpcm firmato dal Premier Giuseppe Conte il 22 marzo scorso (prorogato mercoledì 1 aprile) ha sospeso tutte le attività produttive e commerciali ritenute non essenziali. Lo stesso decreto ha però dato la possibilità alle aziende di comunicare al Prefetto, con un’autocertificazione, il proseguimento delle attività “di filiera” legate ai servizi essenziali e questo ha comportato che, in provincia di Bergamo, centinaia di aziende in questi giorni abbiano deciso di ripartire con le produzioni, seppur con organici ridotti.

«Nelle grandi aziende sindacalizzate del territorio siamo riusciti a gestire la situazione con razionalità – commentano i rappresentanti sindacali -. Dopo aver controllato l’essenzialità delle lavorazioni e la possibilità del rispetto delle condizioni di sicurezza, ad esempio, abbiamo convenuto in Smst e Gruppo Brembo la necessaria chiusura per un’ulteriore settimana, mentre in Tenaris la ripartenza graduale solo per alcune specifiche commesse e solo con lavoratori volontari. C’è una azienda però nella quale non è stato possibile concordare nulla, un’azienda che per il nostro territorio è fondamentale e nella quale si sta scegliendo, nostro malgrado, di buttare a mare anni di positive relazioni sindacali».

«Lucchini produce materiale rotabile e sostiene di poter lavorare in quanto il settore dei trasporti è un servizio essenziale – proseguono -. Abbiamo chiesto più volte all’azienda di non partire con la produzione, considerando il magazzino sufficiente per la garanzia dei ripristini ferroviari, ma non siamo stati ascoltati. Abbiamo allora chiesto, nel rispetto delle persone che in queste settimane hanno visto morire parenti ed amici, che venissero fatti rientrare solo i lavoratori che si sentivano in condizione di farlo e, ancora, non siamo stati ascoltati. Riaprire la Lucchini vuol dire riversare in strada e sui luoghi di lavoro centinaia di persone che sarebbe stato meglio restassero a casa e non possiamo fare finta di non sapere che questo rappresenta, non solo un errore etico, ma un enorme rischio per la nostra già provata collettività».

«Donare soldi agli ospedali è un bel gesto, ma perde di significato nel momento in cui non ci si sforza di svuotarli e di fermare la strage, bloccando le produzioni non essenziali – concludono Fim, Fiom e Uilm -. A fronte di questa cecità della direzione Lucchini, le organizzazioni sindacali unitariamente faranno nelle prossime ore tutto quanto necessario per cercare di riportare l’azienda alla ragionevolezza. Per prima cosa proclamiamo già da ora lo sciopero ad oltranza, per dare uno strumento di tutela a tutti quei lavoratori che si vorranno rifiutare di rientrare al lavoro. Scriveremo poi a tutti gli organi competenti di intervenire per controllare che l’azienda si attenga a quanto previsto dai decreti in merito alle produzioni essenziali. Saremo, insomma, in tutto e per tutto a fianco dei lavoratori che non capiscono oggi e non capiranno nemmeno domani le ragioni di una tale e assurda posizione aziendale».

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