L'edilizia popolare è sparita

La Francia sta perdendo la casa e va in albergo per una notte

La Francia sta perdendo la casa e va in albergo per una notte
04 Febbraio 2015 ore 11:28

Ogni anno da venti anni, in Francia, la Fondazione Abbé-Pierre (FAP) redige un rapporto sul disagio abitativo, visto che lo Stato non se ne occupa. L’ultimo, pubblicato il 3 febbraio, non lascia scampo: le persone in grave sofferenza abitativa sono oltre 3 milioni e mezzo. Peggio ancora: «I provvedimenti immaginati negli anni ’90 sono alla corda e si riferiscono a una situazione totalmente diversa dall’attuale, fatto che determina un diffuso sentimento di ingiustizia» ha detto Christophe Robert, delegato generale della FAP.

Il 115, il numero d’urgenza per i senzatetto, ha ricevuto – nell’inverno 2013-14 – 355 mila chiamate a fronte di una disponibilità di posti di 140.000. Per il resto si ricorre all’alloggiamento in alberghi della durata di una notte. 40.000 nel 2014, ma la cifra è in crescita. Il numero di coloro che fanno richiesta di una casa popolare ha raggiunto 1.800.000 unità, ma ogni anno ne sono assegnate solo 467 mila, cioè meno di un quarto.

«Si assiste alla massificazione delle precarietà, con l’intasamento di dispositivi quali il 115, col sovraffollamento crescente dei centri di ricovero e accoglienza sempre più in affanno a fronte di una richiesta che continua a crescere. Per converso, le possibilità di accoglienza si fanno ogni giorno sempre più aleatorie» ha aggiunto Christophe Robert.

Solo il 44 percento di coloro che hanno lasciato un centro di accoglienza e reinserimento sociale l’anno scorso ha avuto accesso a un alloggio, contro il 63 percento del 2009. La richiesta è fortemente sottostimata e in parte non riconoscibile perché molte persone hanno ormai perso ogni speranza di veder soddisfatte le richieste e rinunciano a far domanda. Tra i 70 e i 1200 mila senzatetto vivono come possono; le bidonvilles proliferano: nel 2014 ne sono state censite 429, che ospitano tra le 15mila e le 20mila persone. Si sviluppano nuove forme di precarietà: appartamenti privi di riscaldamento, proprietari sempre più indebitati o oppressi da tasse e ipoteche.

«Il 2014 è stato un annus horribilis per le persone in difficoltà abitativa. La legislazione ha teso a privilegiare le persone più agiate, è stata abbandonata la pratica degli affitti calmierati e dichiarata decaduta la legge sul diritto di tutti ad un affitto equo» ha tempestato Patrick Doutreligne, che ha presentato il suo ultimo bilancio come delegato della FAP prima di andare in pensione. Le associazioni degli inquilini vanno ciascuna per proprio conto e le promesse di Hollande, che in campagna elettorale aveva annunciato un piano quinquennale per la lotta alle povertà sono state dimenticate. «A fronte della lobby delle Assicurazioni che ha vanificato la garanzia universale degli affitti, all’attacco dei proprietari e degli agenti immobiliari che hanno minato la volontà di regolamentarli, coi sindaci che non vogliono sentir parlare di edilizia popolare, e con uno Stato sempre più debole, che peso può avere la voce di chi non ha casa?», ha domandato Monsieur Doutreligne.

Sylvia Pinel, ministro delle politiche abitative, ha annunciato martedì scorso un piano per metter fine al ricorso alle notti in albergo. «Lo Stato metterà a disposizione 105 milioni di euro in tre anni, e proporrà soluzioni alternative regolamentate, utilizzando alloggi resi disponibili da privati», è stata la sua risposta alle sollecitazioni più recenti.

A forza di non voler provvedere, la situazione di povertà è ormai diventata cronica. «Mentre fino a trent’anni fa la grande maggioranza dei francesi pensava che la disoccupazione e la povertà fossero conseguenza di ingiustizie sociali, oggi l’opinione pubblica è più variegata: una buona metà è convinta che l’esclusione sociale dipende dalla condotta di vita delle singole persone», ha riferito Nicolas Duvoux, sociologo all’università di Paris Descartes, che ha aggiunto: «Si sta diffondendo anche la convinzione che tutte le politiche comunali, di edilizia popolare e di lotta al disagio sociale sono fallite. Coloro che combattono su questo fronte, associazioni o impiegati in lavori socialmente utili si sentono messi da parte, si considerano del tutto impotenti. Condizioni che non invitano certo a prendere iniziative né a breve né a lungo termine, né a livello locale né, tanto meno, nazionale».

[fonte: Le Monde]

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