Uno Stato esemplare

Gender gap, la lezione dell’Islanda

Gender gap, la lezione dell’Islanda
Cronaca 02 Maggio 2018 ore 08:47

Il World Economic Forum ogni anno stila una classifica relativa al gender gap di tutti i Paesi del mondo, analizzando il divario di genere esistente in ciascuno, per verificare quale sia la reale condizione sociale delle donne rispetto agli uomini. Quattro gli indicatori analizzati: lo stato di salute, il livello di educazione, lo stato economico e l’emancipazione politica. L’indicatore analizza le diversità di trattamento tra uomo e donna a prescindere dal livello economico-sociale del Paese di riferimento, trascendendo dai diversi atteggiamenti culturali degli Stati (a livello di diritti, costumi e politiche), analizzando non il livello di emancipazione femminile ma la parità di genere, ovvero quanto le disparità di trattamento tra uomini e donne si vadano nel tempo riducendo.

 

 

La classifica, male l’Italia. Al primo posto, per il nono anno consecutivo, c’è un Paese europeo: l’Islanda, seguita da altri tre paesi del Nord Europa, ovvero Finlandia, Norvegia e Svezia. Se in Islanda la parità maggiore si registra in ambito politico e nell’accesso all’istruzione, la Finlandia emerge invece per la fortissima uguaglianza nei redditi di uomini e donne. E l’Italia? Che l’Italia non brilli in queste classifiche è cosa risaputa: quest’anno si posiziona al cinquantesimo posto, dietro Serbia e Israele. Molto negativa la situazione per quanto riguarda le possibilità di partecipazione e le opportunità economiche, con una diversità di salari tra le più accentuate nel mondo, tanto da portare l’Italia al 127° posto rispetto a questo specifico indicatore.

L’esempio dell’Islanda. Proprio su questo punto, del resto, è ancora una volta l’Islanda a darci una lezione. Il 1 gennaio 2018, infatti, il paese ha varato una legge storica, per eliminare completamente il gap di genere negli stipendi delle donne rispetto agli uomini, che obbligherà tutti gli uffici pubblici e le aziende con più di 25 impiegati a dimostrare, attraverso una certificazione da presentare ogni tre anni, che non ci sia disparità salariale tra dipendenti uomini e donne. Una legge approvata da un parlamento composto per quasi la metà da donne, sul cui rispetto vigilerà la polizia nazionale, anch’essa composta per quasi la metà da donne.

 

 

L’inizio della battaglia, 1975. Se l’Islanda non è stata esattamente la prima a varare leggi di questo tipo (già la Svezia nel 2009 e la Germania nel 2017 avevano fatto passi in tal senso) l’isola del Nord Europa si dimostra esemplare nella completezza del provvedimento previsto. Una vittoria femminile su tutta la linea, risultato che deriva da una lunga battaglia, da quel 24 ottobre del 1975 in cui le donne islandesi rifiutarono di lavorare, cucinare o occuparsi dei figli. Uno sciopero generale che vide asili e scuole rimanere con le porte sbarrate, mentre il 90 per cento delle donne islandesi aderiva all’iniziativa. In quel giorno i papà furono, spesso per la prima volta, costretti a prendersi cura per l’intera giornata dei loro figli. Dovettero armarsi di giocattoli, caramelle e penne colorate e portarli con loro al lavoro. Una giornata che passò alla storia, ricordata come quella in cui i anche nel backstage delle trasmissioni televisive si sentivano pianti di bambini, mentre l’intero Paese terminava le scorte dell’unico cibo pronto disponibile all’epoca: le salsicce. Un giorno che segnò un punto di non ritorno nella battaglia per l’empowerment femminile, dimostrando la chiara volontà delle donne di vedere il proprio lavoro rispettato e ricevere un compenso pari a quello degli uomini.

Le conquiste negli anni. Negli anni il paese di strada ne ha fatta, tanto che ora gli uomini hanno a disposizione tre mesi di paternità, di cui il 90 per cento usufruisce, mentre l’anno passato è stata eletta per la seconda volta una donna come Primo Ministro: Katrin Jakobsdottir, 41 anni e tre figli. In molti sosterranno che sia facile gestire il problema del gender equality quando si ha a che fare con una popolazione di appena 334mila persone (meno della metà rispetto a quella di un comune di medie dimensioni del Nord Italia). Se di certo è una considerazione valida, altrettanto vero è che, per migliorare uno Stato, proprio alle battaglie di altri Paesi virtuosi bisogna guardare. Indipendentemente dalle loro dimensioni.

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