Dal 2007 al 2012 il 55% di immigrati in meno

La Germania è la nuova America e l’Italia non se la fila più nessuno

La Germania è la nuova America e l’Italia non se la fila più nessuno
02 Dicembre 2014 ore 14:51

C’era una volta l’Italia, terra di immigrati. Sì, perché nonostante la nostra storia ci ricordi sempre di essere una popolazione fortemente emigratoria, con la tendenza alla ricerca di fortune al di là dei nostri confini, in realtà il Belpaese è stato, fino a poco tempo fa, il terzo Paese per dati sull’immigrazione, dietro solamente a Stati Uniti e Spagna. La crisi ha però cambiato, e non di poco, anche questo quadro internazionale. A renderlo noto è stata l’Ocse, l’Organizzazione europea per la cooperazione e lo sviluppo economico. L’organizzazione con sede a Parigi ha analizzato i dati compresi tra il 2007 e il 2012, evidenziando come l’Europa abbia subito un calo del 15% nei numeri relativi ai flussi immigratori. Buona parte di questo calo è imputabile proprio alle due Nazioni che, fino al 2007, guidavano la classifica europea dell’immigrazione, ovvero Spagna e, per l’appunto, Italia. Nel nostro Paese il numero di immigrati permanenti è passato da 572mila a 258mila, una caduta del 19% tra 2012 e 2011 e addirittura del 55% tra 2012 e 2007. A crescere, invece, è stata la Germania, con circa 400mila nuova immigrati, e che ha registrato degli aumenti incredibili: del 38% tra 2012 e 2011 e addirittura del 72% tra 2012 e 2007.

Nuova terra di conquista. Se noi italiani, da decenni, conosciamo la Germania come terra di emigrazione, in termini generali questi dati sono una novità ed ergono Berlino al secondo posto della classifica dei Paesi per numeri di nuovi immigrati, dietro (e ancora lontanissima) al milione all’anno degli Stati Uniti. Il rapporto dell’Ocse rivela che quasi il 30% degli immigrati sul territorio europeo, nel 2012, si è recato in Germania. Questi dati vanno a confermare le stime, pubblicata a inizio novembre, del Governo tedesco nell’annuale rapporto sui numeri dell’immigrazione. Questo, infatti, aveva calcolato in 369mila i nuovi immigrati giunti in territorio teutonico nel 2012 e 437mila nel 2013. Sarebbe di origine straniera, quindi, il 20% della popolazione complessiva, circa 16 milioni di persone. Questi numeri sono un record dal 1995 a questa parte. Nonostante il boom dell’immigrazione abbia portato anche ad un miglioramento complessivo delle condizioni di lavoro della popolazione di origine straniera, il Governo tedesco rivela che gli immigrati di prima e seconda generazione rimangono ampiamente sottoccupati rispetto ai tedeschi, con un tasso di disoccupazione doppio rispetto alla media nazionale: 14,4% contro 6,2%. Le ragioni? Un più basso livello di formazione (il 30,5% dei giovani di famiglie immigrate è senza qualifica professionale) ma anche la discriminazione di cui sono vittima gli immigrati nella ricerca di un posto di lavoro, soprattutto se di origine turca o, più in generale, araba.

Resta apprezzato il Regno Unito. Un Paese che è rimasto abbastanza stabile per quanto riguarda l’accoglienza di nuovi immigrati è il Regno Unito. L’Ocse ha calcolato che il numero di cittadini stranieri che vivono nella terra della Regina, nel 2013, è salito a 4,9 milioni, con un incremento del 3,2% rispetto all’anno precedente. I cittadini stranieri rappresentano il 7,9% della popolazione totale. Numeri che, però, non piacciono molto agli inglesi e al Governo di David Cameron, che appena pochi giorni fa aveva minacciato l’Ue di guidare fuori dall’Unione il Regno Unito se gli altri Paesi membri non accetteranno di limitare la libera circolazione all’interno del territorio europeo, con l’obiettivo di limitare proprio l’immigrazione nel suo Paese. Il piano del premier britannico, in particolare, prevede l’introduzione di misure che permetterebbero a Londra di non dover garantire ai cittadini di altri Paesi europei il welfare di Stato per i primi 4 anni di residenza e di rimpatriare quelli che sono disoccupati da oltre 6 mesi. Gli immigrati, inoltre, non avrebbero più accesso al sussidio di disoccupazione e se risultassero ancora senza occupazione dopo 6 mesi dall’arrivo, dovranno lasciare il Paese. Misure dure, che andrebbero contro anche ai trattati firmati da tutta l’Unione, ma che mettono nuovamente a confronto il Regno Unito e i Paesi dell’eurozona.

La situazione dell’Italia. Ritornando al nostro Paese, come detto, il calo immigratorio è stato drastico: da terzo Paese dietro a Stati Uniti e Spagna, l’Italia è diventato il quinto, alle spalle di Usa, Germania, Regno Unito e Francia. Per quanto riguarda i cittadini stranieri presenti nel nostro territorio, l’Italia registrava, a fine 2012, circa 4 milioni di immigrati permanenti, cioè il 7,4% della popolazione complessiva e il 10% di quella attiva (una forte crescita rispetto al 2,5% del 2001). Di questi, i più numerosi (poco meno di un quarto) sono rumeni, a quota 951mila. Dietro di loro ci sono gli albanesi (437mila), i marocchini (412mila) e i cinesi (213mila), che sono però in forte e costante aumento. Del totale, un buon 58% degli immigrati ha un lavoro stabile, ma l’Ocse ha sottolineato diversi fattori di rischio per l’Italia. In particolare il basso livello d’istruzione degli immigrati (la più bassa in generale) e l’elevatissima polarizzazione del mercato del lavoro tra mestieri dominati dagli stranieri, generalmente i peggio pagati e con minor prospettive di carriera, e quelle invece in mano alla popolazione italiana. Solo la Grecia fa peggio di noi. In sostanza i numeri ci illustrano un’Italia poco attraente agli stranieri alla ricerca di opportunità di lavoro di medio-alto livello e sempre più snobbata anche dal resto dell’immigrazione. Del resto, in un Paese in cui quasi il 60% dei 100mila emigranti l’anno è rappresentato da giovani istruiti, è difficile pensare che ci siano opportunità di lavoro per stranieri.

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