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Sono vecchi e poco curati

Il giorno della strage degli alberi (ma a Bergamo hanno resistito)

Il giorno della strage degli alberi (ma a Bergamo hanno resistito)
Cronaca 31 Ottobre 2018 ore 04:30

Lo ricorderemo come il giorno della strage degli alberi. Lunedì, 29 ottobre, le raffiche di vento che hanno spazzato la penisola hanno finito con il colpire soprattutto queste creature inaspettatamente fragili che fanno parte del nostro paesaggio urbano. Sono caduti a centinaia, in particolare a Napoli e Roma, facendo alla fine ben sette vittime, schiacciate dalla caduta dei grandi tronchi.

Ma perché cadono i grandi alberi delle nostre città? C’è una ragione storica. Nelle città antiche l’albero non aveva diritto di cittadinanza nei contesti urbani, fittissimi di case e dove gli spazi venivano contesi per le attività produttive. Gli alberi, tantissimi, stavano tutt’attorno, a formare boschi che spesso erano vissuti quasi come luoghi di paura. È con la rivoluzione urbana in particolare di fine 800 che le città vengono ridisegnate per aprire più ampi spazi alle strade e per facilitare i movimenti dei nuovi mezzi di trasporto. Così per abbellire i nuovi grandi viali aperti, così più larghi rispetto alle vecchie strade del passato, gli architetti hanno progettato ovunque di piantare ai lati grandi alberi, che facessero anche un po’ di ombra nei caldi mesi estivi di un Paese mediterraneo come il nostro. Platani, olmi, pini marittimi, bagolari sono state le piante preferite. Piante che in molti casi sono state volutamente lasciate crescere moltissimo, sino ad assumere dimensioni monumentali.

 

 

È passato più di un secolo e oggi in molti casi siamo arrivati a una resa dei conti. Perché molti di quegli alberi piantati in occasione di quella rivoluzione urbanistica sono ancora lì, vecchi anche di più di cento anni. Vecchi e in molti casi mal curati, come accade a Roma, dove per le ben note vicissitudini amministrative che l’hanno travolta nell’ultimo decennio, la cura del verde è stata praticamente azzerata. Sino a tre anni fa la capitale aveva 1200 addetti al servizio giardini. Oggi sono 200. Colpa ovviamente delle inchieste giudiziarie che hanno azzerato gli appalti: e oggi nelle casse comunali ci sono cinque milioni di euro non spesi proprio per lo stop all’appalto alla manutenzione del verde. Roma è la città dei pini marittimi, che hanno radici molto superficiali (tant’è vero che spaccano l’asfalto) e quindi hanno meno tenuta davanti alla forza del vento.

 

 

Come si cura un albero con oltre cento anni di vita? Molte volte non c’è molto da fare e bisogna ricorrere all’abbattimento, quasi sempre scontrandosi con proteste e comitati di zona che non ne vogliono sapere. Se l’albero viene abbattuto, viene sempre sostituito da un altro, che però è evidentemente più basso e che più basso viene tenuto apposta, proprio per facilitarne la manutenzione. Per monitorare lo stato di salute dei tronchi ci sono anche macchinari in grado di fare un check up e individuare eventuali “carie” che li stanno minando. Ma usare l’apparecchiatura ha un costo di cinquanta euro a test e quindi i comuni sinché possono tirano in lungo.

Non si può dire che le città più colpite siano quelle con la maggiore densità di alberi: Roma ne ha solo undici ogni cento abitanti, Napoli addirittura di ferma a sei. Per avere un raffronto ci sono città come Modena che arrivano a 108 piante o Brescia, che è seconda a livello nazionale, con 64 alberi ogni cento abitanti. E Bergamo? Non è messa benissimo. Secondo la classifica di Ecosistema Urbano 2018 di Legambiente è a quota di un albero ogni cinque abitanti (19 su 100). Pochi, ma quanto meno resistenti ai venti…

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