In trecento uscite dall'inferno

I volti e i terribili racconti delle donne rapite da Boko Haram

I volti e i terribili racconti delle donne rapite da Boko Haram
07 Maggio 2015 ore 16:30

In un blitz condotto dall’esercito nigeriano contro i guerriglieri di Boko Haram sono state liberate circa trecento persone tra donne e bambini. L’operazione si è svolta nel nord del Paese, nella zona di Sambisa. Le forze nigeriane, sostenute da aerei da guerra, hanno invaso la scorsa settimana la vasta ex riserva coloniale, con lo scopo di annientare la presenza degli estremisti all’interno di quel territorio. Secondo le prime testimonianze raccolte, il gruppo sarebbe originario di Gumhuri, un villaggio vicino la città di Chibok. Tra i quasi trecento ostaggi liberati dall’esercito nigeriano che erano tenuti prigionieri in ben tre campi dai militanti islamici non ci sarebbero le studentesse rapite ad aprile dello scorso anno in un liceo di Chibok, rapimento per il quale si scatenò una vera e propria mobilitazione internazionale con l’hashtag #bringbackourgirls.

Durante la stessa operazione, nella fase condotta a Damasak, sono stati scoperti centinaia di cadaveri sotterrati in fosse comuni o lasciati nei luoghi in cui sono stati uccisi. A dar la notizia di questo terribile ritrovamento è stato il comitato governativo inviato dal neo-presidente, Muhammadu Buhari, per accertarsi della situazione e della condizione di questa città, dato che alcuni mesi era stata conquistata dai fondamentalisti islamici. Il 24 marzo, dopo numerosi e violenti scontri con i soldati di Niger e Ciad, Boko Haram ha finalmente abbandonato Damasak.

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Le donne liberate il 2 maggio sono arrivate nel campo di accoglienza di Yola, la capitale dello stato di Adamawa. E dopo aver ricevuto le prime cure hanno iniziato a raccontare quello che hanno dovuto subire nei lungi mesi di prigionia. Sono state molte le ragazze che si sono sfogate sia con i giornalisti che con gli assistenti sanitari che cercavano di prestare loro soccorso. Dai racconti sono emerse agghiaccianti scene di brutalità violenza e morte. Secondo le prime ricostruzioni, i guerriglieri di Boko Haram inizialmente avrebbero ucciso tutti gli uomini e gli adolescenti imprigionati con le donne, mentre queste ultime, insieme a numerosi bambini, sono state trasportate nella foresta di Sambisa.

«Non ci permettevano di muovere un dito, ci tenevano legate», così hanno raccontato in molte alla Reuters. I miliziani non le perdevano mai d’occhio, neppure quando queste chiedevano di poter andar in bagno. Una donna ha raccontato: «Siamo state tenute sempre in un unico posto ed abbiamo vissuto in schiavitù per tutti questi mesi». Veniva consegnato il pasto una sola volta al giorno, di solito nel tardo pomeriggio, che consisteva in piccole quantità di mais secco. Per questa ragione moltissimi bambini sono divenuti «solo piccoli corpi scheletrici con lembi di pelle che li fanno sembrare come vecchi». Muhammad Amin Suleiman, un medico del campo di accoglienza, ha detto che i bambini erano gravemente malnutriti e sono stati trasferiti in una clinica per esser sottoposti ad alimentazione artificiale.

Tantissime donne sono state obbligate a sposare i loro carcerieri. Altre, invece, hanno subito continui abusi sessuali, violenze e pressioni psicologiche. Lami Musa, di 27 anni, ha raccontato: «Quando si sono resi conto che aspettavo un bambino, mi hanno detto che ero stata messa incinta da un infedele (il marito) e poi lo hanno ucciso. I miliziani mi hanno detto “Ti daremo in moglie al nostro comandante una settimana dopo che avrai partorito”». Grazie a Dio, la mattina dopo il parto sono arrivati i soldati che le hanno liberate. Molte donne, purtroppo, sono state uccise durante le operazioni di liberazione. I soldati che hanno condotto il blitz contro le forze di Boko Haram non si sono infatti accorti che «non eravamo nemiche». Alcune invece sono state uccise e lapidate mentre l’esercito stava per arrivare sul posto: «Ogni giorno assistevamo alla morte di una di noi e aspettavamo il nostro turno», ha spiegato Umoru.

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