Una pagina di storia dimenticata

Gli armeni sono fra noi

Gli armeni sono fra noi
16 Luglio 2014 ore 17:06

I nuclei familiari della diaspora armena presenti in provincia di Bergamo sono una ventina. Eredi di una storia di grandezza e di sconfitte che ha nel 17 luglio 1939 una delle sue emergenze più dolorose e sconfortanti. E dimenticate.

Era successo questo: la guerra – il secondo grande conflitto mondiale – era alle porte. La Germania non aveva ancora invaso la Polonia: lo avrebbe fatto il primo settembre. In compenso Cina e Giappone avevano già aperto le ostilità. Ufficialmente i governi europei – Francia e Regno Unito in particolare – si attenevano a quanto dichiarato al termine della Conferenza di Monaco (Baviera) del settembre precedente, ossia che per tutti si annunciava un radioso destino di pace, Hitler essendo stato accontentato in tutte le sue pretese. Il pensiero politico sembra ignorare ciò che il linguaggio popolare esprime con il detto: L’appetito vien mangiando. Nel frattempo si attrezzavano per non farsi trovare impreparati nel caso in cui – come di fatto avvenne – i loro entusiasmi dovessero venire contraddetti.

In questo clima di sottaciuti sospetti reciproci il capo del governo di Parigi, Édouard Daladier, pensò che sarebbe stato vantaggioso assicurarsi quanto meno la neutralità della Turchia – scomodo confinante dei territori tra Libano e Siria sottoposti a mandato francese – che nel recente passato aveva mostrato una preoccupante inclinazione ad allearsi con i tedeschi. Non trovò di meglio, a questo fine, che regalare ai turchi un fazzoletto di terra attorno al golfo di Alessandretta (attuale Ískendurum) a Nord Est dell’isola di Cipro: il sangiaccato di Hatay (Sancak in turco significa provincia).

Niente di male, a parte il fatto che la zona era abitata dagli armeni scampati al feroce genocidio perpetrato ai loro danni dai turchi destinatari della donazione. L’episodio più famoso della loro epopea, la resistenza opposta da un pugno di eroi su un’altura della zona (il Monte di Mosè: Mussa Dagh, in armeno) era stato raccontato – il libro è del 1933 – da un ebreo convertito al cristianesimo, Franz Werfel, che aveva commosso il mondo. Ad esclusione di Daladier, evidentemente.

Il quale, tuttavia – e forse memore del fatto che il suo Paese aveva casualmente contribuito a salvare gli eroi del Mussa Dagh – si premurò di inviare alcune navi per permettere alla popolazione di abbandonare case e terreni, onde evitare di cadere nuovamente nelle mani degli aguzzini di un tempo troppo recente. Dei sette insediamenti, sei accettarono il passaggio. Uno solo restò: Vakifli, ultimo villaggio armeno della Turchia. Ha la certificazione “organico” perché tutto ciò che vi si produce è biologico. Le arance, soprattutto, sono famose. Il resto degli abitanti si imbarcò verso incerte destinazioni. Era il 17 luglio del 1939.

La maggior parte di questi esuli due volte fu condotta in una valle più a sud (forse troppo a sud) anch’essa sotto mandato francese, presso un’antica città fondata da un califfo umayyade sul cui nome ancora si discute. Il villaggio si chiama, in armeno, Anjar. La valle è quella del torrente (anjar, appunto) Bekaa. Negli anni recenti il suo nome è diventato sinonimo di  “furiosi combattimenti in corso” tra truppe israeliane e libanesi di diverse etnie. Ogni anno vi si riuniscono gli armeni sparsi nel mondo. L’11 luglio ci è caduto anche un razzo siriano.

Gli Armeni (Hayer, nella loro lingua) sono un popolo storicamente (da circa 3.500 anni) stanziato in una regione assai scomoda nell’Anatolia orientale, tra il Caucaso, il mar Caspio e l’Iran. Attualmente nel mondo sono presenti circa 8 milioni di individui, di cui poco più di un milione in Russia. Sono il gruppo etnico maggioritario nella repubblica che da loro prende nome.
Fu la prima nazione, nel 301 d.C., ad adottare il Cristianesimo come religione di Stato. Monaci armeni, col caratteristico cappuccio a punta, l’abito rigorosamente nero e in mano i libri di preghiera scritti in un affascinante alfabeto di non agevole lettura, sono tra i custodi del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Come altre nazioni di quel territorio di passaggio da e verso Oriente, tra il V e il XIX secolo l’Armenia si trovò a dover subire l’iniziativa predatoria di Bizantini, Persiani, Mongoli, Arabi del deserto, Ottomani e, finalmente, Sovietici. In Italia una comunità armena fu presente in Calabria prima che i saraceni (VIII sec.) la cancellassero con le loro scorrerie, e sono noti i secolari rapporti con la Serenissima Repubblica di Venezia.

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