Cronaca
Ritorno alla Terra Promessa

Gli ebrei che lasciano la Francia

Gli ebrei che lasciano la Francia
Cronaca 28 Gennaio 2015 ore 16:02

Si stima siano 120mila gli ebrei francesi pronti a lasciare il Paese e a fare ritorno in Israele nei prossimi quattro anni. Una massiccia diaspora per tornare nella Terra Promessa in seguito agli attentati di Parigi che hanno scosso il mondo. Gli ebrei in Francia si sentono in pericolo e per questo si sta diffondendo l’idea di fare alyah, la pratica del ritorno in Israele, patria di tutti gli ebrei. E Israele, che non aspetta altro che il loro arrivo, non solo si sta attrezzando con un piano per l’accoglienza, ma ha stilato un progetto per incentivare la partenza di trentamila ebrei all’anno da Parigi.

I 120 mila che si preparano a espatriare da Oltralpe, corrispondono a un quarto del totale degli ebrei che oggi vivono in Francia. A occuparsi del progetto di accoglienza è il Jewish People Policy Institute, l’ente addetto all’immigrazione in Israele affiliato all’Agenzia ebraica, che ha fatto recapitare al premier Benjamin Netanyahu un dossier con tutti i dettagli del caso. Sono previste agevolazioni sulle tasse, incentivi e mutui a basso impatto per acquistare case, posti di lavoro adeguati, scuole, luoghi ad hoc perché il cambio di ambiente non sia troppo traumatico. Oltre, naturalmente, alla cittadinanza e al diritto di voto. Lo Stato di Israele aspetta 16 mila ebrei entro il 2016.

Un fenomeno non nuovo. Va detto che l’immigrazione in Israele degli ebrei francesi non è un fenomeno nuovo o che si è scatenato dopo gli attentati di Parigi al market Kosher dove sono rimasti uccisi 4 ebrei. Risale a molto prima, da 10 anni a questa parte, infatti, il flusso di persone che hanno deciso di fare alyah è aumentato sensibilmente, in modo particolare nel 2014 quando la Francia, luogo tranquillo di coesione sociale e di convivenza tranquilla tra persone di fedi diverse, prototipo per gli altri Paesi occidentali, venne scossa dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa. Dagli anni ’70 a oggi sono arrivati in Israele circa 80mila ebrei francesi, un decimo dei quali è arrivato l’anno scorso. Una tendenza all’aumento si era già verificata a partire dall’insorgere delle banlieu parigine e degli episodi di antisemitismo che si erano registrati. Coloro che fino ad oggi hanno fatto alyah, per una gran parte, sono andati a costituire la schiera dei coloni che abitano gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Altri hanno acquistato a titolo di investimento appartamenti fronte mare a Tel Aviv, spesso lasciandoli vuoti, e suscitando la rabbia dei giovani del posto che li considera degli usurpatori. Molti altri si sono stabiliti nella città balneare di Netanya, che sta diventando la piccola Parigi israeliana, almeno per via della lingua parlata e non di certo per le sue bellezze architettoniche.

 

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La Francia è davvero pericolosa per gli ebrei? Nei giorni scorsi ha suscitato un certo scalpore la diffusione di un rapporto del Servizio di protezione della comunità ebraica in Francia (SPCJ), che ha evidenziato come sia quasi raddoppiato il numero di atti antisemiti fra il 2013 e il 2014, che sarebbero passati da 423 a 851 rappresentando, da soli, il 51% delle azioni razziste in Francia. In particolare l’ultima guerra su Gaza dell’estate scorsa pare abbia scatenato una certa intolleranza nei confronti degli appartenenti alla comunità ebraica di Francia, che rappresenta l’1% della popolazione francese e costituisce la comunità più vasta dopo Stati Uniti e Tel Aviv. Un rapporto a cui ha fatto eco un documento redatto dal ministero israeliano per la Diaspora, che sostiene che la Francia sia il Paese più pericoloso al mondo per gli ebrei.

Sembra quasi che l’insistenza sul fatto che la Francia sia un paese antisemita nasconda, però, qualcos’altro. C’è chi ha paragonato il piano di accoglienza predisposto in questi giorni da Israele all’Operazione Mosè, che in pochissimo tempo trasferì migliaia di ebrei etiopi, i Falascià, da Addis Abeba con aerei israeliani che facevano la spola tra Tel Aviv e la Capitale Etiope di nascosto, in accordo con il governo sudanese. Ma in quell’occasione, ci preme ricordare, le condizioni erano ben diverse. I Falascià stavano scappando da una situazione di gravissimo disagio umanitario, c’era la carestia Etipoe, e si rifugiavano nei campi profughi sudanesi dove il governo musulmano non li trattava nel migliore dei modi possibili. Non è di certo il caso degli ebrei francesi, la cui comunità gode di un certo prestigio a livello sociale ed economico e tra cui eccellono nomi di spicco della finanza e della ricerca scientifica.

Per Israele si tratterebbe quindi di un’immigrazione di alto livello, prestigiosa per la società israeliana. I più critici tendono a pensare che sia proprio questo ad aver spinto il premier Netanyahu, in piena campagna elettorale, ad autoinvitarsi alla marcia per la libertà e contro il terrorismo di Parigi che ha seguito gli attacchi terroristici del 7 gennaio. In quell’occasione il premier israeliano ha rivolto un appello agli ebrei francesi, dicendo loro: «Israele è la vostra casa». Parole che hanno irritato il suo omologo francese Manuel Valls, che si è premurato di ricordare che «la Francia senza gli ebrei non sarà più la Francia». Non solo, anche il presidente François Hollande ha ribadito questo concetto durante le celebrazioni per la Giornata della Memoria. Prima di partire per le commemorazioni di Auschwitz, in un discorso tenuto a Parigi davanti a un centinaio di sopravvissuti dei campi di sterminio, Hollande ha annunciato che presenterà «entro fine febbraio un piano globale di lotta all'antisemitismo e al razzismo», aggiungendo l’appello agli ebrei a restare in Francia perché «la Francia è la vostra patria e non sarebbe la stessa senza di voi».

Ebrei non partite! Moshe Kantor, il presidente del Congresso ebraico europeo ha però avvertito che gli ebrei europei dovrebbero pensarci due volte prima di lasciare i Paesi occidentali alla volta di Israele. E ha pronunciato parole dure proprio nel giorno in cui il mondo ha ricordato i crimini della Shoah. Secondo Kantor la minaccia antisemita esiste, è reale e ricorda il periodo in cui stava prendendo forma la tirannia di Hitler. Ma questo non è un buon motivo per lasciare l’Europa, dal momento che il Congresso ebraico europeo non smetterà di proteggere i suoi correligionari, e sta già lavorando sulla legislazione per promuovere un piano d'azione destinato a contrastare le minacce dell'Islam radicale, del neo-nazismo e dell'antisemitismo in Europa. Una visione condivisa anche dal regista Claude Lanzman che ha invitato i suoi fratelli nella fede a non regalare a Hitler «questa vittoria postuma».

L’analisi e la storia. Un’analisi ancora più approfondita del fenomeno la fa Uri Avnery, giornalista e attivista israeliano, fondatore del movimento Gush Shalom (il blocco della pace) sul sito Asianews. Avnery fa notare che i quattro ebrei "francesi" uccisi durante l'attacco di Ahmedy Coulibaly avevano nomi africani e sono stati sepolti in Israele. Secondo Avnery si sta assistendo alla continuazione sul territorio francese della guerra tra musulmani algerini ed ebrei. Una lotta che fonda le sue radici nella guerra di liberazione algerina del 1954, quando gli ebrei del luogo, dovendo scegliere da che parte stare, decisero di sostenere la potenza coloniale, la Francia, contro il popolo algerino. Il motivo della scelta, a sua volta, risale al 1870, quando il ministro francese della Giustizia, l’ebreo Adolphe Cremieux, concesse la cittadinanza francese a tutti gli ebrei algerini, separandoli dai vicini musulmani. In questo modo gli ebrei, orgogliosi della loro cittadinanza francese, sostenevano fedelmente i colonialisti e prendendo parte alle attività dell'Oas, il gruppo clandestino francese che conduceva una sanguinosa lotta contro coloro che combattevano per la libertà. “Il risultato, dice Avnery “fu che praticamente tutti gli ebrei scapparono dall'Algeria insieme ai francesi, quando venne il giorno del giudizio. Non andarono in Israele. Quasi tutti si trasferirono in Francia. Tranne gli ebrei marocchini e tunisini, che si trasferirono in maggioranza in Israele. In generale, i più poveri e meno istruiti scelsero Israele, mentre l'elite colta andò in Francia e Canada”.