Cronaca
Mettersi al passo coi tempi

Calderoli "pirata" informatico in un Parlamento col calamaio

Calderoli "pirata" informatico in un Parlamento col calamaio
Cronaca 11 Agosto 2015 ore 15:12

Forse non è bene ridurre la questione degli emendamenti presentati dal senatore Calderoli a un problema di ingombro, sovrappeso della carta rispetto alla tenuta degli edifici, ferie non godute e denaro pubblico dilapidato. Tutto ciò è reale e va tenuto ben presente, ma è soltanto una conseguenza. Il problema vero è che le nostre istituzioni si stanno mostrando una volta di più incapaci di affrontare i gangli nodali del mutamento di civiltà che stiamo attraversando, e di accorgersi che fatti come quello di cui stiamo parlando - se non affrontati in tempo - potranno dimostrarsi catastrofici.

Cosa è successo? È successo che il senatore Calderoli ha presentato settimana scorsa ben 500mila emendamenti al testo di riforma del Senato, per fare pura azione di ostruzionismo. La mole di variazioni è il risultato di un programma informatico che genera automaticamente varianti di un testo stabilito, e già alcuni mesi fa fu usato dal leghista per presentare un numero spropositato - circa 4mila, se non andiamo errati - di cosiddetti emendamenti a una legge che non voleva fosse votata. Il governo, tutto preso dagli aspetti parlamentari della vicenda, la risolse facendo votare un maxi emendamento che ottenne la maggioranza. Il governo decise, in altre parole, di non vedere che cosa era successo.

 

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E invece era successo che per la prima volta il Parlamento aveva subito un attacco informatico in piena regola. Gli emendamenti del senatore Calderoli non andavano pertanto collocati nell’ambito degli Atti Parlamentari: dovevano essere riconosciuti come un atto di guerra informatica. Dovevano perché potevano essere riconosciuti come tali, se soltanto il governo del nostro Paese - a differenza del senatore bergamasco - avesse avuto una vaga idea di cosa significhi il passaggio dai tempi dell’analogico a quelli del digitale.

Dato che gli eventi indicano chiaramente che una simile consapevolezza manca, riassumiamo brevemente la situazione.

Ai tempi in cui fu scritta la nostra Costituzione e, di conseguenza, furono elaborati i regolamenti parlamentari, per produrre un emendamento si ricorreva alla penna stilografica. Il foglio contenente il testo dell’emendamento veniva poi passato alla segretaria che lo batteva a macchina in più copie mediante la carta carbone. Dopo di che il testo corretto ed approvato passava alla tipografia del Parlamento che ne stampava un numero di copie commisurato a quello degli aventi diritto.

All’origine di questo macchinoso procedimento stava il fatto - ritenuto ovvio - che il testo di un emendamento dovesse essere pensato da qualcuno. Costituzione e regolamenti parlamentari sono stati elaborati sulla base di questa situazione materiale complessiva, che prevede tempi e numeri di un certo tipo, derivati dall’ipotesi - assolutamente realistica - che non sia materialmente possibile che una mente, una penna e un numero limitato di segretarie possano produrre 4mila emendamenti nel giro di qualche ora. È dunque comprensibile che nessuno si sia preoccupato di trovare il modo di fronteggiare un evento generato da tempi e numeri impossibili in quella situazione.

In ambito matematico è noto il caso di una formula capace di render conto di alcune variabili demografiche, rimasta a dormire per anni perché inapplicabile alla popolazione umana e mostratasi poi risolutiva quando divenne tecnologicamente possibile studiare popolazioni di moscerini, i cui numeri e i cui tempi di rinnovamento sono enormemente superiori ai nostri. Sono del pari note le vicende di alcune equazioni le cui soluzioni a mano o con una calcolatrice meccanica avrebbero richiesto anni per essere calcolate, e che invece sono fiorite quando l’uso del calcolatore ha ridotto di miliardi di volte quei tempi.

 

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Il Parlamento non è risultato immune da analoghe variazioni di paradigmi: le condizioni materiali del suo funzionamento sono mutate radicalmente rispetto alle origini. E sono mutate perché l’informatica, la digitalizzazione del mondo, ha modificato l’intera filiera di produzione di un testo, che non ha più nemmeno bisogno di qualcuno che lo pensi per arrivare nelle mani del destinatario. Tutti coloro che hanno a che fare con un computer sanno che un testo scritto da loro medesimi - l’era delle dattilografe è ormai alle spalle, come quella delle mondine - può diffondersi nel giro di pochi secondi (per non dire in un attimo) in centinaia di copie o raggiungere in ancor meno tempo migliaia di lettori. Basta inviarlo per mail, pubblicarlo su un social network o farlo comparire in un sito, in un blog o da qualsiasi altra parte.

Non tutti coloro che usano il computer sanno invece che esistono semplici programmi informatici che, dato un testo e una serie di istruzioni relative al lessico e alla sintassi, sono in grado di produrre dal primo centinaia di varianti tutte sintatticamente e lessicalmente corrette. Una volta pensato il primo, tutti gli altri testi così generati sono “pensati” dal programma. Ciascuno di essi costituisce, per altro, un testo a sé. Ed è precisamente quello che è accaduto con gli emendamenti Calderoli: un programma ha generato migliaia di varianti di un testo; questi testi sono stati immessi in un circuito materiale di comunicazione - quello parlamentare - che non prevede però casi di produzione e diffusione di un testo mediante un programma informatico. Così Montecitorio, Palazzo Madama e Palazzo Chigi si sono visti invadere da tonnellate di carta (perché quel circuito prevede ancora l’uso della carta) e costretti a richiedere una revisione statica degli edifici, a far rientrare dalle ferie gli addetti alla stampa, a fronteggiare spese inaudite, sempre sotto la minaccia che a settembre le cose potrebbero ancora peggiorare. E senza nessuno che possa porvi rimedio se non piegandosi alle intenzioni dell’attaccante la cui forza sta nel fatto di non aver violato neanche una virgola del regolamento.

Il Parlamento non possiede infatti, da un punto di vista logico-filosofico, la capacità di affermare che gli emendamenti Calderoli non sono emendamenti, e - quand’anche la possedesse - non avrebbe, da un punto di vista giuridico-amministrativo la possibilità di farlo. Incapacità e impossibilità, le precedenti due, derivate dal fatto che l’attrezzatura ideologica e giuridica cui deve attenersi il Parlamento non contempla l’avvenuto passaggio dall’era dell’analogico (pensiero, penna o macchina da scrivere, carta e stampa tipografica) a quella del digitale (testo, computer, rete).

Se non si mette fine a questa inconsapevolezza approntando regolamenti in linea coi tempi che stiamo attraversando è facile prevedere che potremmo trovarci in una situazione rispetto alla quale la bolla finanziaria apparirà un problema secondario. Basta pensare a cosa succederebbe alle nostre istituzioni se ciascuno dei deputati e dei senatori si mettesse a produrre tanta carta quanta ne ha generata il senatore bergamasco in questa occasione. Per non parlare dei tempi necessari alle commissioni e poi alle aule per esaminare e votare i testi così prodotti.

Recita la prima legge di Murphy: «Se qualcosa può andar male, lo farà». (Anzi: sta già accadendo). Il terzo corollario dice: «Se c'è una possibilità che varie cose vadano male, quella che causa il danno maggiore sarà la prima a farlo». Dunque: prima si decide di mettersi al passo coi tempi, meno corriamo il rischio di finire paralizzati dal caos. In ogni caso, rifiutando di guardare quel che è accaduto si rischia solo di affrettare la catastrofe.

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