Un progetto medico di prevenzione

Perché gli astronauti che tornano non stanno più coi piedi per terra

Perché gli astronauti che tornano non stanno più coi piedi per terra
02 Dicembre 2014 ore 13:37

Non è solo una missione spaziale, quella dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Perché lei stessa sarà protagonista di un esperimento: la prima ricerca condotta tra le stelle sull’intolleranza ortostatica. Ovvero, uno studio che consentirà di riconoscere i disturbi e le difficoltà nel mantenere la posizione eretta cui sono soggetti gli astronauti una volta tornati fra i comuni mortali. E, magari, prevenirli attraverso misure basate sull’esercizio fisico.

L’esperimento in orbita: gli esercizi di Samantha. Sembra paradossale ma, rientrati dalle missioni, gli uomini (e le donne) dello spazio non sanno più stare con i piedi per terra. E vivono una sorta di malessere – l’intolleranza ortostatica appunto – che si manifesta per lo più con vertigini, nausea, vista annebbiata, ma anche tremori e palpitazioni, tanto più evidenti se la permanenza in orbita è stata di lunga durata.

Da questa premessa è partita l’idea dell’Irccs San Raffaele Pisana di sviluppare un progetto scientifico di prevenzione, caso mai qualcun altro dei nostri un giorno futuro si dovesse ancora trovare tra le stelle. E, non avendo grandi spazi a disposizione (in termine di metri quadri interni alla navicella naturalmente), si è pensato a un programma che avesse il suo fulcro nell’attività fisica.

 

 

Così Samantha, durante la sua permanenza sulla ISS, dovrà svolgere un allenamento personalizzato secondo la metodica TRIMPi (individualized TRaining IMPulse), recentissima e sviluppata dai ricercatori pisani, che si basa sul rapporto fra il carico di lavoro interno che si attua durante l’attività fisica e la spesa energetica indotta dall’attività fisica. Il tutto sfruttando le attrezzature già presenti a bordo della ISS.

Prima del volo Samantha è già stata sottoposta a un test di tolleranza ortostatica, ovvero un esame delle reazioni durante il passaggio dalla posizione supina alla posizione eretta, anche attraverso il monitoraggio della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa. Le analisi verranno ripetute secondo gli stessi parametri qualche giorno dopo il suo rientro dal volo per definire e valutare le alterazioni del controllo nervoso del sistema cardiocircolatorio, eventualmente coinvolte nella comparsa dei sintomi e gli effetti indotti su di essi. Con uno scopo: capire gli eventuali effetti e i benefici sull’organismo della metodologia di allenamento TRIMPi.

L’esperimento interessa anche noi sulla Terra. Il progetto di e su Samantha ha una duplice valenza. Gli esiti infatti saranno utili innanzitutto per la progettazione di programmi di addestramento all’esercizio fisico per astronauti impegnati in future missioni di lunga durata sull’ISS; i protocolli di contromisure di attività fisica, peraltro, sono fortemente consigliate dall’Agenzia Spaziale Europea e dalla NASA, e poi in ambito clinico.

Queste contromisure potranno rivelarsi benefiche per contrastare fenomeni come l’ipotensione ortostatica o l’atrofia dei muscoli che si riscontrano nei soggetti allettati e con scompenso cardiaco, alla cui comparsa contribuiscono disfunzioni del sistema nervoso autonomo, e in particolare del sistema nervoso simpatico. Un dato non da poco se si considera che attualmente il 20 percento degli Italiani, quindi 1 su 5, deve fare i conti con sintomi fastidiosi quando si alza dalla posizione seduta o sdraiata e soprattutto che la società sta invecchiando e che pertanto queste problematiche diventeranno sempre più crescenti.

 

 

Che cos’è l’intolleranza ortostatica. È difficile definirla con precisione, perché i disordini di intolleranza ortostatica assumono caratteristiche e manifestazioni differenti a seconda dell’età della persona e della tipologia di malattia. Vi sono forme relativamente benigne e reversibili, dovute a disfunzioni del sistema nervoso autonomo, e forme più severe di ipotensione, dovute a malattie neurodegenerative o a severe neuropatie autonomiche.

Ma soprattutto è dovuta a cause diverse: ad esempio nei giovani può essere generata da sedentarietà, stati di ansia e ipovolemia (diminuzione del volume di sangue circolante) e essere curata in maniera più semplice. Negli anziani, invece, l’ipotensione ortostatica può essere indotta da un eccesso di farmaci (soprattutto quelli contro la pressione alta) o essere associata ad altre patologie.

È evidente, quindi, l’importanza di una diagnosi precisa per poter procedere alla cura più adatta che si differenzia in base al grado di serietà del disturbo. Per le forme più lievi, è spesso sufficiente attuare dei piccoli accorgimenti quotidiani come aumentare l’assunzione di sale e fluidi nella dieta; assumere piccoli pasti e frequenti; evitare di restare a lungo immobili in posizione verticale; mantenere elevata la testa in posizione supina per non essere mai completamente orizzontali. Oppure intervenire cercando di rimuovere eventuali cause all’origine, tra queste gli stati d’ansia. Per le forme più serie, invece, è necessario ricorrere a una cura farmacologica specifica.

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