Cronaca
Una storia avvincente e un po' amara

Gli italiani che inventarono il pc e l'Italia che perse l'occasione

Gli italiani che inventarono il pc e l'Italia che perse l'occasione
Cronaca 15 Ottobre 2015 ore 18:00

Ci sono stati anni in cui il computer si chiamava calcolatore elettronico e non era un marchingegno progettato nel garage da qualche scappato di casa (dal Reed College, per la precisione). E non c’erano nemmeno software che si chiamavano come le finestre e non c’erano nemmeno i miliardari della tecnologia, che però fanno molta beneficenza e quindi sono, in qualche modo, chiamati filantropi, o benefattori dell’umanità. C’era invece un’azienda italiana – che peraltro aveva un discreto interesse anche per le lettere e aveva pure delle Edizioni tutte sue -, c’era un’azienda italiana, si diceva, che progettava il futuro grazie ai suoi ingegneri. Stiamo parlando della Olivetti. Mercoledì 14 ottobre due veterani dell’azienda, gli ingegneri Giovanni De Sandre e Gastone Garziera, hanno incontrato il presidente del Consiglio Matteo Renzi a Palazzo Chigi, in occasione del cinquantesimo anniversario dall’invenzione del primo computer da tavolo del mondo, la Olivetti Programma 101, o P101, o Perottina. Ma perché “Perottina”?

 

 

Prima del P101. All’inizio degli anni Sessanta l’azienda di Adriano Olivetti dovette affrontare una serie di avversità. Solo un anno prima, nel 1959, aveva ottenuto un grande successo con il primo calcolatore italiano, l’Elea 9003, ma improvvisamente l’impresa si trovò davanti a degli imprevisti. Il Laboratorio di Ricerche Elettroniche stava lavorando a pieni ritmi e chiedeva di essere alimentato da ingenti risorse, quando nel febbraio 1960 morì Adriano Olivetti. Un anno dopo, scomparve anche Mario Tchou, il ricercatore a capo di Elea. La Olivetti, quindi, aveva bisogno di dotarsi di nuovi capi, di una nuova organizzazione. A questi bisogni risposero Roberto Olivetti, divenuto AD, Ottorino Beltrami, il direttore generale, e l’ingegner Pier Giorgio Perotto (1930-2002), prima impiegato nella Fiat. Perotto prese in mano le redini del progetto elettronico e cominciò a sognare «una macchina nella quale non venga solamente privilegiata la velocità o la potenza, ma piuttosto l’autonomia funzionale», una macchina di dimensioni ridotte per stare in ogni ufficio, dotata di memoria, flessibile e semplice da usare, programmabile. In sostanza, Perotto sognava il funzionamento di un moderno personal computer.

Pier Giorgio Perotto, l’ingegnere riottoso. Proprio mentre il progetto di Perotto procedeva, la posizione finanziaria dell’Olivetti si complicò. Nuovi azionisti decisero di disinvestire dall’elettronica e di far entrare nella società la General Electric, che peraltro diventò proprietaria del 75 percento. Tutto il comparto dell’elettronica venne trasferito nella nuova impresa, la Olivetti-General Electric. Tutto, tranne Perotto e due suoi fidati collaboratori, De Sandre e Garziera. Gli americani lasciarono da parte l’ingegnere perché questi, racconterà in seguito, era riuscito a convincerli di essere un «progettista riottoso», che non si sarebbe bene inserito nella nuova società. Inoltre, il progetto su cui stava lavorando non aveva interessato gli statunitensi, non particolarmente attratti dalle piccoli dimensioni del futuro calcolatore. Puntavano ancora sulle grandi dimensioni delle macchine. Perotti e il suo piccolo gruppo, i “dimenticati” della Ge, continuarono così a lavorare come avevano sempre fatto e alla fine del 1964 il loro progetto giunse a conclusione: era nata la “Perottina”, costruita partendo da un modello di plastilina disegnato da Mario Bellini. Nel 1965 il primo computer da tavolo della storia vide ufficialmente la luce.

 

 

Le memorie di Mario Bellini. Mario Bellini ricorda il tempo in cui Perotto gli assegnò l’incarico di dare un volto alla nuova macchina: «Avevo cominciato da poco a collaborare con l’Olivetti, nel 1963 e avevo già realizzato una macchina che aveva vinto il Compasso d’oro. Sono stato chiamato una domenica da Roberto Olivetti nella sua casa milanese di Foro Bonaparte. C’erano lui e l’ingegner Perotto, avevano in mano un primo tentativo di corpo del quale però non erano soddisfatti. Olivetti mi chiese se sarei stato contento di occuparmi della cosa e io gli dissi di sì. Andavo a Ivrea, in alcuni locali che mi avevano messo a disposizione. Lavoravo a questa macchina che non doveva essere a colonna, innalzandosi da terra, come il primo prototipo. La grande intuizione che avevano avuto Olivetti e Perotto era che dovesse essere una macchina da tavolo. Ho cominciato a lavorarci e l’ho fatta diventare una macchina da tavolo».

 

 

La struttura “funzionale”, elettronica, del calcolatore ebbe così una veste adatta per presentarsi al grande pubblico. Bellini sapeva che doveva «addomesticare il mostro» e così cominciò a concepire l’aspetto della macchina. Ecco come lo descrive oggi: «Sul retro c’era un cassettone di schede stampate con i transistor – al tempo non esistevano ancora i microchip – la parte anteriore era quella che si metteva in comunicazione con l’operatore. A sinistra ho messo i tasti e sulla destra uno spazio specifico in cui si infilava la scheda. Sopra c’era una parte che saliva, con le spie luminose che indicavano quando era in funzione. Se fosse stato un animale, quella sarebbe stata la testa. Sulla parte anteriore, in continuità con la tastiera c’era una specie di becco, in modo da permettere di appoggiare il palmo della mano e usare le dita per digitare. Abbiamo realizzato un modello al vero di plastilina, mettendoci sopra ogni sera uno straccio umido perché non si seccasse; poi un modello in legno, con i tasti, e lo abbiamo presentato a Olivetti e Perotto che ne sono rimasti molto soddisfatti». Il “mostro” era stato finalmente addomesticato. La soluzione di Bellini, peraltro, sarebbe stata esposta all’interno del Museum of Modern Art di New York.

 

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Il successo americano. Tutto era pronto per il lancio commerciale del prodotto. La presentazione, su suggerimento di Elserino Piol, avvenne sul mercato americano – giovò il nuovo partner societario, la Ge -, in occasione della grande esposizione per i prodotti da ufficio, il BEMA. Siamo a New York City, nell’ottobre 1965. Il successo è immediato. La P101 divenne rapidamente l’attrazione principale dell’esposizione, oscurando gli altri prodotti meccanici della Olivetti. La macchina riscosse l’apprezzamento della stampa americana, l’interesse dei potenziali clienti e il riconoscimento dei concorrenti. Il 15 ottobre 1965 il New York Times scrisse: «La Programma 101 come un computer può automaticamente far girare programmi in grado di svolgere una serie di operazioni aritmetiche. Può anche conservare e ricordare questi programmi, sia al proprio interno, sia all’esterno, e attraverso di loro può prendere semplici decisioni logiche. Le sue numerose funzioni ne consentono un utilizzo sia scientifico, sia per business». Il costo della Perottina era pari a 3.200 dollari Usa (circa 17 mila euro). Nonostante il prezzo, il mercato statunitense assorbì oltre 40 mila pezzi.

La grande importanza della Perottina. Prima del P101, i “cervelli elettronici”, cioè i calcolatori, erano enormi impianti che occupavano una stanza e dovevano essere utilizzati da personale specializzato. La novità della Programma 101 era stupefacente. Poteva stare su un tavolo, essere usata da chiunque e poteva eseguire operazioni complicate. E pure scrivere dei piccoli programmi informatici. Era tanto innovativa, la “nostra” Perottina, che la Hewlett Packard annusò l’affare, comprò un centinaio di P101 e li mise sul mercato come se fossero suoi prodotti. La Olivette fece immediatamente causa e vinse. La Hp pagò 900 mila dollari, ma riportò una schiacciante vittoria sul mercato. La società americana aveva giocato sporco e, a lungo andare, ci guadagnò. I computer divennero una faccenda tutta statunitense e i progenitori italiani scomparvero dalla scena mondiale.

 

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Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, insieme a l'ing. Giovanni de Sandre che con Gastone Garziera e Giorgio Perotto sviluppo' il primo personal computer al mondo, il p101, presentato nel 1965, Palazzo Chigi, Roma, 14 ottobre 2015 ANSA /UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI ++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING ++

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Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, insieme a l'ing. Giovanni de Sandre (s) e Gastone Garziera che con Pier Giorgio Perotto svilupparono il primo personal computer al mondo, il p101, presentato nel 1965, Palazzo Chigi, Roma, 14 ottobre 2015. ANSA /UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI ++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING ++

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Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, riceve a Palazzo Chigi l'ing. Giovanni de Sandre (al centro a sx) e Gastone Garziera che con Pier Giorgio Perotto svilupparono il primo personal computer al mondo, il p101, presentato nel 1965, Roma, 14 ottobre 2015 ANSA /UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI ++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING ++

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Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, insieme a l'ing. Giovanni de Sandre (s) e Gastone Garziera che con Pier Giorgio Perotto svilupparono il primo personal computer al mondo, il p101, presentato nel 1965, Palazzo Chigi, Roma, 14 ottobre 2015. ANSA /UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI ++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING ++

 

Un’occasione perduta. La nuova dirigenza italo-statunitense della Olivetti non comprese l’importanza dell’invenzione di Perotto e continuò a prediligere i prodotti meccanici di raffinata precisione. Non aveva capito il peso strategico che il P101 avrebbe potuto avere, se il progetto fosse continuato e fosse stato adeguatamente sostenuto. Prevaleva allora l’errata convinzione che i prodotti elettronici avessero costi elevati, piccoli volumi di vendita e bassi margini di redditività. Per tutti questi motivi, la P101 non ebbe nell’offerta Olivetti quel ruolo centrale che avrebbe potuto e dovuto avere. Dopo la presentazione di New York, seguita dalla presentazione a Mosca nel dicembre 1965, in altre città europee e alla Fiera di Milano nell'aprile 1966, lo sviluppo di nuove versioni (Olivetti P203, P602 e P652) fu lento e la concorrenza, soprattutto americana, ebbe modo di recuperare il ritardo. Dal 1967 cominciarono ad affluire sul mercato nuove macchine competitive e così sfumava l’opportunità per la Olivetti di imporsi a livello mondiale. Dal 1975 le aziende americane come la MITS e poi la Apple, Commodore, Tandy e altre di piccole dimensioni la ebbero vinta. Era iniziata l’era dei pc.

Ma si raccolgono ancora soddisfazioni. Nel 2012 al Politecnico di Torino sono stati confrontati il Programma 101 (1965), l’Apple I (1976) e  l’Amstard Cpc (1984). La sfida è stata vinta dalla Olivetti. Intanto, due dei suoi inventori, De Sandre e Garziera, continuano a trasmettere il loro entusiasmo per la tecnologia e l’innovazione. L’anniversario della P101 celebrato insieme al presidente Renzi è solo l’ultimo di una serie di eventi che hanno coinvolto i due ingegneri. Hanno infatti preso parti a conferenze e convegni, tra cui una fiera, tenutasi a Trieste, in cui le stampanti 3D in mostra sono riuscite a riprodurre alcuni pezzi della Perottina. La fiera triestina e l’anniversario che si è celebrato mercoledì a Palazzo Chigi sono state due buone occasioni per ricordare il passato italiano dei personal computer.

 

 

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