Durante una confisca di terreno

Gli ulivi di Ziad Abu Ein

Gli ulivi di Ziad Abu Ein
11 Dicembre 2014 ore 11:48

Forse un infarto, forse un’insufficienza respiratoria dovuta all’inalazione di gas tossici. Sarebbero queste le cause della morte di Ziad Abu Ein, ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese. È morto mercoledì 10 dicembre, quando il mondo celebrava la Giornata Internazionale per i Diritti Umani, durante gli scontri tra palestinesi e soldati israeliani. Era in corso un’operazione di confisca da parte dell’esercito ebraico di un terreno palestinese per ampliare un insediamento ebraico. Abu Ein insieme a decine di attivisti stava portando alberi di ulivo da piantare, come segno di protesta per la confisca e simbolo di speranza, pace e giustizia. Come succede in questi casi, le versioni sono contrastanti: la parte palestinese sostiene che i militari hanno sparato gas lacrimogeni e proiettili di acciaio rivestiti di gomma per disperdere i manifestanti che si opponevano all’operazione dell’esercito. Prima degli scontri i palestinesi stavano piantando pacificamente gli ulivi, quello che non si riesce a stabilire sono le cause degli incidenti. Secondo gli israeliani i militari sarebbero intervenuti di fronte a tafferugli tra i coloni israeliani dell’insediamento di Shilo e i palestinesi, pare per il furto di un cavallo. Ma i palestinesi sostengono che i coloni abbiano preso a sassate le auto dei manifestanti e tagliato una parte degli ulivi.

Abu Ein, sarebbe stato colpito al petto con un calcio di fucile e alla testa da un casco dei militari e dopo aver respirato i gas, è rimasto intossicato. È morto subito dopo essere arrivato in ospedale a Ramallah. Israele sostiene che la morte sia dovuta a un infarto e che ha aperto un’inchiesta per verificare quanto successo nei campi del villaggio di Turmus Aya. In Cisgiordania, intanto, sono stati proclamati tre giorni di lutto e uno sciopero generale a Ramallah. Il presidente Mahmoud Abbas ha dichiarato che sono in discussione tutte le opzioni per rispondere alla uccisione di un ministro, che rappresenta un crimine barbaro. Una dichiarazione che preoccupa non poco, soprattutto dopo che il leader di Fatah Jibril Rjoub aveva comunicato la decisione di porre fine completamente al coordinamento della sicurezza con Israele. Decisione arrivata dopo che Hamas e i movimenti della Jihad islamica avevano invitato i palestinesi a fermare tutto il coordinamento della sicurezza, affermando che Israele capisce solo il «linguaggio della forza».

Turmus Aya e gli ulivi di tutta la Palestina. Il villaggio di Turmus Aya conta poco meno di 4 mila abitanti. Si trova a 22 chilometri a nord di Ramallah, lungo la strada 60, una delle strade simbolo della Palestina, che parte dal nord, in Galilea, e attraversa tutta la Samaria per arrivare fino a Hebron. Una strada lungo la quale sono sorti numerosissimi insediamenti di coloni ebrei in territorio palestinese. A poca distanza da Turmus Aya si trova l’insediamento di Shilo, famoso per essere sorto nel luogo in cui si ritiene sorgesse l’antica città biblica di Shiloh, centro di culto per gli israeliti e luogo dove si ritiene fosse portato il Tabernacolo nel periodo della costruzione del Tempio, quando Giosuè divise la terra tra le 12 tribù di Israele.

L’economia di Turmus Aya si basa prevalentemente sul commercio di frutta e sugli uliveti. Gli ulivi sono parte della linfa vitale del popolo palestinese, non sono solo il simbolo della pace, ma rappresentano la principale fonte di vita. Con le olive i palestinesi fanno l’olio, uno dei migliori al mondo, e il sapone. In media ogni anno un albero di ulivo dà frutti per circa 9 chili di olive, da cui si riescono a ricavare due litri di olio. L’ulivo vive e resiste in Palestina, grazie alle poche cure e alla poca acqua di cui ha bisogno. Con il suo legno a Betlemme si realizzano splendidi manufatti, soprattutto presepi e oggetti sacri. Oltre a essere la pianta simbolo della pace, l’ulivo è il simbolo della tradizione e dell’identità palestinese, per questo è il target preferito degli attacchi dei coloni. Spesso la notte vengono effettuati veri e propri raid da parte dei gruppi radicali ebraici armati di ascia e motosega, che abbattono le piante tagliandole a una ventina di centimetri da terra.

Quello che non viene fatto dai coloni viene fatto dalle autorità, che confiscano i terreni. Si calcola che ogni anno il popolo palestinese pianti 10mila nuovi alberi. Oggi sono 12 milioni gli ulivi in Cisgiordania, il cui 45% delle terre coltivate è fatto di uliveti. Dal 1967 ad oggi, però, 1 milione e mezzo di alberi sono stati bruciati, sradicati o tagliati dall’esercito israeliano e dai coloni. Inoltre, da quando è stata iniziata la costruzione del Muro di Separazione tra Israele e Palestina, nel 2003, sono stati confiscati 14.680 ettari di terra ai palestinesi, separando 51 villaggi da 10.615 ettari di terreno agricolo. Le conseguenze per l’economia di chi sul terreno agricolo basa il suo sostentamento sono state devastanti.

Chi era Ziad Abu Ein. Ziad Abu Ein aveva 55 anni, era membro del Consiglio Rivoluzionario di Fatah e presidente della commissione dell’Anp contro il muro e le colonie. Prima di ricoprire questo incarico era viceministro della presidenza dell’Anp. Prima ancora era stato membro del Consiglio Rivoluzionario di Fatah e vice ministro per gli Affari dei prigionieri. Estradato dagli Stati Uniti nel 1981 per l’omicidio di due israeliani due anni prima a Tiberiade, e condannato da Israele all’ergastolo, fu rilasciato nel 1985 in un accordo di scambio di prigionieri. Negli anni Abu Ein era diventato uno dei principali leader della resistenza palestinese e della lotta popolare non violenta.

Ziad Abi Ein, nel giorno della sua morte a Turmus Aya, imbracciava una bandiera palestinese e una pianta di ulivo per difendere la sua terra dall’ennesima confisca.

 

 

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