Comunicazione e futuro

Il globish: l’evoluzione dell’inglese oltre la Brexit e le lingue nazionali

Il globish: l’evoluzione dell’inglese oltre la Brexit e le lingue nazionali
Cronaca 18 Aprile 2018 ore 09:15

Ora che la Brexit sta per diventare realtà, in tanti si domandano che fine farà l’inglese, o meglio, l’idea che abbiamo dell’inglese, lingua di cui per tanto tempo il Regno Unito è stato l’ambasciatore in Europa e nel mondo, anche attraverso le sue colonie.

Nei secoli, come sempre succede quando una lingua si diffonde al di fuori dei suoi confini, l’inglese si è evoluto adattandosi ai contesti dove veniva utilizzato. Così l’Inglese del Dorset non è quello di Londra, l’americano è un’altra lingua rispetto al British language e ancor più distante è dall’inglese parlato in Nigeria. Non si tratta, del resto, di una semplice questione di accenti, ma di declinazioni differenti della stessa lingua, ciascuna arricchita da strutture sintattiche e slang locali.

 

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Discorso diverso va fatto per l’inglese parlato dai non madrelingua, dal miliardo e mezzo di persone che lo sta studiando in tutto il mondo, una percentuale ben maggiore rispetto a chi si dedica a spagnolo, cinese, tedesco o francese. Per anni l’inglese come seconda lingua è stato quello del Globish, termine coniato da un ex dirigente IBM, Jean-Paul Nerrière, per definire l’inglese parlato da chi riesce a comunicare con 1500 parole declinate in una serie di strutture semplici. Una lingua elementare e pasticciata che per anni ha permesso, con tanta creatività, di capirsi da Londra a Pechino, avverando, in contesti diversi, il sogno altrimenti perseguito con altri idiomi, come l’Esperanto. Questa situazione, però, sembra essere cambiata. Secondo le stime del Financial Times, infatti, sempre di più sono i professionisti che, pur non essendo madrelingua, padroneggiano l’inglese ad un livello avanzato, il cosiddetto C2 degli standard internazionali.

 

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Che succederà, però, all’inglese, ora che nell’Europa non ci sarà più il Regno Unito a difendere la neutralità della sua lingua nella sua purezza? Secondo la scrittrice giapponese Minae Mizumura, autrice del volume The Fall of Language in the Age of English (Il declino delle lingue nell’era dell’Inglese), l’uso globale della lingua inglese sta condannando tutte le altre lingue a un lento declino. Anche se si è ancora lontani dall’idea che gli inglesi possano vivere senza problemi in qualsiasi Paese del mondo, l’inglese ha, per l’autrice, un’influenza paragonabile a quella che aveva il Latino nell’Europa medievale, con la differenza provocata da internet, che con il suo abbattimento delle frontiere moltiplica la diffusione di informazioni, comunicazioni e idiomi. Se tutti parlano in English, allora, se da un lato diminuisce l’influenza di inglesi e americani, dall’altro l’universalità dell’inglese renderà presto tutte le altre lingue morte, dal momento che sempre più autori cercheranno di pubblicare in inglese per raggiungere un pubblico più ampio. Brexit o non Brexit, allora, il potere dell’inglese non è certo in discussione (basti pensare agli enormi investimenti ormai fatti in tutti i paesi per inserire l’inglese all’interno dei programmi educativi).

 

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La protezione dell’inglese puro è invece un’altra storia. La neutralità dell’inglese parlato nel Regno Unito o in Irlanda è, dopo la Brexit, probabilmente destinata a scomparire. Attuata la Brexit mancherà all’inglese il suo garante storico, che non potrà più dettar regole riguardo a come questa lingua dovrebbe essere usata, provando in tutti i modi ad avvicinarla ad uno standard definito nei documenti creati per regolare, negli anni, gli sviluppi lessicali e grammaticali verso cui l’uso spingeva l’Inglese. Con la Brexit, allora, il futuro della lingua inglese sarà di fare quello che a tutte le lingue viene naturale, ovvero evolversi.

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