Restano quelli per le famiglie

Il governo ora rottamerà i voucher (tutto, pur di evitare un referendum)

Il governo ora rottamerà i voucher (tutto, pur di evitare un referendum)
17 Marzo 2017 ore 10:15

Per evitare che il 28 maggio si trasformi in un nuovo 4 dicembre, il governo si prepara a mettere la parola fine alla storia dei voucher per il lavoro. Questa è la sintesi stringata dell’ultima vicenda politica che ha visto la maggioranza rimangiarsi una norma che era stata invece uno dei punti importanti della riforma del Jobs act. Dopo l’ok della Corte costituzionale ai quesiti referendari lanciati dalla Cgil, l’esecutivo Gentiloni ha infatti dovuto fissare la data della consultazione, che si dovrà (o, a questo punto, si dovrebbe) tenere il 28 maggio. Ma la scottatura della sconfitta al referendum sulla riforma costituzionale è troppo recente e anche troppo traumatica per poter affrontare nuovamente il rischio. Così il governo, seguendo in questo un’indicazione drastica di Matteo Renzi, ha annunciato quello che a tutti gli effetti è lo smantellamento dello strumento dei voucher.

 

 

Come funzionano i voucher. I quali in realtà non sono un’invenzione di Renzi, in quanto esistono dal lontano 2003. Erano stati introdotti con lo scopo rendere semplice il pagamento legale di “mini-lavori” che altrimenti potevano essere pagati soltanto in nero: dalle ripetizioni scolastiche alle pulizie, passando per i lavori agricoli stagionali e quelli nel settore turistico. Renzi è intervenuto su questo strumento, ampliandone notevolmente la portata. Di fatto con il Jobs act il voucher ha potuto essere utilizzato da quasi tutte le tipologie di lavoratori e di attività produttive. Unica condizione, che servisse per retribuire lavori accessori e saltuari, non fossero fondamentali per l’attività dell’azienda.

Dal punto di vista del funzionamento, ogni buono ha il valore orario di 10 euro, che sono così suddivisi: 7,50 euro vanno al lavoratore, come retribuzione, esente da tassazione; 1,30 euro vanno alla Gestione separata dell’Inps come contributi Ivs (cioè per l’assicurazione invalidità-vecchiaia-superstiti, in pratica per la pensione); 50 centesimi vanno all’Inps per la gestione del servizio: infine 70 centesimi sono destinati all’Inail per l’assicurazione contro gli infortuni. In sostanza i voucher offrono la sola assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e consentono di accantonare qualche contributo per la pensione, senza offrire, però, alcuna tutela in termini di malattia, maternità e disoccupazione.

 

 

Cosa non è funzionato? Paradossalmente i voucher sono vittime del loro successo. Un successo che secondo la Cgil (ma anche secondo l’Inps) nasconde troppi abusi. Nel 2016 ne sono stati venduti 134milioni, con il 2 per cento dei committenti che gestisce la metà dei tagliandi (tra questi c’è la Juventus spa, che ha usato i voucher per il pagamento degli addetti allo stadio). Per questo a ottobre il governo aveva aperto un primo paracadute, introducendo la tracciabilità: una norma che impone l’obbligo di invio di sms o mail all’Ispettorato almeno 60 minuti prima dell’inizio del lavoro. La tracciabilità ha portato a un netto rallentamento della vendita, quantomeno fermando la crescita che negli anni precedenti era esponenziale. Ma alla Cgil questo non è bastato, perché il voucher viene sempre visto in molti casi come un rapporto di lavoro che aggira l’obbligo di un contratto.

Addio ai voucher. Così il Governo, spaventato dal fantasma dell’28 maggio, ha annunciato il de profundis per i voucher, mantenendo solo una finestrella per l’uso da parte delle famiglie. Il che, come ha detto il presidente dell’Inps Tito Boeri, corrisponde di fatto ad una cancellazione. «Oggi», ha spiegato numeri alla mano, «solo il 3 per cento dei voucher viene utilizzato direttamente dalle famiglie. Essendo poi che i voucher sono lo 0,40 per cento del lavorato in Italia, se noi circoscrivessimo l’uso dei voucher alle sole famiglie si ridurrebbe l’incidenza dei voucher sulle ore lavorate dello 0,001 per cento».

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