Un rapporto che parla di H&M e altre

I grandi marchi della moda che sfruttano le donne cambogiane

I grandi marchi della moda che sfruttano le donne cambogiane
10 Aprile 2015 ore 12:09

Anche oggi, come ogni giorno, prima di uscire di casa vi siete lavati e avete indossato i vostri abiti. Nessuno, neanche noi, vestendosi ha pensato a cosa si nasconde dietro quel paio di jeans di Gap o a quella camicia di Marks & Spencer, dietro quella gonna di Armani o a quel top di H&M. Ma nelle pieghe di quelle cuciture, in ogni asola, si nasconde in realtà sofferenza e condizioni di lavoro disumane. A marzo è stato diffuso il rapporto Human Rights Watch 2014 relativo alla Cambogia, in cui si rivela che le condizioni di lavoro all’interno delle fabbriche cambogiane non sono solo pessime, ma addirittura violente in modo criminale. E quelle sono le stesse fabbriche che riforniscono poi grandi marchi della moda globale, come Adidas, Armani, Gap, H&M, Joe Fresh e Marks & Spencer.

 

 

L’inchiesta di HRW. Gli attivisti, ricercatori e giornalisti dell’organizzazione per i diritti umani sono entrati in 73 diverse aziende di Phnom Penh, capitale cambogiana, e hanno incontrato operai, dirigenti, rappresentanti del Governo. Nel rapporto finale si legge che «sebbene il diritto cambogiano imponga che il lavoro in orario straordinario sia volontario, i lavoratori di 48 fabbriche che forniscono prodotti a marchi internazionali hanno detto a Human Rights Watch che questo era stato loro imposto. In un quarto degli impianti, la ritorsione da parte dei capi comprendeva licenziamenti, tagli sugli stipendi e trasferimenti a scopo punitivo». Ma non solo questo, perché il rapporto mette in luce anche i contratti brevissimi, le ritorsioni in caso di gravidanza per le tante lavoratrici donne, il blocco delle iscrizioni ai sindacati e molte, troppe testimonianze di abusi.

Le sarte schiave. Nelle pagine del rapporto si può leggere la testimonianza di una delle 270 sarte intervistate da Human Rights Watch durante il suo viaggio in Cambogia: «La quota da raggiungere per noi sarte era di 80 capi all’ora. Quando il salario minimo è stato alzato, hanno elevato l’asticella a 90. E se non ce la facevamo, ci urlavano, tanto. Ci dicevano che eravamo lente. Che dovevamo lavorare oltre l’orario. Non possiamo dire di no. Siamo come schiave, non lavoratrici. Anche se andiamo al bagno, ci fischiano per richiamarci al posto». Grandi catene della moda come H&M vendono, nei svariati store presenti nel mondo, felpe ad appena 25 dollari perché donne come quella che ha parlato all’organizzazione per i diritti umani lavorano per la miseria di 50 centesimi l’ora.

 

 

Moltissime donne, ma non solo loro: mezzo milione di cambogiani lavora in questo settore, perché è un’alternativa migliore alla sfiancante raccolta del riso. Gli abusi sono evidenti e nient’affatto rari, come invece tentano di difendersi le aziende tirate in causa. Per legge, i bambini che non hanno ancora compiuto i 15 anni non dovrebbero lavorare, ma è bastato fare un giro in una qualsiasi delle fabbriche visitate perché gli attivisti di Human Rightas Watch si accorgessero di 12enni messi a lavorare per produrre abiti. Secondo il rapporto, in una fabbrica che rifornisce H&M, 20 dei 60 operai sono bambini. Lavorano anche di notte e tanto quanto gli adulti. Le sarte sono quasi tutte donne (al 90%) e, se incinte, vengono immediatamente licenziate. La donna incinta si prende troppe pause per andare in bagno. Molte, quando scoprono di aspettare un figlio, decidono di indossare gonne lunghe e maglie larghe, nella speranza di nascondere il più a lungo possibile la gravidanza.

Numeri disumani. Come sempre, a offrire un quadro il più possibile dettagliato della tragica situazione del lavoro in Cambogia, sono i numeri: dal 2011, ogni anno sono svenuti dai 1.500 ai 2mila operai, spesso anche a gruppi di 100. Le cause sono la mancanza di aria e la pessima ventilazione dei locali, i fumi tossici, la pessima alimentazione e l’assenza di ore di riposo. I lavoratori hanno provato a reagire, a creare un fronte compatto. Hanno scioperato, ma quando sono scesi in piazza per chiedere un aumento, la polizia ha prima caricato, e poi sparato. Solo nel 2014 si sono contati almeno 12 morti per gli scontri con le forze dell’ordine. Nonostante tutti sappiano ciò che accade, i controlli e le multe sono ancora pochi: fra il 2009 e il 2013, solo 10 aziende sono state multate sulle circa 1.200 registrate. Il numero di sanzioni è salito a 25 nel 2014, ma è ancora un numero irrisorio perché si possa parlare di inversione di tendenza e di contrasto alle pressioni e alle violenze persistenti contro gli operai dell’abbigliamento del Paese.

 

 

Le reazioni. Un quadro tragico, che però difficilmente può cambiare senza l’impegno serio delle grandi griffe che proprio in Cambogia hanno un fondamentale centro produttivo. Aruna Kashyap di Human Rights Watch spiega: «I marchi d’abbigliamento dovrebbero incoraggiare migliori controlli e protezioni per gli operai, rivelando pubblicamente i propri fornitori. E dovrebbero tener conto dei costi di lavoro, sanità e conformità alla sicurezza nei propri contratti, per assicurare che tali diritti siano rispettati nelle fabbriche». Nel rapporto l’associazione lascia spazio a un po’ di ottimismo: «Tra le sei marche con cui Human Rights Watch è stata in contatto, Adidas, Gap e H&M hanno discusso con serietà i loro sforzi per affrontare i problemi riscontrati. Adidas e H&M hanno rivelato pubblicamente i nomi dei loro fornitori e aggiornano periodicamente le loro liste. La Marks & Spencer si è impegnata a farlo nel 2016. Mentre solamente Adidas ha creato un sistema per lavoratori in cerca di protezione in seguito a denunce».

Nuova tegola per H&M. Nonostante H&M, la nota catena di moda svedese, si sia pubblicamente impegnata a migliorare la situazione, è l’ennesima volta che finisce al centro delle polemiche per la questione del lavoro in Cambogia. Appena pochi mesi fa, nell’ottobre 2014, in Svezia era scoppiato un caso in seguito alle denuncie della giovanissima fashion blogger Anniken Jørgensen. La 17enne, infatti, è stata inviata, insieme a un collega e una collega, proprio in Cambogia, per realizzare Sweat Shop, docu-reality del quotidiano norvegese Aftenposten nato per raccontare come e dove vengono prodotti gli abiti venduti da una delle più grandi catene di negozi di abbigliamento low cost, H&M appunto. Le ragazze hanno vissuto per un mese nelle stesse condizioni delle lavoratrici cambogiane. Peccato che i produttori hanno imposto alle ragazze di non raccontare tutto ciò che avevano visto. Non una parola sugli abusi, sulle pratiche illegali. Dimostrarsi toccate per le difficile condizioni di vita, ma poco più. Ma a queste condizioni la 17enne Anniken non c’è stata e dopo aver tentato, invano, di raccontare tutta la verità a diversi organi d’informazione, ha deciso di sfruttare la sua notorietà sul web.

 

 

Sul suo blog ha scritto tutto ciò che ha visto, a partire dallo schiavismo a cui erano costretti gli operai. Scriveva: «È incredibilmente frustrante che una grande catena di abbigliamento abbia così tanto potere da spaventare e condizionare il più importante quotidiano della Norvegia. Non c’è da meravigliarsi: il mondo è così. Ho sempre pensato che nel mio Paese ci fosse libertà di espressione. Mi sbagliavo». Non ci è voluto molto perché le sue testimonianze e la sua campagna di boicottaggio verso H&M diventasse virale. A un certo punto l’azienda svedese, impaurita dalle dimensioni che stava assumendo la protesta, ha voluto incontrare la ragazza, annunciando, nello stesso tempo, di aver preso provvedimenti nei confronti dei laboratori tessili a cui commissiona la realizzazione degli abiti, affinché si impegnassero a migliorare le condizioni di vita dei propri operai. Annunci, annunci e annunci. Forse ora è il momento di passare ai fatti.

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