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13 MILIONI DI METRI CUBI

La guerra del gas nel Mediterraneo

La guerra del gas nel Mediterraneo
Cronaca 29 Dicembre 2014 ore 11:33

Si chiama Leviathan, come il mostro dell’Antico Testamento, l’enorme creatura marina descritta nel libro di Giobbe come una bestia invincibile, che comanda in modo crudele e spietato le creature del mare. Si tratta di un importante ed enorme giacimento di gas naturale, conteso tra Tel Aviv e Beirut. I suoi 13 trilioni di metri cubi di gas, infatti, da quando alcuni anni fa sono stati scoperti al largo delle coste al confine tra Israele, Libano e Cipro, hanno alimentato una tensione latente tra i due paesi, tanto da essere considerati il prossimo pretesto per una nuova guerra nell’area. Anche perché a essere interessata è anche la Turchia mediante il governo di Cipro Nord.

Che cos’è il Leviathan. Il giacimento Leviathan è il più grande mai scoperto nel Mediterraneo, in quella zona definita “bacino del levante”. È situato a 130 chilometri dalla città portuale israeliana di Haifa, a una profondità marina di 1.500 metri. Insieme alle risorse dell’altro giacimento vicino, il Tamar, Israele potrebbe godere di 100 anni di energia a basso costo. Nonché gran parte del fabbisogno europeo. In tutto si stima che i due giacimenti nascondano tre miliardi e mezzo di metri cubi di metano. Il problema è che si trovano nelle acque territoriali della che dalla Striscia di Gaza si allungano al confine con il Libano. A scoprirlo è stata l’americana Noble Energy, che dagli anni ’90 ha contribuito all’esplorazione delle coste per trovare giacimenti energetici con altre due società israeliane.

 

leviathan libano israele

 

Il controllo del Leviathan e degli altri giacimenti, secondo alcuni analisti, potrebbe essere stato uno dei veri motivi dell’ultima guerra su Gaza dell’estate scorsa, a fronte di una crisi energetica di proporzioni enormi che ha investito Israele negli ultimi tempi. Del resto, si sa che uno dei grossi problemi di Israele, da sempre, è quello dell’approvvigionamento delle risorse energetiche. Lo disse, ironizzando, anche il premier Golda Meir nei primi anni ’70: «Consentitemi di dirvi una cosa che noi israeliani rimproveriamo a Mosé. Impiegò 40 anni per attraversare il deserto e darci alla fine il solo fazzoletto di terra in Medio Oriente che non ha petrolio».

La questione territoriale e quella energetica  Il Tamar e il Leviathan ricadrebbero nel tratto di mare adiacente alle coste israeliane, che il diritto internazionale identifica come ‘Zona Economica Esclusiva’ (ZEE) di Israele, a cui pertanto spetterebbe il diritto di sfruttamento delle risorse. La zona stabilita da Tel Aviv si sovrapporrebbe a quella stabilita da Beirut per un tratto di mare di circa 850 chilometri quadrati. E quando si parla di Israele e dei suoi confini bisogna sempre usare il condizionale. In questo caso perché il confine tra Israele e Libano non è mai stato ben definito in seguito all’invasione da parte dell’esercito dello stato ebraico nel 1982 del Paese dei Cedri. Forte di quanto stabilisce il diritto internazionale, nel giugno 2013 il gabinetto di Governo di Netanyahu ha approvato le esportazioni di gas con una quota pari al 40% delle riserve totali. L’Alta Corte di Giustizia ha ratificato la contestata decisione nell’ottobre del 2013.

Il Governo di Israele crede che la vendita di gas porterà circa 60 miliardi di shekel nell’economia israeliana, fondi che saranno destinati per progetti focalizzati sulle infrastrutture, la Sanità, l’Educazione e le opportunità di lavoro. Insieme all’israeliana Delek, la Noble Energy detiene l’85% del controllo del Leviathan. Un monopolio che a sorpresa il commissario dell’Antitrust israeliana ha deciso di spezzare, annunciando di stare considerando la revoca degli accordi per favorire un mercato più libero e concorrenziale, che doni al paese una politica energetica più trasparente. In questo modo, secondo l’Antitrust verrebbero favoriti gli investimenti stranieri e il paese avrebbe uno stimolo maggiore a perseguire la pace.

Anche per il Libano lo sfruttamento del giacimento rappresenterebbe la soluzione di molti problemi. In primis l’energia, dato che tra gas e petrolio il Libano spende ogni anno circa 3 miliardi di dollari in importazioni. Gli introiti derivanti dall’esportazione potrebbero risanare il debito pubblico di 62,4 miliardi di dollari, pari 145,3% del Pil.

Caos politico in Libano Ma il paese è in preda all’immobilismo politico: manca, infatti il presidente, dopo che a maggio l’ex capo di Stato Michel Sleiman ha esaurito il suo mandato. Il sistema libanese riserva la carica presidenziale a un cristiano maronita, ma le sigle e i leader cristiani appartenenti ai diversi blocchi che dominano la scena politica libanese, non sono riusciti finora a trovare un accordo su un candidato condiviso, e con i loro veti incrociati hanno contribuito in maniera decisiva alla paralisi istituzionale.

Il fattore Hezbollah In questo quadro di stallo il Libano denuncia le manovre israeliane per mettere le mani sul giacimento Leviathan: «Israele sta rubando le risorse di petrolio e di gas sottomarini del Libano nel mare al largo della nostra costa» è l’accusa del presidente del parlamento libanese, Nabil Berri, di posizioni vicine a Hezbollah.

A peggiorare le cose anche il fatto che il sud del Libano è in mano a Hezbollah, che continua a dichiarare: «Non permetteremo a Israele di saccheggiare le risorse di gas libanesi». In aggiunta a questo, è bene considerare che da qualche settimana è stato nominato a capo delle forze armate israeliane Gadi Eizenkot, famoso per aver teorizzato la Dahiya, una dottrina che prevede di radere al suolo tutti i villaggi libanesi di Hezbollah. Il Leviathan e gli altri giacimenti del “Bacino del Levante” potrebbero essere il casus belli di un nuovo confronto militare con Hezbollah, dopo quello del 2006 che ha visto Israele battere in ritirata.

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